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Estasi e panico

 

Panico: dal greco panico , termine che deriva dal nome Pan, dio delle montagne e della vita agreste: era detto timor panico o terrore panico quel timore misterioso e indefinibile che gli antichi ritenevano cagionato dalla presenza del dio.
Pan è un dio che viene rappresentato mezzo uomo e mezzo animale; incarna quindi la natura complessa dell'essere umano che - spesso con difficoltà ed estrema confusione - porta in sé i tre universi: animale, umano, divino, (in corrispondenza con corpo, psiche, spirito). Figlio di Ermes e della figlia di Driope fu portato sull'Olimpo da Ermes, ebbe nome Pan perché si rivelò capace di rallegrare il cuore di tutti. Sarà visto in seguito da mitografi e filosofi come incarnazione dell'Universo tutto.
Nel linguaggio psicologico indica un episodio acuto di ansia caratterizzato da tensione emotiva e terrore intollerabile che può scatenarsi in un individuo che si sente posto di fronte ad un senso di pericolo inaspettato ed immotivato o quanto meno sproporzionato alla situazione concreta, cadendo in uno stato di confusione ideomotoria, caratterizzata per lo più da comportamenti irrazionali.
Oggi esiste una definizione più specifica: D.A.P. (Disturbo da Attacchi di Panico) con tanto di studi epidemiologici e di terapia farmacologica (imipramina).
Sul piano epidemiologico compare tra i 15 e i 35 anni, è più frequente nelle donne ed è distribuito in modo uniforme in tutte le classi sociali.
Freud fu il primo a descrivere in modo dettagliato l'attacco di panico nell'ambito delle nevrosi d'ansia.
Dal 1962 il DAP ha una sua "dignità clinica" nell'ambito dei disturbi d'ansia e dal 1980 è riconosciuto alla stregua di "sindrome clinica".
Va detto che se per un lato la descrizione e la definizione in termini clinici dell'attacco di panico è di fondamentale importanza per chi ne soffre in solitudine, in quanto permette di dare nome e di rendere comunicabile ciò che altrimenti resterebbe un'esperienza terrifica vissuta in silenzio, nell'isolamento, per contro esiste il rovescio della medaglia rispetto a tanta cura descrittiva, ed è precisamente il rischio dell'oggettivazione: una volta oggettivato il malessere lo si disconosce come dinamica essenziale presente in noi.
Quindi, dopo una doverosa attenzione ai particolari dell'esperienza, è bene aprirsi al possibile senso, accedere al significato simbolico, al messaggio inconscio che tale sintomo sta cercando di veicolare ad una coscienza evidentemente ancora sorda o troppo chiusa.
E' bene dunque non vada persa la forte valenza di scuotimento che costringe a prendere contatto con un modo di percepire il reale ‘altro’ rispetto al solito.
Come ogni sintomo anche il panico va accolto in termini di messaggio dell'inconscio che chiede decodifica e non come uno sgradevole imprevisto che va zittito o eliminato.
L'attacco di panico si manifesta immediatamente sul piano vegetativo: senso di costrizione toracica, con dolore e accelerazione dei battiti cardiaci e palpitazioni, dispnea, respiro affannoso, sudorazione, vertigini, parestesie, vampate di calore, brividi di freddo, tremori, ... che possono simulare varie malattie organiche. Non a caso, pare, il 20% dei casi sviluppa tematiche ipocondriache.
A livello psichico comporta senso di perdita di controllo di idee e azioni, senso di svenimento e di morte imminente. In alcuni casi c'è senso di depersonalizzazione e derealizzazione, gli oggetti presenti possono apparire deformati o in movimento.
Spesso c'è ipersensibilizzazione a stimoli luminosi e sonori: tutti aspetti che tendono ad alterare la ‘normale’ percezione della realtà.
Il primo specialista consultato è in genere il cardiologo, ma spesso è il Pronto Soccorso od il Servizio di Medicina Interna ad ospitare i "panici" alle loro prime esperienze.
Una delle caratteristiche più importanti è il carattere improvviso e drammatico del vissuto; il soggetto percepisce un'ansia come totalmente estranea ed incontrollabile, senso di impotenza devastante associato a paura e vissuto di minaccia per la propria integrità fisica e psichica (l'Io).
Nella maggioranza dei casi tutto è vissuto e celato nella sfera privata, (altra caratteristica importante) grazie alla collaborazione dei familiari più vicini.
