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Riflessioni in forma di conversazioni | Interviste a personaggi della cultura italiana e straniera

Riflessioni in forma di conversazioni

di Doriano Fasoli

Interviste a personaggi della cultura italiana e straniera - Indice


Due lavori, due esistenze.

Conversazione con Toti Scialoja
di Doriano Fasoli per Riflessioni.it - agosto 2005
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Due lavori, due esistenze. Pittore e poeta, Toti Scialoja, uno dei maestri dell'arte contemporanea italiana (scomparso a Roma, nel 1998, all'età di ottantaquattro anni), spiegò in questa intervista le ragioni profonde del suo complesso operare artistico, proprio mentre stava per dare alle stampe una nuova raccolta di versi col titolo Le costellazioni (Marsilio). Come quelle di Rapide e lente amnesie, uscite pochi anni prima nella stessa collana, anche le poesie di Le costellazioni sono scritte in "esametri", cioè utilizzando nuovamente - scrisse Giovanni Raboni - "lo squisito trompe-l'oreille sillabico che la sapienza metrica di Scialoja aveva messo a punto dalla suggestione di un raro esempio pascoliano". 

Ad un certo momento della vita - lei dice -, depressione malinconia solitudine sono di casa, ma restano ogni mattina fuori dalla porta dello studio: le sembra che la pittura sia l'unico modo per mettersi in rapporto con se stesso, per non ignorarsi?
Sì, ma un se stesso non artigianale, non ripetitivo, non meccanicamente legato ad un rituale abitudinario. Legato piuttosto ad una folla crescente di fatti, di avvenimenti, di volti, di fantasmi, che sono quelli che gremiscono la memoria di un ottuagenario.

È così che la pittura può divenire un modo dell'oblìo?
Sì, per non esserne oppressi occorre non ricordare quando la memoria del tuo esistere minaccia di divenire sterminata, dilagante come un oceano. La pittura come oblìo non sarà certo un modo del non-ricordo assoluto, un'assoluta cancellazione. In questo coinciderebbe col nulla. L'Oblìo-pittura è un modo rallentato e allontanato di ricordare. Si fonda il senso del ricordo, diminuiscono, si sbriciolano i particolari, tre colori si riducono ad uno; come in una grande assoluzione, in una pietà che disincanta l'assillo ritmico, il forsennato rigore, l'intransigenza puritana. Resta come unica verità, ripeto, il "senso" del ricordo. Il sogno ad occhi aperti di linee forme colori.

La sua pittura oggi è dunque un modo dell'oblìo dell'esistenza?
Sì, e persino dell'esistenza della pittura stessa. Il partito preso della pittura, l'accanito partito preso, e metodo e principio di stile, divengono sfumato oblìo. Il colore non è più carico di follia, non è più foriero di furore, ma ha la calma disancorata di chi nella pittura ormai soltanto crede.

Considera l'attività letteraria secondaria rispetto a quella pittorica?
Non direi affatto. Il lavoro poetico è autonomo da quello mio di pittore ed altrettanto impegnativo. Non c'è un più o un meno. Sono due sfere diverse ed importanti, come la sfera esistenziale e la sfera creativa: la tua esistenza importa quanto il tuo lavoro, anzi s'identifica poi col tuo lavoro. Allora io ho due lavori, due esistenze: una come poeta, l'altra come pittore. Certo, l'elemento pittorico in me prevale nel senso che m'impegna di più. Fare un quadro è anche un impegno psicofisico, comporta una grossa fatica; per scrivere una poesia basta avere un biglietto del tram, tracciare con una matita un paio di parole ed ecco che l'hai già scritta.

Una volta disse che nella pittura c'è anche un elemento personale per cui essa rappresenta il suo lato più materno...
È vero. Mia madre amava la pittura e desiderava che io diventassi pittore. Perciò quest'attività è una continuazione del rapporto con mia madre, che è stato molto intenso. Invece la poesia appartiene più all'elemento culturale della famiglia Scialoja nella quale erano tutti dei grandi giuristi, uomini di lettere...

Lei dice di credere nella "superficie" che - dal suo punto di vista - significa cessazione, esaurimento di ogni illusione, in senso sia morale che ottico. Ma che cosa intende per superficie?
La superficie è il ridursi delle illusioni. L'antica prospettiva illudeva sulla lontananza, ovvero sulla favola, sulla storia immersa e vagante in un aldilà. La lontananza era il primo passo verso l'infinito. La superficie, al contrario, la fa finita con tutte queste illusioni, nega la trascendenza, riporta ad un presente spaziale, a un oggi spaziale: ovvero all'unica verità, all'unica misera certezza rimasta all'uomo. Su questo muro unico concesso all'espressione, la pittura è il segno, l'intrico, il
labirinto, lo sgorgare della povertà umana nel suo tragico limite. I segni disperati di una ricerca che è un puro sofisma, un convulso mordersi la coda. La superficie è la sede esatta della tautologia del nostro esserci, del nostro vederci ed esistere. Tutto finisce lì. Naturalmente lo sforzo della pittura è in questo vedersi, che deve essere chiaro, dolcissimo, addirittura inebriante.

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