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Riflessioni in forma di conversazioni | Interviste a personaggi della cultura italiana e straniera

Riflessioni in forma di conversazioni

di Doriano Fasoli

Interviste a personaggi della cultura italiana e straniera - Indice


La distanza del nome.

Conversazione con Stefano Verdino
di Doriano Fasoli per Riflessioni.it - giugno 2005
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Stefano Verdino, da me incontrato a Genova (città dove vive), insegna letteratura italiana all’Università di Verona. È inoltre autore di studi sul Tasso e sui poeti del Novecento, in particolare di Mario Luzi, di cui ha curato l’edizione per i Meridiani Mondadori.


Verdino come definirebbe la poesia di Cesare Viviani, al quale ha dedicato un prezioso saggio intitolato “La distanza del nome” (edito da Campanotto)?
Cesare Viviani a mio parere è uno dei poeti più interessanti della generazione successiva ai Novissimi. La sua carriera poetica è ormai trentennale e costituisce un viaggio non comune. Usando una facile espressione potrei definirlo un poeta sorprendente, nel senso più pieno del termine. Già alle sue origini, con l’ostrabismo cara, del 1973, uscito da Feltrinelli, nella collana gialla di poesia, Viviani mise in campo una lingua del tutto stranita e personale, una lingua di invenzione e lapsus, che solo all’apparenza partecipava del clima di sperimentalismo del tempo. A fronte di quella eclatante novità persisteva una forma poetica rigorosa e a suo modo classica. Inoltre già quel libro metteva in evidenza un tema assai caro al tutta la sua opera poetica: il margine di in-traducibilità del linguaggio, l’idea molto suggestiva che la lingua poetica sia simile ai nomi propri, una lingua non d’uso, concreta e precisissima, come il nome proprio, ma non traducibile e indecifrabile, nel suo senso, restituito al mistero della lingua. Successiva sorpresa, nei libri ulteriori, a partire decisamente da Preghiera del nome, è stato utilizzare la lingua comune e ordinaria come lingua del nome proprio, con effetti assai suggestivi nella sfasatura di apparente discorsività e resistenza onomastica del linguaggio. Ultimo tratto sorprendente nel 2000 con il poemetto Silenzio dell’universo, una poesia-discorso frontale sul nesso Creatura e Creatore e sull’Amore, in senso cosmico e sacro.

Ha parlato dei primi anni Settanta: in ambito poetico quali sono stati, d’allora in avanti, gli incontri per lei più decisivi?
Personalmente ero un lettore con la passione predominante della poesia, esaltato dalla grande tradizione del Novecento, ma vivevo la delusione di un panorama poco nutriente in ambito poetico nella più recente generazione. Con i Novissimi non mi ritrovavo; non ho mai avuto passione per la loro sfiducia verso la poesia. Amavo però moltissimo Antonio Porta, perché mi sembrava l’unico del gruppo a connettersi con la tradizione e alimentarla in modo nuovo. Poi comparve d’improvviso a metà anni Settanta una generazione di trentenni e anche meno, in cui ritrovavo il gusto per la poesia e per far versi e non solo l’ironia e la parodia. Erano Bellezza, Cucchi, Conte, De Angelis, Cagnone, Greppi, Reta, Zeichen, Vitiello e Viviani. Con il tempo si sarebbero aggiunti Magrelli, Valduga, Lamarque, Frabotta, D’Elia, De Signoribus, Sovente, Frasca, Testa e Anedda. Questi sono stati e sono i miei interlocutori.

Qual è l’opera di Viviani che meglio lo rappresenta?
L’opera lasciata sola, stampata da Mondadori nel 1993: Viviani qui è bravissimo perché costruisce testi in un tono per così dire neutro, sia per lessico sia per ritmo, in una sorta di grado zero dell'espressione, ma questa elementarità non suona mai banale, quanto piuttosto solitaria e appassionata povertà. E qui è il punto e la chiave di volta. Proprio questo tratto insieme povero e semplice, quanto appassionato e, se si vuole, ingenuo nei contenuti e nella forma costituisce -crediamo - un capitolo nuovo e importante della poesia italiana sul valico del secolo, un suo ripensamento radicale.
Riflettiamo un momento e pensiamo al coraggio "storico" di questa scelta verso la "povertà" formale da una parte e la pienezza o frontalità del discorso dall'altra. Innanzitutto va subito segnalata l'unicità di tale scelta e la piena distanza da un Novecento, storico e consumato, alimentato da una vocazione lirica e dibattuto tra sperimentalismo e orfismo.
Ora l'andatura prosastica di Viviani rovescia il rapporto: l'atonicità è dominante e la consonanza (lo scandito endecasillabo dove trapela la rima) non è che effimero barlume. Non di meno è, a tutte le ragioni, poesia proprio per lo spicco della sua riduzione, che nel progetto preciso di una povertà, più che di una debolezza (su cui alcuni critici hanno insistito), individua il possibile di una nuova declinazione della parola emancipata dal filtro e dalla cosmesi del letterario, che fin troppo affliggono la produzione letteraria corrente. Per Cesare insomma la possibilità e il senso della poesia non possono che essere fuori dei canoni e delle identità fisse, tra cui l'identità stessa della poesia. La parola è semplice e libera nelle sue movenze, né presuppone ordini formali a priori, ma solo nel suo procedere inventa il proprio ritmo in modo che le scansioni (la fine del verso, insomma) nei versi qui in osservazione non è affidata ad altro che alla pausa momentanea o del respiro o del pensiero.

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