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Riflessioni in forma di conversazioni | Interviste a personaggi della cultura italiana e straniera

Riflessioni in forma di conversazioni

di Doriano Fasoli

Interviste a personaggi della cultura italiana e straniera - Indice


Ancora una professione impossibile.

Conversazione con Ottavio Fatica
di Doriano Fasoli per Riflessioni.it - giugno 2005
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Ho sempre amato la stagione russa che va da Annenskij a Chodasèvic, e si concentra intorno a Blok, Mandel’štam, Achmàtova, Pasternak e Cvetàeva – irripetibile. Nella poesia russa, anche alla più estrema complessità non va mai disgiunta l’immediatezza; l’effetto d’urto è fortissimo. Certo, lavorando soprattutto sull’inglese, conosco e apprezzo anche i minori, i minimi di questa lingua; ma torno sempre a figure come Yeats o Eliot, di recente prese così accanitamente di mira in patria. Buona parte della poesia contemporanea è accademica; quella americana in chiave più “modernista”, quella inglese più tradizionale; e poi c’è sempre qualche irlandese col suo estro. I due contemporanei, non più di primo pelo, ma senz’altro di vaglia, le voci più autorevoli diciamo, sono Geoffrey Hill e, nel deserto francese, Jude Stefan.

E in ambito narrativo?
Nella narrativa i romanzi che più mi hanno segnato sono il Voyage céliniano e L’uomo senza qualità di Musil. Ma sono sempre stato attratto dalle opere inqualificabili: i testi di Roger-Gilbert Lecomte o di
Antonin Artaud, le prose di Gottfried Benn; una certa impossibile saggistica che va da Hamann a Weininger, passando per Novalis, Kassner, Lessing e simili. Prendiamo L’anatomia dell’inconscio fisico di Bellmer, da me tradotto, in che categoria piazzarlo?

Ha mai scritto poesia in proprio?
Mi sarebbe piaciuto rispondere di no. Se non fossimo legati a questa lingua, all’amore per questa lingua, il salasso di cervelli sarebbe maggiore che nelle scienze. Ma ormai non posso più approfittare del terribile vantaggio di non aver fatto niente, perché qualcosa di mio è stato pubblicato, sul “Verri”, solo un piccolo ciclo di poesie, ma è il primo passo che conta… o che costa?

È al passo con la letteratura odierna?
Più che stare al passo, sono incalzato. Lavorando per Adelphi mi piovono letteralmente addosso caterve di libri – appena usciti, in uscita, di prossima pubblicazione, in programma per la prossima stagione o quella dopo, a piede libero, con licenza di uccidere, coi tacchi, senza tacchi; sono subissato da proposte, avanzate dagli agenti letterari, ancora da piazzare; di primi capitoli, abbozzi, scalette, abilmente affidati da scrittori in erba agli agenti, che tentano di rifilarli agli editori, che a loro volta già li spacciano per i capolavori del 2006, mettiamo. Un Mare Magno, o una Cloaca Massima, dipende dal naso. Il ricatto è che non si sa mai, potrebbe venire a galla qualcosa di buono. Come sempre più di rado, quanto più massiccia è la produzione, capita. Ma è l’inflazione a esilarare o a scoraggiare. Io, per dire, concederei volentieri almeno un lustro (o un secolo) sabbatico ai giallisti. Non se ne può più di noir etruschi o assiri, di detective aztechi e serial killer maori o dogon. Invoco invano su di loro i corsivi corsari di un Manganelli: libera nos a giallos. E pensare che Flannery O’Connor riteneva compito dei critici, degli insegnanti (!), cambiare faccia alla classifica dei best-seller.

Come dev’essere una traduzione perché lei possa giudicarla di alto livello?
Di alto livello deve essere anzitutto l’originale; dopo di che è questione di resa. Se hai a che fare con un sommo stilista come Evelyn Waugh, per dire uno che conosco bene, avendolo tradotto, uno che mette su dialoghi luciferini e ineffabili in inglese, questo si dovrebbe sentire in traduzione. Eppure la stragrande maggioranza delle traduzioni in circolazione non ne dà minimamente conto. Quando hai a che fare con scrittori del calibro di
Virginia Woolf o Proust o Rilke, qualcosa comunque trapela, si ha per forza una vaga idea di quello che dovrebbe esserci dall’altra parte, ma non basta: è quanto riesci a riportare indenne, a ricreare nella tua lingua a fare la differenza. Per le altre traduzioni può bastare un onesto ma pur sempre solido, scaltrito mestiere; non è poco, non è affatto poco.

Quali scrittori, secondo lei, hanno eccelso in questa “professione impossibile”, (come la definisce sempre Pontalis)?
In questo caso si finisce sempre per cadere su nomi di scrittori in proprio che, una tantum, hanno tentato l’impresa. L’illusione tuttora diffusa è che sapendo usare letterariamente la propria lingua – il che spesso è opinabile – il presunto autore sia in grado di risolvere al meglio i problemi che pone una traduzione. Invece, la mancanza di pratica protratta “sul campo” al massimo darà qualche isolata soluzione felice, e sulle lunghe distanze verrà a mancare il fiato; rara ma in fondo ovvia la felice congiuntura astrale, che a un poeta per una volta fa rendere a meraviglia una poesia di un poeta affine. Per tradurre ci vuole disciplina; il guadagno sta nell’arte, e nella dottrina che si ricevono in dono. L’ideale sarebbe conciliare talento naturale e perizia estrema, collaudata, mentre basta un po’ di supponenza e velleità, magari dopo qualche massacrante e disastrosa prova di traduzione, e si passa scrittori. Sarà per questo che molto di quello che si legge come “originale”, come testo tradotto non supererebbe una discreta revisione.

