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Riflessioni sulla Cultura Vedica

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di Parabhakti dasindice articoli

 

Il Sanscrito in Occidente

Di Iacopo Nuti

Marzo 2014

 

"Se mi venisse chiesto qual è il più grande tesoro di cui l’India sia in possesso, e quale l’eredità sua più nobile, risponderei senza esitare un attimo che è la lingua sanscrita, la sua letteratura e tutto ciò che essa comprende". - Pandit Nehru

 

 

Negli ultimi tempi il sanscrito in Occidente non è più relegato nell’ambito d’interesse di singoli studiosi, ma anche di uomini e donne che ovunque nel mondo si sono avvicinati alla saggezza dell’India. In Italia, per esempio, è uscito il grande dizionario sanscrito-italiano, comprensivo di circa 180.000 lemmi: un’opera storica per la ricerca, frutto di un lavoro decennale. Oltre ad esprimere concetti legati alla filosofia indiana e agli antichissimi rimedi dell’ayurveda, si osserva anche che parole sanscrite come yoga, karma, guru, ghi, sari, mantra, vyagra o avatar sono oggi parte integrante del linguaggio comune nei diversi ambiti della vita quotidiana, dalla cucina all’abbigliamento fino a second life.
Ma qual è il significato di sanscrito? Il termine è un adattamento di sam-s-kr-ta (lett. ‘lingua compiuta’), nome con cui s’identifica la lingua classica dell’India. Grazie all’opera di Panini (V-IV sec. a.C.)(1), il più illustre grammatico dell’antichità, la lingua dei Veda fu sottratta all’azione del tempo e codificata in un raffinato trattato grammaticale (l’astadhyai)(2) che sarebbe servito da modello per i posteri: nacque il sanscrito, da oltre duemila anni fino ai giorni nostri la lingua colta dell’India. Il Sanscrito in OccidenteNel corso dei secoli, trovarono espressione in lingua sanscrita le antiche scritture dell'India che abbracciano ogni genere letterario: poesia e teatro, favolistica e narrativa, medicina e musica, diritto e politica, filosofia e grammatica.
Già noto a studiosi e viaggiatori europei come “lingua perfetta”, la “scoperta ufficiale” del sanscrito in Occidente, avvenuta tra il XVIII e il XIX secolo dopo la conquista dell’India da parte dell’Impero britannico, provocò una vera rivoluzione culturale. Ecco le parole che Sir Willim Jones rivolse nel 1786 alla Asiatic Society di Calcutta:

 

“La lingua sanscrita […] è una lingua di struttura meravigliosa, più perfetta del greco, più copiosa del latino, nonostante essa abbia con entrambe una affinità […] così forte che nessun filologo potrebbe indagarle tutt’e tre, senza credere che esse siano sorte da qualche fonte comune […]. Tanto il gotico quanto il celtico […] e l’antico persiano potrebbero essere aggiunti alla medesima famiglia”(3).

 

In Europa, con l’introduzione del sanscrito negli ambienti di studio e di cultura, fiorirono le scienze della filologia e della linguistica storica e comparata(4) e si prese definitivamente coscienza dell’esistenza di un’unica grande Famiglia che riuniva non più solo le lingue occidentali, ma anche quelle appartenenti al mondo indoario (confrontiamo per esempio la mirabile somiglianza delle parole <<padre>>: sanscrito pitr, greco patèr, latino pater, gotico fadar; <<nome>>: sanscrito naman, greco ònoma, latino nomen, gotico namo; <<fratello>>: sanscrito bhratar, greco phrater, latino frater, gotico brothar).
Si venne così ad identificare un ceppo linguistico che imparentava strettamente culture anche lontanissime tra loro (il mondo indiano, greco, latino, iranico, celtico, germanico, baltico, slavo ecc.) e che doveva presupporre la comune origine di tutte queste lingue: fu proprio la scoperta del sanscrito che, in questo nuovo contesto storico, indusse gli studiosi occidentali alla creazione del concetto di Indeuropeo.
Oltre alla presa di coscienza della sua parentela con lingue come il latino, il greco, il germanico, il celtico, lo slavo, il sanscrito divenne un tramite con cui l’uomo romantico, alla ricerca delle proprie radici culturali, venne a conoscenza dei monumenti letterari dell’India. Probabilmente per questo, anche Leopardi studiò sanscrito. Proprio a cavallo tra il XVIII e il XIX sec., quando i pensatori romantici ricercavano le radici culturali europee, gli antichi testi dell’India, noti nel loro insieme come Veda, fecero, attraverso la lingua sanscrita, il loro ingresso ufficiale in Europa, influenzando la filosofia, l’arte, la letteratura, le scienze(5). Si pensi ad esempio all’epica monumentale del Mahabharata, al Ramayana, alla Bhagavad Gita, alle Upanisad o alle meravigliose storie narrate nei Purana; si pensi all’Ayurveda, l’antica scienza medica indiana oggi in auge anche nel nostro Paese, o semplicemente ai numeri, che giocarono un ruolo fondamentale per lo sviluppo commerciale dell’Europa medievale: le cifre che oggi vengono utilizzate in ogni parte del pianeta provengono dall’antica numerologia indiana(6).

