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Riflessioni in forma di conversazioni | Interviste a personaggi della cultura italiana e straniera

Riflessioni in forma di conversazioni

di Doriano Fasoli

Interviste a personaggi della cultura italiana e straniera - Indice


Nel cielo alto.

Conversazione con Paolo Lagazzi
di Doriano Fasoli per Riflessioni.it - giugno 2005
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Solo dopo aver già scritto molto su di lui scoprii una "corrispondenza" incredibile: il suo primo libro, Sirio, recava nel colophon la scritta "finito di stampare il 12 marzo 1929"; e io sono nato il 12 marzo 1949. Non è, questo, un segno di destino, quasi che il nostro incontro avesse delle ragioni astrologiche?
All’opera di Takano mi sono accostato molto più tardi, nel 1998, grazie a una piccola antologia curata da Yasuko Matsumoto e Massimo Giannotta. Dopo parecchi anni di meditazione
zen sotto la guida del grande Taisen Deshimaru Roshi e poi di Fausto Taiten Guareschi, da poco avevo cominciato a occuparmi io stesso, come critico, di lirica giapponese, curando nel 1994 La saggezza dei maestri zen (antologia poetico-pittorica di Sengai Gibon) e nel 1996, insieme a padre Mario Riccò, Il muschio e la rugiada (panorama generale di poesia giapponese dalle origini al Novecento). Anche l'incontro con la poesia di Takano ha presto assunto, per me, il carattere di un evento decisivo. Non vorrei forzare il tema del destino, ma certi incontri non si progettano: avvengono perché debbono avvenire: esplodono in noi, illuminando per sempre la nostra esistenza.

Ha conosciuto entrambi personalmente? Se sì, che ricordo ne conserva?
Ho frequentato
Bertolucci per quasi trent'anni, dal febbraio 1972 (quando lo incontrai per la prima volta a Parma, nella casa di sua cognata Molly Giovanardi) all'aprile del 2000 (quando andai a visitarlo con mia moglie Daniela nella sua casa di Roma, e fu il nostro ultimo incontro: sarebbe morto due mesi dopo). Ho vissuto a lungo con lui: l’ho presentato nelle università, nei teatri e nei circoli culturali di mezza Italia: mi ha ospitato molte volte nelle sue case di Roma, di Casarola e di Tellaro: abbiamo parlato, passeggiato, cenato, viaggiato, perfino cantato insieme (io spesso accompagnandomi con la chitarra)... Bertolucci è stato per me un maestro, un amico, un secondo padre, e molto di più. Mi è impossibile esprimere in poche parole tutto ciò che ho imparato, che ho avuto da lui. Ma almeno questo mi sembra necessario dire: Bertolucci era arrivato a una sapienza naturale assai prossima a quella dei maestri taoisti. Solo avvicinandomi all'arte giapponese ho avvertito una finezza sensibile pari a quella che Bertolucci sapeva esercitare con la nonchalance dei gesti ordinari, delle parole gettate un po' a caso sul sentiero dei momenti. Questa finezza rischiarava lo sguardo sul mondo di chi gli stava accanto: tutto, vicino a lui, diventava più favoloso e più vero.
Per quanto riguarda Takano, che ho incontrato e presentato più volte in Italia e in Giappone, la sua grandezza di poeta mi colpisce tanto più fortemente in quanto si associa a una specie di dolorosa timidezza, a un bisogno, quasi, di passare inosservato, a una profonda umiltà. Ma in lui non c'è niente di serioso: sa anche scherzare, ama passeggiare per le città, le campagne e i boschi italiani, adora l'amicizia. I giorni che ho passato con lui a Roma, a Pescara, a Pescocostanzo e a Tokyo, risuonano dentro di me come un momento leggendario della mia vita.


Qual è la sua idea di traduzione?
Come lei forse sa, io ho praticato per qualche anno, da dilettante, l'arte della prestidigitazione: in coppia con mio fratello gemello Corrado (che adesso fa il medico) mi sono esibito come mago in diversi teatri italiani; anche Bertolucci ha assistito con
piacere, più di una volta, alle nostre performance. Le dico questo perché credo che il compito del buon traduttore sia una sfida di tipo magico. (Sulle valenze magiche della letteratura ho anche scritto un piccolo libro, Per un ritratto dello scrittore da mago, prefato da Valerio Magrelli, edito da Diabasis). Il problema è: dato che la poesia è un'unità inscindibile d'anima e di corpo, come si può cercare di rubarle l'anima trasferendola in un altro corpo? Il buon traduttore crea un teatro illusionistico, in cui l'altro appare ancora lo stesso: nessuno tra i suoi spettatori pretende che egli sappia fare i miracoli: tutti sanno che usa dei trucchi. Ma nel buon traduttore i trucchi (cioè gli accorgimenti metrici, sintattici e retorici) sono un veicolo di verità: creano le condizioni perché il passaggio, almeno in parte, avvenga. Uscendo dalla metafora: ciò che importa è che, accettando lo spostamento da una lingua all'altra, con tutto quanto ne consegue, la traduzione sappia creare un analogon dell'originale. È ciò che abbiamo cercato di fare la signora Matsumoto e io lavorando in coppia, con grande affiatamento, sui testi di Takano: lei traducendoli letteralmente dal giapponese all'italiano; io rielaborando le sue traduzioni, cercando di dare ad esse (sempre nel rispetto della lettera) un ritmo, delle pause e un respiro: una musica in grado di riecheggiare in qualche modo quella severità e quella dolcezza, quel palpito esistenziale e religioso su cui si fonda la visione poetica di Takano. Tutto ciò abbiamo fatto, naturalmente, senza mai pretendere di giungere a un'equivalenza perfetta fra i testi originali e le versioni: il giapponese e l'italiano hanno strutture grammaticali e retoriche troppo diverse perché sia possibile un rapporto stretto fra l'una e l'altra lingua.

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