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Riflessioni in forma di conversazioni | Interviste a personaggi della cultura italiana e straniera

Riflessioni in forma di conversazioni

di Doriano Fasoli

Interviste a personaggi della cultura italiana e straniera - Indice


Un tempo per il dolore.

Conversazione con Tonia Cancrini
di Doriano Fasoli per Riflessioni.it - maggio 2005
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Quali sono, in ambito psicoanalitico, i suoi fondamentali punti di riferimento?
I miei punti di riferimento fondamentali in ambito psicoanalitico sono
Freud, Melanie Klein e la sua scuola da Bion, a Rosenfeld, alla Segal, a B. Josef. Anna Alvarez e André Green li trovo sempre molto acuti e stimolanti. Non dimenticherei poi gli psicoanalisti italiani, da Tagliacozzo ad Adda Corti, a Luciana Nissim. E fra i miei coetanei mi sento particolarmente vicina a Dina Vallino e Antonino Ferro, che hanno arricchito la mia mente con profonde e durature suggestioni.

Quando e perché ha deciso di scrivere un libro sul tema del dolore?
Sono molti anni che mi occupo del tema del dolore. Portai una prima relazione al Congresso della SPI del 1986, Congresso che aveva come argomento proprio il dolore mentale. E in seguito sia nel lavoro clinico che nell'attività universitaria ho continuato a occuparmi ampiamente di questo tema. Nella cattedra di Ermeneutica filosofica ho tenuto diversi corsi sulla concezione del dolore nella tragedia greca, in
Platone, in De Martino, in Schopenhauer, in Leopardi. Ma è soltanto da qualche anno e in seguito ad alcuni eventi significativi della mia vita, e per una complessiva maturazione nella mia mente che il tema ha assunto una sua unitarietà e ho pensato allora al libro.

Un tema che ritorna in tutto il suo libro è la riflessione sul tempo. Il tempo dell’incontro, il tempo della separazione, il tempo della nostalgia, il tempo dell’assenza. È d’accordo con Ferro quando scrive che la temporalità è sicuramente una delle categorie psicoanalitiche e antropologiche di base?
Sì, penso senz'altro che la temporalità sia una categoria di base per la psicoanalisi, e certamente anche per l'
antropologia. Penso si possa dire che anche l'esperienza concreta di analisi è un percorso nel tempo, dove l'incontro apre un viaggio da fare insieme per poi giungere a un distacco. Ma in questo l'analisi non fa che ripercorrere il cammino della vita che è appunto nel tempo.

Tempo e capacità di lutto: è un legame inscindibile nella mente di ognuno?
Senza dubbio non ci può essere capacità di elaborare il lutto se non si è nella dimensione della temporalità dove la vita appare il luogo della finitezza, della perdita, della mancanza e quindi del dolore della separazione, delle malattie e della morte. Soltanto in questa dimensione viene accettato il limite ed è possibile perciò riconoscere il valore delle cose anche se non sono eterne e assolute. E quindi accettare la separazione e la perdita pur non disconoscendo il valore della vita.

Nel rapporto analitico con il paziente, come deve porsi l’analista? Con un atteggiamento neutrale o come “persona”?
La neutralità dell'analista è fondamentale nel rapporto analitico nel senso che l'analista non può né deve farsi coinvolgere dal paziente in "agiti" o comunque in una dimensione in cui tende a vivere atteggiamenti amicali o genitoriali.
Questo però non significa che l'analista non abbia emozioni, sentimenti e non viva con coinvolgimento e partecipazione l'analisi. Aggiungerei anzi che spesso la sua emotività gli permette una comprensione più approfondita, più vera e più autentica della relazione analitica.

È fondamentale che un analista abbia alle spalle un’intensa esperienza di vita e non solo fatta di studi, insomma libresca, per poter accogliere il dolore del paziente?
È molto importante l'esperienza di vita dell'analista perché è soltanto attraverso la propria vita che si può maturare, crescere, affinare la propria sensibilità e soltanto in questo modo si raggiunge una comprensione della vita altrui e si può veramente partecipare e capire il paziente e il suo dolore.

Lei ritiene che lo psicoanalista di oggi sia migliore, più “completo”, di quello di alcuni decenni fa?
È difficile rispondere a questa domanda perché certamente ci sono stati decenni fa degli ottimi analisti e quello che fa "migliore" uno psicoanalista è anche la sua passione e la sua dedizione e la sua personale sensibilità. È per me non agevole per esempio immaginare un analista migliore di Rosenfeld che ho ascoltato tante volte nei primi anni della mia formazione. Però certamente la
psicoanalisi ha anche un suo sviluppo e via via si acquisiscono nuove possibilità e nuove aperture e questo certamente è un arricchimento per l'analista di oggi.

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