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Riflessioni in forma di conversazioni | Interviste a personaggi della cultura italiana e straniera

Riflessioni in forma di conversazioni

di Doriano Fasoli

Interviste a personaggi della cultura italiana e straniera - Indice


Ascesi, purificazione, coerenza morale. Su John Coltrane.

Conversazione con Vittorio Giacopini
di Doriano Fasoli per Riflessioni.it - giugno 2005
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Coltrane è un autore a tutt’oggi molto seguito e amato?
Un certo Coltrane certamente. Il Trane che suonava con Davis, tutta la fase del quartetto almeno fino a Love Supreme, penso siano ancora adesso molto ascoltati e quindi immagino anche molto amati. Negli anni sessanta poi era abbastanza evidente. Migliaia di sassofonisti in tutto il mondo volevano suonare come il Coltrane di Giant Steps, di Olè, di My Favorite Things. Ho qualche dubbio invece che l’altro Coltrane sia molto amato. Lui stesso del resto ha giocato contro sé stesso. Deliberatamente, intendiamoci. Era il prezzo che voleva pagare per continuare a crescere, a trovarsi. Ma non credo che oggi molti ascoltino, non dico Ascension, ma anche cose meno estreme come Meditations o come Expression. Insomma, Coltrane ancora oggi è un autore che ci impedisce di abbandonarci al ‘facile’ ascolto, che pretende attenzione, che non vuole seguaci concilianti, ascoltatori appagati, rasserenati. Poi, se parliamo di amore, forse la questione è anche un’altra. Anche quando era in vita, Coltrane era già considerato qualcosa di più di un musicista. Negli anni Sessanta lui era già un
simbolo, un maestro, un punto di riferimento anche in termini morali e spirituali, quasi politici. Io in Coltrane ci ritrovo lo spirito migliore degli anni sessanta. La stessa intensità che c’è in un certo Dylan, poniamo, o in un testo politico meraviglioso come la Dichiarazione di Port Huron, il vero atto di nascita della contestazione studentesca, o nelle Armate della Notte di Mailer, o in certe pagine di Dwight Macdonald. Lui era un grande artista e un educatore, direi, e credo che questo sia ancora molto vero.

Dell’altro grande sassofonista, Ornette Coleman, si dice che – nonostante le sue settantaquattro primavere sulle spalle - continua a non dormire sugli allori, e anche il suo modo individuale di suonare, e non solo la musica nel suo complesso, dà l’idea di una ricerca che continua, di una inquietudine che non si è risolta… Qual è la fondamentale differenza tra Coleman e Coltrane?
Intanto, di solito a chi piace Coltrane non piace Coleman e viceversa. Io li adoro entrambi e forse proprio per quello che dice lei: il nodo sta lì: inquietudine, ricerca ininterrotta. E poi tutti e due sono dei veri radicali nel senso più pieno del termine. Vanno diritti per la loro strada, lavorano sempre ‘da dentro’, non calcolano mai che effetto può avere quello che fanno. Suonano quello che sentono di suonare, obbediscono soltanto a sé stessi. Se dovessi spiegare qual è la differenza principale – etica, artistica, non strettamente musicale (le differenze musicali sono tante e anche abbastanza ovvie) – forse direi che questa sta negli obiettivi extramusicali che si pongono (in generale è sempre così: conta quello che si vuol dire oltre l’arte, oltre la musica). Coltrane ha un’idea più pedagogica del lavoro artistico. Lui voleva raccontare le cose “belle” e profonde che, tramite la sua musica, riusciva a vedere e a raccontare dell’universo. Lui voleva usare la musica per far accadere cose nel mondo, per rendere “migliori” le persone. Coleman, invece, direi che fa dell’individualismo sia un linguaggio di base, una forma espressiva, che lo scopo della sua musica. Una volta lo disse anche in modo abbastanza chiaro: con quello che faccio voglio dare a chi ascolta un’idea di cosa significhi “essere un individuo, diventare sé stesso” (usando tutt’altro linguaggio questo era lo stesso fine extra-musicale di Mingus, per esempio). Non sono fini contrastanti, incompatibili. Insomma, quei due erano simili anche nelle differenze, non so se mi spiego.

Giacopini, verso quali altri territori rivolge la sua attenzione? Perché questa sua incursione nell’ambito jazzistico?
Mi sono sempre occupato di “altri territori”. Teoria politica, critica della politica e critica della cultura. I saggi, gli articoli che scrivo su “Lo Straniero” o che ho pubblicato sulle altre riviste dirette da Goffredo Fofi, anche i libri che ho scritto muovevano sempre da un interesse e da una profonda scontentezza per la politica, per il suo linguaggio terminale, e per il lavoro – sempre più ambiguo, equivoco, spesso proprio puttanesco – di intellettuali, maestri d’anime e di vita, opinionisti, truffatori spirituali. In fondo, è ancora l’unica cosa che mi interessi davvero: criticare in termini libertari la politica e smontare le trappole della comunicazione in cui mi sembra che si stia incartando sempre di più il discorso pubblico ufficiale. Ma alla lunga prevale un certo senso di nausea, di sconforto. Anche perché in giro ci sono troppe parole a vuoto. Viviamo in un’era del commento permanente e superfluo, autoconsolatorio, del talk show sofisticato, delle prediche. E allora uno o sceglie di tacere o cerca altre forme di espressione, altre voci, altri linguaggi. In questo libro su Coltrane ci faccio accenno in modo indiretto: Trane era affascinato dal silenzio, lo sentiva come una tentazione, una vertigine. E tutta la sua opera è costruita in un dialogo continuo col silenzio per riuscire a dire solo le cose necessarie, le cose vere. Io ho sentito il bisogno di occuparmi di questa altra forma espressiva – la musica, non le parole – in una fase di profonda nausea per un discorso pubblico che, nel suo dilagare, mi sembrava diventare quasi ormai incriticabile. Voglio dire: avevo il terrore di contribuire involontariamente a questo schifo anche scagliandomici contro, criticandolo. Così ho cercato di cambiare “terreno” per continuare a fare qualcosa che mi sembra importante: indicare modelli, percorsi di resistenza, forme di esistenza ancora degne di essere vissute o immaginate. L’ispirazione me l’ha data un breve testo di Charles Mingus che mi è capitato di leggere in quella fase di nausea: “lasciate che i bambini ascoltino la musica, musica vera, non rumore”. Ecco, scrivere su Trane è stato un buon modo per provare a uscire dalla rumorosa gabbia del presente.

Doriano Fasoli

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