L’editoria è molto cambiata per quanto riguarda le traduzioni di poesia?
Un tempo, non così lontano, c’erano case editrici come Lerici, la benemerita Guanda, “Lo specchio” mondadoriano, la collezione di poesia einaudiana e pochi altri, ma bastavano a offrire regolarmente il meglio della produzione internazionale con non eccessivo scarto temporale. Uscivano così Machado,
Dylan Thomas, Robert Graves, Allen Tate, Vladimir Holan, Robert Frost, John Berryman, e tanti altri. Adesso non è più così. Hanno chiuso editori e collane, o le hanno drasticamente ridotte. Se cerco poeti stranieri contemporanei di una qualche levatura proposti “in tempo reale” da una casa editrice di una certa diffusione su tutto il territorio nazionale, viene fuori giusto il nome di Donzelli (penso a Mayröcker o Simic) e, curiosamente per qualcuno, della stessa Adelphi. Basterà citare la Szymborska o Walcott, il ‘Kavafis’ di Ceronetti, gli Esercizi di verbo di Tartaglia o la prima antologia italiana dell’australiano Les Murray, in uscita entro Natale, o la pubblicazione prossima dell’opera poetica di Elizabeth Bishop, un mostro di bravura e di difficoltà, finora mai proposta integralmente, tantomeno resa adeguatamente, con la quale ho avuto modo di cimentarmi anch’io. Anche in questo caso, al lettore giudicare com’è andata. In chiusura aprirei una parentesi per parlare di una dimensione nuova, come quella dove si muove una rivista come “Adelphiana”, cioè in rete oltre che su carta. Il lettore curioso di tutto, ma proprio di tutto, con questa ‘pubblicazione permanente’ troverà pane per i suoi denti in testi di ogni genere, origine o epoca; e proprio in uno spazio così c’è modo di pubblicare più spesso, e volentieri, testi di poesia, già noti o in nuove traduzioni. Un esempio per molti sorprendente potrebbe essere Muriel Spark, presente in rete con le sue poesie; un altro, un outsider, in tutti i sensi, come l’americano Weldon Kees, figura rimasta a lungo in ombra ma mai scomparsa del tutto, serbata segretamente in vita da altri poeti di lingua inglese sulle due sponde dell’Atlantico. Anche la poesia si muove in modi misteriosi.

 

Da Adelphi, è appena uscito "Il vagabondo delle stelle" di Jack London accompagnato da una sua postfazione. Me ne vuole parlare?
È il suo ultimo romanzo, scritto nel 1915, un anno prima di morire. L'autore tanto famoso di libri tanto amati come Il richiamo della foresta o Martin Eden può riservare ancora delle sorprese a chi non conosce questo titolo. Un'opera così fuori del comune ha sempre avuto i suoi appassionati, per i quali non è stato tanto il "livre de chevet" quanto il libro del cuore. Lo scrittore ha ideato una forma originalissima che gli permette di inserire nella narrazione principale - gli ultimi giorni di un condannato a morte sottoposto a indicibili sevizie dai secondini di San Quentin, dove è rinchiuso -, i racconti di altre vite vissute dal protagonista. Durante i periodi sempre più lunghi che passa stritolato nella camicia di forza, una pratica ammessa dalla legge all'epoca, picchiato, lasciato senza nutrimento, il personaggio escogita, con la forza della disperazione, un metodo degno del più irriducibile asceta orientale, per sopravvivere alla prova e trasformarsi in un moderno sciamano, facendo di quella stessa prova uno strumento per rompere le barriere del tempo e dello spazio, le mura della prigione e quelle più occulte del corpo, e rivivere le tante sue esistenze. Ognuna di queste è una storia, diversa per ambientazione e epoca: si va dal West all'estremo Oriente, dal mondo delle saghe nordiche alla Palestina sotto il giogo romano, ogni volta racchiusa nel diamante di un racconto denso, intenso, ricco di episodi, complesso e compiuto come un romanzo. Il tutto incastonato nello scenario da crudo film carcerario. Un'opera a dir poco originale, estrema nella concezione come nella forma, che si colloca in una regione di confine del firmamento letterario, fra Stephen King e Carlos Castaneda, e che solo un realista selvaggio come London, capace di coniugare il verbo dell'Eterno Ritorno nietzscheano in chiave romanzesca, poteva avere l'ardire di tentare, e portare al successo. È un libro di "evasione" nel senso più forte del termine. Per me che lo avevo amato da ragazzo, rileggerlo non è stato certo una delusione, anzi è stato ancora più esaltante. La nota di accompagnamento accenna ad alcuni dei tanti motivi preziosi celati ad arte nelle pieghe sontuose della narrazione.

 

Doriano Fasoli

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