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I ricordi sono un plotone di esecuzione

In molti istituti penitenziari italiani, centinaia di uomini condannati alla pena dell’ergastolo hanno iniziato uno sciopero della fame, per sensibilizzare l’opinione pubblica e l’apparato politico, sulla possibilità di abolire quel “fine pena mai”.

Indipendentemente dagli slogans usati, dai manifesti proposti che veicolano questa protesta pacifica, occorre distaccarsi dalle forzature ideologiche insite nei meccanismi perversi che il carcere ingenera, dalla violenza che abita la carta di identità del detenuto.
Ergastolo, "fine pena mai": il dazio da pagare per il male fatto agli altri, una pena che affligge, punisce e separa dalla collettività. Una pena che sancisce la fine di un tempo che non passa mai, un tempo che non esiste. Che non ti assolve.
In questa manifestazione non dovrebbe colpire l’uso improprio delle parole, prassi comune in una galera che imprigiona l’ottimismo, la ragione e l’obiettività,  bensì constatare come “l’occhio non si articola più con la bocca”. Ciò vuol dire che il carcere è peggiore di come era prima della riforma, non sorprende quindi il pessimismo che accompagna il destino di tanti uomini: certamente ciascuno differente per vissuto personale e percorso esistenziale intrapreso.
Ergastolo, sbarre appese alla memoria per ricordare: 30 anni di carcere scontato non sono un'astrazione, decenni di ferro sbattuto sui rimorsi che lasciano un segno, un'apnea che restringe i polmoni.
Neppure le parole usate sembrano avere significato, nella bocca del detenuto diventano suoni, parole svuotate di tutto ciò che invece intendono portare con sè.
"Fine pena mai", storie blindate e anonime, per cui giorno dopo giorno, il passato ricompone la sua trama, e passato, presente e futuro sono lì, ben allineati nel presente, in un attimo dove il domani non esiste.
A volte una cella, uno spazio chiuso fa strani effetti, ti riduce, ti restringe, ti limita, ti spegne. Eppure a fronte di questa morte annunciata, c'é il sorprendente incontro con gli altri, c'é lo stupore di ritrovarsi al cospetto dell'universo interiore che é in noi, il quale ci conduce alla scelta di rinnovarsi, di cambiare, per tentare di essere un uomo libero nonostante le catene ai polsi
Mentre questi uomini useranno il linguaggio del corpo sofferente,  forse occorrerà ri-flettere, ritornare a pensare  all’opportunità di un cambiamento radicale, dall’interno all’esterno della persona, dal cuore al viso, come ha detto qualcuno.
Forse c’è davvero la necessità di ricominciare attraverso percorsi condivisibili a rientrare costitutivamente nell’essere umanità ritrovata, con nuovi impegni, nuove responsabilità, per mezzo di una pena che, partendo dalla dignità della persona, dalle sue capacità e risorse, nel rispetto di una doverosa esigenza di giustizia della vittima, ricerca e scopre nuove occasioni di riscatto e riparazione.



Vincenzo Andraous

Carcere di Pavia e tutor Comunità Casa del Giovane
- dicembre 2007

 

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