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Riflessioni sulla Cultura Vedica

Riflessioni sulla Cultura Vedica

di Parabhakti dasindice articoli

 

Il dolore secondo la cultura vedica

Giugno 2015

 

La tradizione vedica considera il dolore un fattore imprescindibile del mondo fenomenico e l’antico testo sanscrito Bhagavad-gita nel seguente verso lo definisce come un prodotto naturale dell’incontro tra sensi e materia:

 

“O figlio di Kunti, la comparsa non permanente della gioia e del dolore e la loro scomparsa nel corso del tempo, sono simili all’alternanza dell’inverno e dell’estate. Gioia e dolore sono dovuti alla percezione dei sensi, o discendente di Bharata, e si deve imparare a tollerarli senza esserne disturbati” BG2,14

 

La materia per sua natura è in continua trasformazione e si scompone e si aggrega all’infinito in innumerevoli forme. I corpi materiali sono animati dall’essere spirituale che li abita, l’anima, la cui vera natura è eterna e trascendentale. Sono poi i suoi desideri, pensieri e azioni che determinano e condizionano il tipo di corpo da cui verrà rivestita, dopo la morte di quello attuale.

Il concetto di karma (legge di causa ed effetto) e di reincarnazione sono elementi fondamentali in tutte le culture che hanno radici nella tradizione storica dell’India, ma anche in altre culture. Coloro che per nascita o per scelta abbracciano il sapere vedico sviluppano la comprensione di come ciò che accade nella vita di un individuo e le esperienze che vive non sono altro che la conseguenza delle azioni compiute in passato. Questa cognizione, quando realizzata, aiuta a sviluppare tolleranza e ad adattarsi con consapevolezza alla propria condizione esistenziale. Tutto viene vissuto con accettazione e responsabilmente, ma non con rassegnazione passiva, poiché esiste la solida consapevolezza che il futuro viene modellato dal proprio volere e dalle scelte di comportamento prese in ogni momento della propria esistenza ed è stato questo meccanismo che ha plasmato il presente.

Al dolore dunque non viene assegnata una valenza negativa o positiva, ma è semplicemente considerato parte inevitabile delle dinamiche dell’esistenza fenomenica, mentre la sua quantità e l’intensità sono determinati dalle azioni passate, anche se non si ha più memoria di esse.

La sofferenza è invece direttamente proporzionale all’identificazione dell’essere vivente con il corpo fisico e con la sua struttura psichica. Coltivando un percorso spirituale e praticando la disciplina del bhakti yoga, il concetto materiale del sé lascia posto alla realizzazione della natura spirituale trascendente della propria identità che dà luogo a un naturale distacco dalle interazioni materiali. La legge del karma è imparziale verso tutti e le conseguenze che essa comporta sono sempre riconducibili a un disegno più articolato, dove la funzione educativa è la vera essenza di fondo. La gioia e il dolore sono dunque strumenti attivi che sensibilizzano e stimolano la presa di coscienza di sé e della ragione stessa della propria esistenza.

Le crisi scatenate dal dolore nelle sue varie manifestazioni (fisico, mentale o spirituale) spesso innescano vere e proprie rivoluzioni interiori e portano con sé profonde trasformazioni e un approccio alla vita più sobrio e maturo. Questo processo potenzialmente predispone l’uomo alla ricerca delle vere ragioni della sofferenza e lo spinge a intraprendere il sentiero dell’auto realizzazione, considerato dalla cultura vedica il vero scopo dell’esistenza umana.

Il ruolo ideale del medico, che ipoteticamente dovrebbe avere anche un approccio olistico verso il paziente, ha un’importanza vitale nel facilitare questi processi di comprensione e di trasformazione interiori.
L’essenza dell’ayurveda – frequentemente liquidato semplicemente come medicina indiana quando in realtà si traduce come scienza della vita – si esprime non solo nel curare i sintomi e le cause fisiche della malattia, ma anche a scoprirne le radici profonde, che spesso hanno connotazioni psicologiche sommerse, originate in un tempo molto più lontano di quello solitamente preso in considerazione dalla medicina moderna.

