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Estasi e panico

 

La riflessione che segue propone un confronto tra due concetti, quello di estasi e quello di panico, apparentemente ed immediatamente riconducibili a due esperienze opposte, concetti tuttavia che, ad un esame più attento, mostrano profonde ed inaspettate similitudini, fino a rivelarsi, due momenti, due fasi, di un medesimo processo.
L'estasi richiama ad un'esperienza a carattere marcatamente positivo, corrisponde ad una sorta di acme del piacere esperito con tutti i sensi, esperienza altamente anelata da molti, più che augurabile, in quanto ha a che fare con il sublime; è l'esperienza eccezionale di contatto con la dimensione più elevata l'uomo sappia immaginare.
Il panico al contrario rimanda ad un'esperienza a carattere marcatamente negativo, spiacevole, relegato per lo più alla sfera del patologico: qualcosa che nessuno si augura, come il dolore e che, in quanto tale, sembra lo si possa solo subire; anche qui sono coinvolti tutti i sensi in un'esperienza altrettanto totalizzante.
Fin qui ci troviamo entro i limiti della più ortodossa dualità: due esperienze contrarie, appartenenti a campi differenti (quello religioso/rituale il primo, quello psicopatologico/psichiatrico il secondo), associata al bene, al piacevole l'una ed al male, allo spiacevole l'altra.
Tuttavia, come già l'accostamento - non certo nuovo - tra "sacro e follia" anticipa, la somiglianza profonda tra realtà apparentemente contrarie, può essere colta solo se si riesce a prendere sufficiente distanza da qualsiasi pre-concetto, tanto da assumere un autentico atteggiamento dialettico, che non può che spingere, per sua natura, a superare l'opposizione dualistica fino ad aprirsi ad una visione superiore e più ampia, capace di realizzarne la sintesi.
La realtà può quindi essere percepita all'insegna della dualità, e quindi ordinata secondo il principio rigido (bene/male, giusto/sbagliato, piacevole/spiacevole,…) oppure può essere colta nella sua unitarietà, nel suo essere una al di là delle apparenze e pertanto, più che contraddittoria, multiforme nelle sue manifestazioni.
Ricordiamoci che questa differenza, più che dalla realtà stessa, dipende dall'atteggiamento psicologico di chi la indaga: è cioè una variabile dipendente dalla visione del mondo dell'osservatore, dalle caratteristiche dell'occhio che vede.
Va da sé che ogni percorso di conoscenza, filosofico o spirituale che sia, nella misura in cui porta in sé un'apertura alla visione universale, indica la necessità di superare la visione apparente ed immediata, spesso frammentata e mette in guardia rispetto al dualismo che trae spesso in inganno i nostri sensi ed il nostro giudizio; questo tipo di invito, nel quale ci ritroviamo, porta a considerare la molteplicità cogliendola però all'interno di una visione globale, unitaria, che, lungi dal negare le differenze e le innumerevoli sfumature, ne riconosce senso ed esistenza entro una totalità armonica, che talvolta è solo intuita, altre volte - più rare - è invece concretamente percepita.
L'ipotesi che vogliamo seguire è allora quella secondo cui i due concetti da cui siamo partiti, l'estasi ed il panico, sarebbero due espressioni di un medesimo fenomeno, ovvero l'irrompere del ‘numinoso’, della totalità dell'esistenza, con la sua immensità ed atemporalità, nella piccola vita del singolo soggetto che ne fa esperienza, il quale, per mille ragioni e contingenze, può presentare accoglienza o rifiuto e quindi può riportare differenti ed anche contrastanti vissuti.
Entrambi fanno riferimento a qualcosa di straordinario, di eccezionale, percepito prevalentemente all'interno della sfera emotivo/sentimentale, qualcosa di poco dicibile, di estremamente intenso seppure passeggero ed effimero.
Entrambi comportano una sorta di strascico, di continuazione, che si dice in termini di "desiderio che riaccada" nel caso dell'estasi e di "paura/presentimento che riaccada" nel caso del panico, aspetto che possiamo anche intendere come una forma di attaccamento, (desiderio del piacevole; paura dello spiacevole).
La somiglianza tra le due esperienze si fa più evidente nella misura in cui cerchiamo di focalizzarne il "valore assoluto", mettendo tra parentesi il segno +/-, l'interpretazione, il giudizio in termini di buono/cattivo, piacevole/spiacevole.
Il mettere in relazione ed in qualche modo a confronto le due esperienze ci permette di introdurre l'esistenza probabile di un ulteriore livello di percezione - uno stato di coscienza - che supera entrambi i precedenti e che potremmo ancora chiamare ‘estasi’ intesa però in un'accezione diversa da quella cui ci siamo riferiti fin qua: una sorta di passaggio sintetico ulteriore, appartenente ad una sfera di consapevolezza superiore, cui sia il panico che l'estasi rimanderebbero, e che possiamo, per meglio intenderci, ricondurre a quel livello di percezione ‘altro’, a quello stato di gioia duratura, frutto del difficile ed infinito allenamento al distacco.

