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Riflessioni in forma di conversazioni | Interviste a personaggi della cultura italiana e straniera

Riflessioni in forma di conversazioni

di Doriano Fasoli

Interviste a personaggi della cultura italiana e straniera - Indice


"Parole alate".

Conversazione con Piero Boitani
di Doriano Fasoli per Riflessioni.it - luglio 2005
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Non so se colga lo spirito originale dell'opera, ma questo mi interessa fino a un certo punto: è come il Satyricon di Fellini, o anche le riscritture classiche dello stesso Pasolini, come Medea. Pasolini fa a Chaucer quel che Chaucer aveva fatto ai classici, a Dante, a Boccaccio! Naturalmente in direzione diversa. Pasolini sposta l'asse del racconto verso il "basso", il carnale, il carnevalesco: per esempio, elimina dai suoi Racconti tutti quelli che si svolgono sul registro "cortese", fantastico, esemplare, pio, o addirittura agiografico. Si concentra sulle beffe, e in particolare quelle sessuali: il vecchio Gennaio e la giovanissima Maggio del Mercante, la Comare di Bath, l'esilarante triangolo-quadrato Nicola-Alison-Giovanni-Assalonne del Racconto del Mugnaio, il meraviglioso pentagono che i due studenti di Cambridge formano assieme al mugnaio, sua moglie e sua figlia.
Pasolini insomma coglie appieno la gioia di vivere dell'originale chauceriano, facendo del Pellegrinaggio a Canterbury un pellegrinaggio attraverso il corpo. Però è pienamente cosciente anche del tragico e della morte: è significativo che l'unico racconto "serio" che mantiene sia proprio quello dell'Indulgenziere, con i tre ribaldi che vogliono uccidere Morte. La sua resa dell'incontro col Vecchio in una campagna inglese deserta e avvolta nella luce del tramonto si spinge verso i confini esplorati da Bergman nel Settimo Sigillo. Infine,
Pasolini si identifica con Chaucer nel film, da attore, ha appunto il ruolo e il nome del poeta. E in questo rivela mano consumata. Dicevo che fa a Chaucer quel che Chaucer aveva fatto a Dante. Infatti, nell'ultimo racconto che mette in scena nel film a un certo punto compare in sogno al Frate un "angelo" il quale gli annuncia che lo porterà in visita all'Inferno. Quando il frate chiede perché, il messaggero risponde: "Vuolsi così colà dove si vuole ciò che si puote", le parole di Virgilio a Caronte in Inferno III. Lo spettatore che si attendesse a questo punto un Inferno di Paoli e Francesche, Farinata o Ulissi sarebbe in errore e non avrebbe capito nulla di Pasolini. Il richiamo a Dante c'è già in Chaucer, proprio a questo punto, e Pasolini lo sa. Solo che prende, in armonia con l'atmosfera del Racconto del Frate, l'Inferno dove il demonio "avea del cul fatto trombetta": il suo Satana non maciulla nelle bocche Bruto, Cassio e Giuda, ma "spara" dozzine di frati dal proprio posteriore. È l'ultima immagine del film prima dell'inquadratura con Chaucer-Pasolini che scrive "Fine" ai Racconti "narrati per il solo piacere di narrare". Mica male, come ri-scrittura!

Quali sono i temi che egli affronta nei suoi primi capolavori?
Forse quello dominante è il tema della poesia e della letteratura. Nel Libro della Duchessa, nella Casa della Fama e nel Parlamento degli Uccelli, Chaucer si interroga su cosa sia la narrativa, da cosa cominci, come si sviluppi: ecco così il sogno, i luoghi archetipici, la lettura. C'è, anche, il tema dell'armonia e della pienezza della Natura: gli uccelli che vogliono trovare un compagno per generare la prole e "riempire" la Terra. E infine c'è il grande tema dell'amore, che vuol dire anche dell'essere e del non essere, del destino: il Troilo e Criseida è forse la più grande storia tragica d'amore che il Medio Evo ci abbia lasciato, un capolavoro assoluto, con personaggi modernissimi.

Quali sono state le maggiori difficoltà incontrate nel corso della sua ventennale impresa dal compianto traduttore-ingegnere Vincenzo La Gioia?
Tradurre uno scrittore del Trecento, e uno scrittore che sta a pari con
Shakespeare, in versi, e in versi che rispettino la struttura metrica, ritmica e di rima dell'originale, non è impresa da pigliare a gabbo, come direbbe Dante. È una camicia di forza tremenda. Bisogna rispettare l'originale e reinventarlo nell'altra lingua, in italiano. Questa è la difficoltà più grande. La Gioia non ha mai avuto paura: ha affrontato l'impresa con spavalderia e umiltà, lasciandosi continuamente correggere, ma "riscrivendo" in maniera geniale. Ha impiegato la bellezza di quindici anni a tradurre in sostanza tutto Chaucer, e io ho passato questi bellissimi anni a rivedere le traduzioni, parlare con lui, mandargli fogli sottolineati in rosso, dirgli di no, scherzare, prendermi le sue battute ironiche sui professori universitari. Lo slancio è stato comune, ma l'ispirazione è sua. Il fatto è che Vincenzo aveva introiettato Chaucer: lui si sentiva Geoffrey, pensava e rideva come il poeta, modulava i suoi versi dentro di sé. Si tratta di un' "arte" unica, non quantificabile, impossibile da descrivere o insegnare: l'arte del trovatore e insieme dell'ingegnere (e Vincenzo La Gioia era per l'appunto un ingegnere!). Ebbene, dopo seicento anni Vincenzo ha riportato in Italia quel poeta che dall'Italia tanto aveva preso. Sono proprio contento che nel luglio 2000, durante il Congresso del centenario a Londra, il Chaucer einaudiano di Vincenzo sia stato presentato nell'Abbazia di Westminster, davanti al Poets' Corner dove Chaucer stesso è sepolto: forse è l'epitaffio che Vincenzo meritava.

Doriano Fasoli

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