Molto spesso, l’individuo, per mancanza di conoscenza o di efficaci alternative, risponde al dolore e al malessere esistenziale in modo errato, cercando compensazione e sollievo in stili di vita e abitudini che inizialmente paiono una cura, ma che nel tempo invece acutizzano la sofferenza che sembravano potere guarire. La temporanea tregua dal dolore viene così scambiata per felicità e si ha la sensazione di essere guariti.

Un altro aspetto essenziale nell’ayurveda è quello della prevenzione, bilanciata secondo le esatte conformazioni fisiche ed emozionali del singolo individuo. Lenire e alleviare il dolore del paziente è una funzione essenziale della missione del medico. Aiutarlo a comprendere ciò che il dolore insegna è di altrettanta importanza per rendere efficace la cura nel lungo termine, cura che altrimenti risulterà incompleta. Sanare o alleviare i sintomi del problema senza rimuoverne la causa primaria, l’identificazione con il corpo, determinerà, in questa vita o nella prossima, il manifestarsi di altra sofferenza.

Queste riflessioni mettono in luce come il ruolo del medico di famiglia sia fondamentale nella cura a tutto tondo del paziente inteso come persona.

Purtroppo i meccanismi legali e amministrativi del nostro ordinamento hanno progressivamente costretto il medico di famiglia ad espletare preminentemente funzioni burocratiche, snaturando la funzione di consigliere personale che ricopriva in passato. Oggi però anche nelle società occidentali si sta prendendo coscienza che una conoscenza approfondita del paziente, che vada oltre la semplice analisi e cura del fisico malato, può fare la differenza nella risoluzione definitiva della patologia e permette comunque di affrontarla con maggiore efficacia.

Un paziente che possieda una comprensione profonda e completa della propria condizione di malato e nel contempo di essere spirituale eterno, affronterà il problema che lo affligge con maggiore tolleranza e in modo costruttivo, riconoscendo una via di crescita anche nelle situazioni più difficili, rivalutando in modo positivo la propria situazione.

Questi concetti sono molto profondi e se ne possono facilmente osservare i benefici in quegli individui particolarmente evoluti spiritualmente, che li hanno compresi e assimilati. Per chi pratica la conoscenza spirituale, la coscienza di Krishna, la raggiunta consapevolezza interiore porta naturalmente a un grado superiore di sopportazione del dolore e a un approccio sereno nell’affrontare la malattia.

I ricercatori spirituali seri tendono a evitare per quanto possibile l’assunzione di analgesici, tranquillanti, sedativi e altri farmaci o sostanze coadiuvanti della terapia del dolore quando non si presenti una reale e grave necessità. Questo perché tali prodotti vanno a influenzare e modificare in vari modi la lucidità mentale, indebolendo le funzionalità psichiche. Questo vale però anche nella situazione opposta, quando è l’eccessivo dolore a condizionare i pensieri e si rende quindi necessaria una terapia adeguata. Se fosse inevitabile ricorrere a un uso massiccio d’inibitori del dolore, sarà necessario per il paziente avere la possibilità di essere esposto a canti devozionali e a letture sacre, se possibile dal vivo, poiché mentre per il corpo fisico e per la mente ci sono precise condizioni per potere recepire stimoli e messaggi, l’atma, o persona spirituale individuale che dimora nel corpo, è sempre raggiunta dai grandi benefici generati da tali pratiche.

Gli effetti calmanti e rassicuranti che la meditazione, l’ascolto dei mantra (in particolare il maha mantra Hare Krishna) e dei canti spirituali esercitano persino sui soggetti estranei a tali pratiche sono stati dimostrati scientificamente, tanto che anche in Occidente in molte cliniche sono promosse dal personale medico e disponibili per chi ne voglia usufruire.

 

   Parabhakti das

 

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