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Riflessioni in forma di conversazioni | Interviste a personaggi della cultura italiana e straniera

Riflessioni in forma di conversazioni

di Doriano Fasoli

Interviste a personaggi della cultura italiana e straniera - Indice


Dandy, flâneur ed esteta.

Conversazione con Paolo D'Angelo
di Doriano Fasoli per Riflessioni.it - maggio 2005
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Paolo D’Angelo insegna Estetica nell’Università di “Roma Tre”. Dopo Estetica della Natura (Laterza), ha di recente pubblicato, con il Mulino, Estetismo, che non poteva certo sfuggire all’occhio attento del saggista e polemista Alfonso Berardinelli (di cui menzioniamo, tra i suoi numerosi titoli, L’esteta e il politico, edito da Einaudi nel 1986), il quale ha scritto: “In una serie di capitoli tutti interessanti” (spiccano quelli sul dandy, su Kierkegaard, su Proust e sull’estetismo oggi) Paolo D’Angelo studia i modi in cui si passa dalla fondazione dell’estetica di Kant all’estetismo, dalla valorizzazione romantica del genio artistico a quella brillante e provocatoria infatuazione che fa dell’arte un modo di vivere creando i tipi del dandy e dell’esteta. D’Angelo ci ricorda che l’estetismo ha una genealogia complessa che attraversa Shelley, Baudelaire, Ruskin: e conseguenze di lunga durata che arrivano alle sue reincarnazioni postmoderniste, quando tutte le arti (osservazione assai acuta) diventano in qualche modo ‘arti minori’: ornamento, intrattenimento, arredo sociale”.

Allora, professor D’Angelo: Esteta, dandy, flâneur: sono necessari dei distinguo?
Certamente bisogna distinguere, anche perché sono figure, e quindi parole, che nascono in momenti diversi della storia. Ho cercato di farlo nel mio volume Estetismo, pubblicato l’anno scorso dal Mulino. ‘Esteta’ è un termine che ha una data di nascita precisa, il 1881. Le eccentricità di
Wilde (il garofano verde all’occhiello, le giacche a forma di violoncello, i calembour) vengono caricaturati in un musical, e la nuova figura dell’esteta diventa subito popolare. E dall’Inghilterra i termini esteta ed estetismo si diffondono in Europa. Nei primi romanzi di D’Annunzio si parla ancora di esteticismo, che è un calco preciso dell’aestheticism inglese. Il flâneur ci riporta invece alla Parigi di metà ottocento, la Parigi immortalata da Baudelaire, quella dei passages, delle carrozze e della vita mondana, la stessa che sta al centro del gran libro incompiuto di Benjamin. Il flâneur è pensabile solo nella grande città, là dove si può andare a spasso, guardare le vetrine, occhieggiare i vestiti e le acconciature delle donne: in una cittadina non si potrebbe farlo, perché non si sarebbe protetti dall’anonimato della folla. Il dandy, infine, nasce nei primi decenni dell’Ottocento in Inghilterra, quando tutta Londra è ai piedi di Lord Brummel, uno che non ha nessuna dote tranne quella di essere irresistibile, e molti pensano che sia morto con lui, anche se alcuni dandy sono stati avvistati in altre epoche: a fine Ottocento, ad esempio, Max Beerbohm o Robert de Montesquiou, lo Charlus di Proust. Bisogna dire però che le tre figure, l’esteta, il dandy, il flâneur sono tenute assieme da uno stesso filo, che può essere riassunto nel motto: fare della propria vita un’opera d’arte. È questo l’equivoco di fondo che le accomuna: una aspirazione alla forma collocata su di un terreno – quello della vita – dove non si dà forma, dove non si può mai riscattare completamente la casualità. Il dandy, in questo senso, è una passione inutile.

“L’attore e la politica”, “L’attore nella videoarte”, “L’attore invisibile: da Fantomas a Bin Laden”, “L’attore/autore: Carmelo Bene - Guido Ceronetti”… prendo spunto da alcuni dei temi trattati in un numero recente della rivista Close-Up, per chiederle: ha mai fatto considerazioni sulla figura dell’attore? Cosa differenzia l’Attore dal Comunicatore? E chi, per lei, è stato, come si dice, “un grande attore”?
In qualche parte delle sue memorie Carmelo Bene (un grande attore-autore, senza dubbio, ma ne parliamo dopo) racconta che una volta Bettino Craxi gli si rivolse cercando complicità: “Noi attori…”. Quando si avvicina il politico all’attore, di solito l’intento è spregiativo. Si vuole mettere in rilievo l’aspetto di finzione, di inganno della politica. Ma, non ostante la parte di verità che questa visione può contenere, l’assimilazione mi pare fuorviante. Altrettanto fuorviante mi sembra il binomio attore-comunicatore. Fuorviante quanto quello, di cui è solo un caso particolare, arte-comunicazione, consacrato dalla semiotica. Certamente l’arte comunica (ci mancherebbe altro) e certamente si comunica, in genere, anche con mezzi ‘artistici’ impiegati fuori dell’arte (la
retorica c’è nell’arte e c’è fuori dell’arte), ma nessuno farebbe arte se il problema fosse solo quello di comunicare. Per comunicare, una poesia è un mezzo tortuoso e faticoso. Lo stesso dicasi della musica. Evidentemente servono (soprattutto) ad altro.
Riguardo ai grandi attori, debbo confessare di avere una predilezione, forse un po’ rétro, per l’attore-attore, possibilmente di accademia, all’interno di un teatro di regia. Volendo fare qualche nome, penso a Tino Buazzelli, Luigi Vannucchi, Glauco Mauri. Solo venendo a generazioni più vicine mi vengono in mente esempi diversi: ho sempre trovato straordinaria la recitazione di Carlo Cecchi, un understatement meraviglioso, ogni volta apparentemente un filo sotto l’impegno che la parte sembra richiedere.

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