 

Proviamo intanto ad avvicinarci all'etimologia dei due concetti:
Estasi: dal greco due derivazioni possibili: da estasi = stato di "stupore della mente"; oppure da estasi = "uscire fuori da sé".
E' una forma particolare di esperienza psicologica caratterizzata da un forte senso di espansione, dall'impressione di essere improvvisamente catapultati fuori dal contesto percettivo abituale e di entrare in altre e più ampie dimensioni.
E' frequentemente associata ad esperienze religiose di tipo mistico, anche se si ammette la possibilità di estasi estetica o di stati di coscienza particolarmente elevati, non necessariamente religiosi, definiti "esperienze vertice" o, secondo la definizione poetica di Roman Rolland, "sentimento oceanico".
E' generalmente intesa come un'esperienza di trascendenza nel senso che induce il senso di scavalcamento dei limiti dell'individualità personale per espandersi fuori di sé, in comunione con ciò che può essere chiamato Totalità, Infinito, Dio, a seconda del contesto culturale/religioso in cui viene considerata.
Può essere definita come uno stato alterato di coscienza in cui la mente (intesa come insieme di funzioni quali attenzione, memoria, consapevolezza) ed il cervello funzionano in modo diverso dalla coscienza abituale dello stato di veglia.
L'esperienza psicologica di uscita da sé che ne deriva è caratterizzata da piacevole sensazione di unitarietà della coscienza, nella quale è stata superata la molteplicità dei sensi, dei concetti e di ogni altro contenuto empirico, così che si sperimenta solo una vuota e gioiosa unità.
L'estasi, come esperienza mistico/religiosa, si trova in tutti gli stadi culturali; nelle società tribali può avere parte nelle cerimonie di iniziazione e viene spesso ricercata e/o indotta attraverso danze e particolari movimenti ritmici, capaci di provocare particolari fenomeni psichici e fisiologici caratterizzati dalla momentanea perdita delle normali funzioni della coscienza e dei sensi. Spesso questi effetti vengono interpretati come aventi una peculiare rilevanza religiosa in quanto momento di contatto diretto e personale con Dio o con spiriti e forze soprasensibili.
E' detta unio mystica della tradizione cristiana, samadhi nell'induismo, satori nello zen, fana nel misticismo islamico dei sufi.
Questo legame della condizione estatica con la dimensione più intima e profonda dell'esperienza interiore di ciascun soggetto ne segna i limiti per un'indagine oggettiva: l'osservatore esterno non può entrare nel nucleo profondo dell'esperienza.
In termini più prettamente psicologici l'estasi può essere individuata in quel particolare stato di coscienza in cui l'individuo sospende la comunicazione con l'ambiente, riducendo la sensibilità per gli stimoli esterni.
Jaspers spiega il fenomeno come un'interruzione della relazione soggetto-oggetto, che è la condizione normale della nostra esperienza, in vista di una ricerca di senso che oltrepassa l'ordine sensibile: "mentre la maggior parte dei fenomeni psichici che siamo in grado di descrivere sono descritti nell'ambito di una scissione di soggetto e oggetto, come proprietà del lato soggettivo e di quello oggettivo, esistono peraltro anche esperienze psichiche nelle quali la scissione di soggetto e oggetto non c'è ancora o è sospesa".
L'estasi sarebbe una forma di questa sospensione.