L'attacco di panico infatti talvolta si manifesta in casa (generando paura di restare soli in casa) ma più spesso fuori casa (con conseguente paura di uscire).
Condizione frequente di scatenamento è la guida in automobile (autostrada, sopraelevata) o sui mezzi di trasporto pubblico, o sul posto di lavoro o in luoghi pubblici (cinema, teatro, supermercato,…).
Altra caratteristica importante è l'ipermnesia: in genere i ‘panici’ ricordano alla perfezione anche a distanza di anni, il modo in cui è insorto il primo attacco di panico e i particolari esperiti e tendono a riferirne la descrizione con intensa partecipazione emotiva e dovizia di particolari.
Ancora un aspetto caratteristico del D.A.P.: il fenomeno definito "ansia anticipatoria", ovvero il timore che gli attacchi si ripetano, una sorta di tensione ansiosa che accompagna il soggetto anche in assenza delle crisi.
L'ansia anticipatoria è meno intensa dell'attacco di panico ma dura molto più a lungo ed in alcuni casi costituisce l'elemento maggiormente invalidante; può interferire nella vita globale spingendo il soggetto a mettere in atto, a scopo difensivo, una serie di meccanismi di evitamento: si tende ad evitare le situazioni considerate a rischio (guida, autostrada, luoghi lontani da casa o da ospedali) e a rimanere in casa, fino a limitare considerevolmente il proprio spazio di movimento; nei casi gravi i soggetti diventano incapaci di uscire da casa se non accompagnati, e arrivano a sviluppare la cosiddetta "paura di avere paura" (fobofobia).
La paura dell'attacco di panico, l'elemento - come abbiamo visto - costante del panico, segnala un desiderio (inconscio) proprio di ciò che tanto è temuto: l'uscita dal controllo, rassicurante ma anche costringente di ciò che è familiare, conosciuto.
Le interpretazioni sono varie: Hillman riconduce il panico alla paura della propria istintualità animale, che avrebbe in Pan, il dio/capro, la sua espressione mitologica.
Altri autori (P. Prini) tendono a ricondurre invece il panico all'irrimediabile senso di finitezza di cui soffre l'umano, posto a metà strada tra la pura istintualità animale (condizione che non gli appartiene più) e la consapevolezza lucida e costante, propria del divino (condizione che non gli appartiene ancora).
Se nei soggetti predisposti all'estasi, come abbiamo visto, è spesso rintracciabile un lutto precoce, nella storia dei soggetti ‘panici’ compare spesso il tema della morte o come esperienza di lutto non pienamente vissuto (difesa dal dolore) o anche come insorgenza precoce del pensiero della morte, quale interrogativo troppo ingombrante ed impegnativo e pertanto accuratamente evitato.
Il panico dunque è spesso inteso come una delle manifestazioni (o esasperazioni) dell'ansia, ma spesso, nella tendenza a patologizzare, si dimentica che l'ansia è un aspetto proprio della condizione umana, della sua natura contraddittoria, perennemente stretta in un conflitto tra due estremi: la dimensione particolare, individualissima (l’Io) da un lato, e l'apertura universale (il Sé) dall'altra.
Il Panico è la paura verso qualcosa di indeterminato, che non si precisa in nessun oggetto di riferimento concreto, e contro cui non c'è nulla da fare.
Ci spinge a scoprire ‘come’ relazionarci con la paura: non va combattuta, non va negata né giudicata, va invece riconosciuta ed accolta affinché possa rivelarsi preziosa compagna di percorso. Ci costringe a trovare il coraggio di reggere la paura e starle accanto, senza fuggirla né soccombere: confrontarcisi scoprendo la possibilità di continuare ad esistere e a vivere pur con la paura; solo allora, quando avrà provocato in noi un poderoso cambiamento di atteggiamento (ci vuole coraggio per reggere le proprie paure!) allora, forse, potrà abbandonarci.
A questo punto possiamo provare ad evidenziare gli elementi comuni ad estasi e panico:

  • insorgenza improvvisa ed inaspettata dell'episodio (estatico o panico);

  • sproporzione tra banalità del presunto stimolo e intensità del sentire;

  • trasfigurazione della percezione solita di sé e dell'ambiente: percezione non ordinaria (straordinaria) della realtà;

  • frattura, strappo dalla trama ordinaria degli eventi per cui accade un ‘non evento’ non cercato, non costruito: qualcosa ‘accade’, appunto;

  • probabile associazione con il tema della morte.

