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Incontro con Desi Bruno, Garante dei diritti dei detenuti di Bologna.

Di Fabrizio Dentini   Gennaio 2009

 

 

La legalità intesa come rispetto delle regole è il metro attraverso il quale si misura lo stato di salute e necessità di una democrazia.
Se da un lato i cittadini sono chiamati ad adeguarsi alla legislazione corrente e a rispettarne le regole, dall’altro lato lo Stato ed i suoi organi, nell’esercizio delle rispettive funzioni, devono attenersi alla norme imposte come limite e tutela contro eventuali abusi nei confronti dei cittadini stessi.

Il discorso sulla legalità e sulla sicurezza è cavallo di battaglia delle principali formazioni politiche italiane, l’avvocato Desi Bruno, Garante dei detenuti di Bologna narrandoci la propria esperienza, ci fornisce un punto di vista utile a integrare le lacune che la politica spesso non approfondisce.

 

 

 

Avv. Bruno, qual è il ruolo del Garante e perché è fondamentale tale figura?

Innanzitutto i Garanti locali nascono con la finalità di essere sperimentazione di un Garante nazionale. Il Garante ha la funzione di mettere in contatto il dentro con il fuori, un ponte di comunicazione anche per creare dei comportamenti conformi alla legge, promuove i diritti delle persone recluse, persone che dovrebbero essere private solo della libertà personale, anche se in realtà ciò comporta la perdita di tutta una serie di altri diritti soggettivi. Uno sforzo per dare dignità alla detenzione e proiettarla verso il reinserimento, vero limite alla recidiva.

 

Dal punto di vista del rispetto delle norme e dunque della legalità qual è la situazione dell’istituto di pena bolognese?

Se parliamo delle norme che attengono alle condizioni di vita dei detenuti, prima di tutto bisogna fare i conti con la situazione di sovraffollamento, a Bologna tornato a numeri praticamente identici alla fase pre indulto. A fronte di una capienza regolamentare di 483 posti si oscilla fra le 1080 e le 1100 persone. La situazione è drammatica. Anche dove in ottemperanza del regolamento del 2000 si sono inserite le docce in cella, questo ha sottratto spazio alle persone ristrette che dovrebbero essere due ed invece sono di più. Attualmente è in corso di osservanza l’ordinanza disposta dal sindaco in materia di igiene e sanità, provvedimento attuato quando vengono segnalate situazioni di criticità, nel nostro caso dopo gli accertamenti delle ASL competenti e dopo aver riunito una serie di denuncie collettive da parte dei detenuti stessi. Le denuncie sono state verificate e le relazioni semestrali delle ASL hanno confermato una situazione di difficoltà generale dovuta al sovraffollamento unito ad una serie di punti critici. Lo spazio di questi tempi è quello che è e c’è poco da fare, i detenuti domandavano di avere una serie di mobili che erano al momento completamente rotti, i passeggi erano sporchissimi e pieni di immondizia, le condizioni dei bagni malsane,  visto che in carcere spesso piove, dentro c’era la muffa, le inferiate imbrattate dai piccioni e le numerose malattie che ciò può provocare, una palese insalubrità dei locali insomma.

 

In Italia è diffusa la sensazione che in carcere non vada più nessuno e che chi ci entra possa uscirne in breve tempo. Cosa pensa di tale constatazione?

In realtà in carcere ci va moltissima gente, anche se è vero che gran parte delle persone che ci vanno non ci restano molto. Il punto è che ci va tantissima gente per reati di bassissima offensività. Il fatto che le persone possono entrare ed uscire dopo pochissimo tempo significa che non era necessario farli transitare dal carcere. La prigione dovrebbe essere limitata ai reati gravi che offendono valori rilevanti, invece ormai per l’80% della popolazione detenuta si può parlare di detenzione sociale, laddove la collettività non riesce ad assorbire il disagio alla fine questo disagio si trasforma in discarica.

 

Fra molti detenuti è diffusa il detto che dopo il carcere un’altra galera abbia inizio, il percorso di reinserimento è spesso solo un progetto sulla carta. A chi attribuisce la responsabilità di tali difficoltà?

Le responsabilità sono molteplici. Da un lato si fa fatica a far capire che le persone che escono dal carcere con possibilità di lavoro rappresentano una garanzia per la sicurezza della collettività e non un pericolo. Dall’altro lato c’è anche un problema di mancanza di risorse dell’Amministrazione penitenziaria perché il percorso dovrebbe iniziare dentro, prima dell’uscita.

 

Sovraffollamento, strutture inadeguate, i danni causati dalla mancanza di personale, la detenzione nella città di Bologna può essere considerata un trattamento disumano e lesivo della dignità personale?

Il sovraffollamento è considerato dal Comitato europeo contro la tortura e dalle regole minime europee come maltrattamento e trattamento contrario al senso di umanità. Oggettivamente tre persone per cella rappresentano una condizione non accettata dagli standard europei quando per persona dovrebbero essere garantiti almeno 7 metri quadri, mentre qui ci sono tre persone in 10 metri quadri.

 

 

 

Alla luce delle parole del Garante due riflessioni sorgono spontanee: primo la maggior parte delle persone detenute attualmente nelle carceri italiane appartengono per origine e condizione sociale a quegli strati di popolazione per i quali il delitto diventa necessità, il recidivo è spesso un lavoratore straniero  irregolare, lo zoccolo duro dell’umanità senza diritti presente nella nostra società. I precari di oggi guardano con angoscia a questa condizione sociale, probabile futura soglia della loro medesima condizione. Con il termine recidivo si vuole dunque tornare a configurare la delinquenza come un tratto biologico, lombrosiano, omettendone volutamente le concause sociali.
Secondo, l’illegalità persistente all’interno delle carceri italiane conduce il detenuto verso un percorso opposto all’ipotesi di reinserimento, verso una radicalizzazione della propria posizione rispetto alla società. L’inosservanza della legislazione vigente ed il mancato perseguimento dei responsabili di tale situazione, funzionerebbe come meccanismo subdolo di istigazione alla delinquenza: inoltre, quando lo Stato, istituzione primaria dell’autorità, fallisce perseverando negli anni, nel garantire il rispetto del proprio corpo legislativo, non assume esso stesso la forma giuridica del recidivo?

 

Fabrizio Dentini

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