 

La lingua sanscrita è la lingua dello Yoga. Molti ricercatori provenienti dall’universo Yoga si avvicinano allo studio del sanscrito per approfondire la propria disciplina, acquisire maggiore consapevolezza delle antiche posture (asana) e delle tecniche di meditazione descritte negli Yoga-sutra di Patanjali. Come accennavamo, diverse sono le parole sanscrite che ormai fanno parte del nostro lessico: forse tra queste, insieme alla parola yoga, la più famosa di tutte è mantra. Uno degli aspetti più affascinanti del sanscrito è proprio quello relativo al suono. Il sanscrito si distingue infatti come la lingua musicale per eccellenza: nasce dalla purezza e dall’armonia del suono vedico (oggi riconosciuto dall’UNESCO Patrimonio dell’Umanità(7)), che, come accennato, una scuola di grammatici, tra cui spicca il nome di Panini, volle preservare inalterato nel primo canone linguistico dell’antichità; si avvale poi di un alfabeto straordinario, la scrittura devanagari, che “è qualcosa di più che un semplice sistema grafico: è una vera e propria trattazione di fonetica”(8) secondo la quale ogni simbolo grafico si legge in un unico modo e ogni suono ha un’unica rappresentazione.
Il sanscrito come lingua dei mantra. Cos’è un mantra? Il mantra è una vibrazione sonora che favorisce il controllo della mente e la meditazione. Si compone di parole senza tempo, come la sacra sillaba AUM(9), che esercitano un benefico potere sulla coscienza in termini di serenità e purificazione e sono per questo utilizzati anche a scopo terapeutico(10). Vi sono innumerevoli mantra, ma la tradizione dei maestri(11), proprio come nella tradizione esicasta occidentale, seleziona come universali quelli che comprendono i santi nomi di Dio, ad esempio:

 

Aum Namo Bhagavate Vasudevaya(12)

 

Il sanscrito, dunque, si configura come una lingua che introduce a una visione del mondo e a una spiritualità di carattere universale. Nella mia esperienza di discente e docente, ne posso testimoniare il crescente interesse: i quattro-cinque studenti di questa antica lingua, partecipanti alle lezioni di metà anni Novanta, oggi si sono quasi decuplicati. Forse, all’alba del terzo millennio, assisteremo al risveglio del fascino per i valori romantici?

 

Iacopo Nuti

 

Iacopo Nuti tiene corsi e seminari di lingua e letteratura sanscrita in varie città italiane. Laureatosi all'Università di Pisa, collabora con Istituti e Centri di cultura per la ricerca delle relazioni tra India e Occidente. Ha contribuito ad alcune pubblicazioni sulla lingua e la cultura dell'India antica.
Contatti: email iacoponuti@gmail.com cell. 347/5308812

 

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NOTE
1) A. Passi, Cenni di storia della lingua sanscrita, in C. Della Casa, Corso di sanscrito, Milano, Unicopli, 1998, p. VIII.
2) Enciclopedia della Letteratura Garzanti, p. 578.
3) Cfr. A. Giacalone Ramat e P. Ramat (a cura di), Le Lingue indoeuropee, Bologna, Il Mulino, 2003, p. 45.
4) Cfr. F. Bopp, Über das Conjugationssystem der Sanskritsprache in Vergleichung mit jenem der griechischen, lateinischen, persischen und germanischen Sprache [Sul sistema di coniugazione del sanscrito in comparazione con quelli del greco, del latino, del persiano e del germanico], Francoforte sul Meno, Andreaischen Buchhandlung, 1816.
5) Cfr. F. Schlegel, Über die Sprache und Weisheit der Inder [Sulla Lingua e la Saggezza degli Indiani], Heidelberg, Mohr und Zimmer, 1808.
6) Cfr. A. Camera e R. Fabietti, Storia antica e medievale, II, Impero romano e alto medioevo, Bologna, Zanichelli, 1983, p. 616.
7) Parigi, 7 novembre 2003, dichiarazione di Koichiro Matsuura, direttore generale dell’UNESCO, su presentazione redatta da Indira Gandhi National Centre for Arts.
8) S. Sani, Grammatica Sanscrita, Pisa, Giardini Editori, 1991,  p. 20.
9) Cfr. Bhagavad Gita, VII.8.
10) D. Frawley, Ayurveda e la Mente, Vicenza, Il Punto d’Incontro, 2000, pp. 180-192; M. Ferrini, Divinità, Umanità e Natura. Il monoteismo nella tradizione Vaishnava, Perignano, Centro Studi Bhaktivedanta, 2005, pp. 130-134.
11) Cfr. Siksastaka I, Caitanyadeva.
12) ‘Rendo omaggio al glorioso Signore, figlio di Vasudeva”. Sulle origini di questo mantra, cfr. Srimad Bhagavatam, canto IV, cap. 8, Bhaktivedanta Svami Prabhupada.

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