In entrambe le situazioni si ha l'impressione che il funzionamento abituale della coscienza si sregoli e vada persa la familiarità solita.
A questo punto, nel tentativo di un'interpretazione convincente, si può optare per il riduzionismo patologizzante, che riduce appunto sia l'estasi che il panico ad episodi di regressione della mente più o meno gravi, oppure, rovesciando i termini, si può tentare di scorgere, nell'estasi come nel panico, un tentativo (spesso ancora goffo e maldestro) da parte del soggetto (inconscio), di aprirsi un varco nella personalità individuale verso una intuita completezza spirituale, verso l'apertura all'Uno quale vera identità.
In termini junghiani potremmo dirla come un tentativo del Sé di manifestarsi all'interno di una personalità che, nel caso del panico, è ancora prevalentemente preda dell'Io e delle sue manovre di controllo.
Si tratta allora di individuare l'esistenza di un probabile punto critico di equilibrio tra la piena espansione dell'angoscia - giustificata ed accettabile, visto lo ‘sregolamento della coscienza’ - ed il suo trapasso possibile nell'espansione oceanica propria del rapimento estatico.
Questo ci fa intravedere la possibile successione dei due stati d'animo, un passaggio dall'uno all'altro, in un unico processo che li conterrebbe entrambi.
L'angoscia è allora parte integrante dell'esperienza dell'Uno; non può esserci esperienza estatica "ingenua": essa deve passare attraverso l'incontro con il perturbante; l'angoscia ha infatti una funzione di risveglio, è la lacerazione del torpore ovattato di una piccola esistenza infantile, protetta e prevalentemente inconscia. Lo stupore e lo spavento che emergono sono reazioni spontanee di un Io che si trova a prendere atto concretamente di una dimensione che lo trascende e lo sostanzia al tempo stesso e che egli non può assolutamente controllare.
E' grazie a tale scuotimento che l'Io può rendersi conto della sua assoluta relatività e dell'interdipendenza di ogni cosa (‘Io’ compreso) da tutto il resto, quel ‘Tutto’ cui può abbandonarsi fiducioso o a cui può strenuamente contrapporsi, cercando di resistergli, in una battaglia che è già persa in partenza.
Il passaggio dall'angoscia all'estasi può prodursi solo se il soggetto accetta ed impara ad accogliere quello spaesamento radicale che l'ha gettato nell'angoscia.
Se, al contrario cerca istintivamente di resistervi e di tornare indietro, all'universo familiare da cui l'angoscia l'ha strappato, l'esperienza prenderà inevitabilmente la direzione del panico.
Si tratta di cogliere quella "sospensione particolare fra l'angoscia e l'estasi", quell'attimo in cui il soggetto può dare il consenso oppure sancire il rifiuto nei confronti di un'intensità giudicata come insopportabile; quell'attimo decide le sorti dell'esperienza stessa che può trasformarsi nella sensazione di infinito (l'oceanico), qualora ci sia l'abbandono dell'Io al Sé, o può incagliarsi nel timore costante di un'angoscia sempre imminente e mai del tutto superata.
Indubbiamente per alcuni soggetti questo passaggio sarà più critico che per altri ma, se superato, si rivela sicuramente decisivo. Finché resta una difesa, un irrigidimento non ci si permette di soffrire fino in fondo, con tutto il cuore (‘soufrir’, in francese, ha il doppio significato di ‘patire’ e di ‘tollerare’) non si fa l'esperienza completa, col superamento del pregiudizio (‘non ce la faccio’), quindi non si passa dal panico all'estasi.

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