Home page di Riflessioni.it

Nella rubrica "Riflessioni sul Senso della Vita":

rubriche Rubriche

rubriche d'autore Rubriche d'Autore

interattività Interattività

utilità Utilità

servizi Servizi

menu Sul Senso della Vita
menu La Riflessione
menu Testi per riflettere
menu Riflessioni Filosofiche
menu Riflessioni dal Carcere
menu Riflessioni dal Web

 

 Riflessioni Celebri
 Riflessioni Semplici
 Canzoni (Testi)
 Video riflessioni
 ECOriflessioni

menu Conversazioni con...
menu Paradigma Sperimentale
menu Riflessioni Antropologiche
menu Riflessioni Pedagogiche
menu Riflessioni Sociologiche
menu Salute e alimentazione
menu Sul Sufismo
menu Sull’Alchimia
menu Sulla Cultura Vedica

 Sulla Laicità
 Sulla Massoneria
 Sulla Mente
 Sulla Psicosintesi
 Sulla Simbologia
 Sulla Tecnosophia
 Sulle Scienze
 Sull'Esoterismo
 Sull'Ottava

menu LettereOnLine
menu Esperienze di vita
menu FORUM
menu Prosa e Poesia
menu Pensieri brevi

menu Enciclopedia
menu Dizionario Filosofico
menu Dizionario Religioni
menu Dizionario Saggezza
menu Breviario per Laici
menu Libro Proverbi Falsi
menu Miti Leggende Fiabe

menu Oggi sui quotidiani
menu Meteo
menu Cartoline Virtuali
menu Siti consigliati
menu Eventi
menu Contatti

>> Sei nella sezione Rubriche          

Riflessioni dal carcere
Riflessioni sul carcere che è società.   di Vincenzo Andraous

 

Ruolo e utilitā sociale del carcere   Dicembre 2009

 

Ruolo e utilità sociale del carcereQuante volte abbiamo scritto su quel perimetro deliberatamente dimenticato qual è il carcere, infinite volte ai silenzi assordanti sono seguiti sofismi e editti che sono rimasti lettera morta. Grosse fette della Società, delle Istituzioni, dei Governi, hanno speso parole e intenzioni, ma opere ben poche, se non quelle del redigere rapporti di morti sopravvenute e di utopie tutte a venire: nonostante le dimensioni di una disumanità ormai divenuta regola, di un moltiplicarsi tragico di suicidi, di autolesionismi, di miserie umane così profondamente deliranti, senza più una professione di fede, neppure quella della strada.
Il popolo della galera non ha più generazioni da consegnare alla storia, quelle che in essa si sono imbattute, sono ormai annientate e hanno portato con sé la rabbia, il furore, la follia. Dell’utilità della pena, del ruolo sociale del carcere si parla per scatti, per ripicche, se ne parla per non parlarne più, per levarci dalle scatole un fastidio, non per rendere giustizia a chi è stato offeso né a chi l'offesa l'ha recata. Se ne parla per rendere nebulosa e poco chiara ogni analisi, se ne parla per nascondere l'ingiustizia di una giustizia che tocca tutti.
Il detenuto non è un numero, né un oggetto ingombrante... Lo dice il messaggio cristiano, dapprima, e quello di umanità ritrovata poi, e invece la realtà che deborda da una prigione è riconducibile all'umiliazione che produce il delitto, ogni delitto nella sua inaccettabilità.
E' proprio questa irrazionalità che genera pericolose disattenzioni, a tal punto da ritenere il recluso qualcosa di lontano, estraneo, pericoloso per sempre, qualcosa di non ben definito. Dimenticando che stiamo parlando di persone, di pezzi di noi stessi scivolati all'indietro.
Carcere duro, sottonumero di organici, corpi speciali e corpi adagiati stancamente su piedistalli di carta, lamenti e grida, sostituiscono il delirio di onnipotenza di ieri, fino a formare l'ossatura del carcere odierno, composto per lo più da una grammatura incontabile di commiserazione, che neppure intende sottrarsi alla sepoltura di ogni dignità calpestata. Eppure, nonostante le fratture, le lacerazioni, le assenze eterne siano le fondamenta su cui poggiano le ultime speranze, è palese il tentativo di una involuzione che incoraggia al presente ideologie senza alcun Dio, se non quello della forza.
Nei decenni trascorsi tra sbarre e filo spinato, ho avuto netta l'impressione che incapacitare fosse l'unica risposta da parte di una Società, e quindi uno Stato, di porsi a mezzo al dilagare della violenza. Sebbene tremendo nel suo effetto, non sorprende in quegli anni di rivolte e di ribellioni, l'intendimento di spersonalizzare e annullare l'identità del detenuto. Ma oggi che il carcere è per lo più un contenitore di numeri e di miserie, a che pro riproporre le armi della sola repressione, rifiutare una realtà infarcita di membra piegate e piagate?
Proprio ora, che il lamento non è più un grido di guerra.
E' vero, il detenuto non è la vittima, le vittime sono senz'altro altri, feriti, offesi, scomparsi, ma il detenuto è persona che sconta la propria pena, che vorrebbe riparare, se posto nella condizione di poterlo fare.