Non sono mancate, nella tradizione psicoanalitica, interpretazioni patologizzanti di questi episodi, tese ad assimilare l'esperienza estatica a forme regressive di tipo schizofrenico, o talvolta a forme isteriche: un esempio per tutti, molto interessante per noi vista l'associazione delle due esperienze, è lo studio di Pierre Janet, psicopatologo alla Salpetrière, sulla sua paziente/mistica Madeleine, titolato appunto "Dall'angoscia all'estasi".
A questo proposito è di estremo interesse un testo recente di Catherine Clèment, filosofa francese e Sudhir Kakar, psicoanalista indiano, intitolato: "La folle e il santo" (ed. Corbaccio) in cui vengono raffrontati due personaggi quasi contemporanei: Ramakrishna e Madeleine, appunto, i quali presentavano comportamenti particolari di tipo estatico molto simili, che sono stati interpretati in maniera assai diversa, dati i due contesti geografici e culturali differenti nei quali vissero, India e Francia, dal che risulta appunto santo/mistico lui e folle da ricovero lei.
Va da sé che qualsiasi visione del mondo che non prenda in considerazione l'esistenza della dimensione universale come realtà vera e tangibile, non può che interpretare riduttivamente il senso di espansione di sé cui l'estasi rimanda come forma di regressione a quella dimensione pre-relazionale che Freud ha definito "narcisismo primario", o addirittura come nostalgia e desiderio di regressione alla condizione prenatale.
Esistono studi secondo cui ci sarebbe un nesso tra esperienza precoce di lutto e chiamata mistica, come David Auerbach propone: quando la perdita di un genitore o di un sostituto parentale sopraggiunge in una fase molto precoce della vita, può rafforzarsi un doloroso senso d'abbandono che può indurre alla ricerca successiva del "Tu eterno"; ci sarebbero alcuni esempi: Teresa d'Avila cominciò la vita religiosa all'età di dodici anni, con la morte della madre; Giovanni della Croce, il cui padre morì pochi mesi dopo la nascita del figlio; Martin Buber fu abbandonato dalla madre quando aveva solo tre anni.
La vita mistica sarebbe quindi anche un modo di diminuire l'agonia della separazione, di attenuare il dolore della perdita, di ridurre la tristezza del lutto, il che non significa necessariamente che sia solo una ‘strategia consolatoria’ dell'Io. Semmai ciò testimonia come l'esperienza del dolore, della mancanza, sia elemento essenziale all'estasi quale percezione della totalità.
C’è tuttavia sicuramente del vero in quanto afferma T.S. Eliot, quando osserva che ‘un uomo non si unisce all'universo finché trova qualcos'altro a cui unirsi’.
In ambito filosofico, nella filosofia alessandrina e neoplatonica in particolare, si parla di estasi secondo un'accezione decisamente più elevata: cioè come di un’esperienza che riguarda la sfera del pensiero più che quella emotivo/sentimentale; (si tratta della medesima differenza cui fa riferimento M. Vannini quando distingue la "mistica nel senso forte" dalla cosiddetta "mistica del sentimento": la prima appartenente alla sfera dello spirito, la seconda alla sfera dello psichico).
In quel contesto l'estasi viene definita come una trasformazione dell'intelligenza operata da Dio nell'uomo (Filone) ovvero l'atto semplice ed intuitivo con cui l'anima si unisce all'Uno (si riconosce essere l'Uno) uscendo da sé ovvero quando l'individuo attua l'assoluto distacco prima di tutto da se stesso in quanto soggetto psicologico (Plotino).
Giordano Bruno fa dell'estasi (raptus mentis) la meta ultima del processo filosofico ed etico come momento dell'unione dell'eroico intelletto con la verità, suo oggetto.

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