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Riflessioni di giustizia olistica: relazioni tra consumo delle risorse e alimentazione

di Bruno E. G. Fuoco -  ottobre 2012

 

Bruno E. G. Fuoco (1959), dopo aver conseguito con il massimo dei voti la Laurea in Giurisprudenza all’Università di Roma, ha perfezionato i suoi studi giuridici presso l’Università R. Cartesio di Parigi. Docente in corsi di formazione in materia di autotutela e azione amministrativa, autore di vari volumi e saggi in materia giuridica, svolge attualmente attività di consulenza giuridica. Si occupa, altresì, di educazione civica e di giustizia in prospettiva olistica. Nel recente volume “Il codice delle Leggi morali – approccio olistico al cambiamento”, ha raccolto gli esiti della sua ricerca olistica.

 

Riflessioni di giustizia olistica: relazioni tra consumo delle risorse e alimentazioneLa crisi economica spinge tutti noi ad accedere ad una nuova prospettiva in merito al valore delle risorse che consumiamo per alimentarci e alla dimensione reale dei nostri bisogni.

Il diritto scritto lambisce la questione dei consumi individuali e non si ingerisce negli stili di vita individuali.

Ma l’iniqua distribuzione delle risorse e la progressiva riduzione naturale delle stesse, occupano un posto di primo piano nel “pensiero responsabile” di molti cittadini e di numerose istituzioni.

Come è noto, il numero di abitanti sta progressivamente aumentando su alcune parti del pianeta, soprattutto, nelle aree più povere. In altre aree del pianeta, invece, ove vi è maggiore benessere economico, il numero di abitanti sta diminuendo. Attualmente, la popolazione sulla Terra, superiore ai sette miliardi, è ritenuta molto elevata.

Il numero di abitanti non è evidentemente ininfluente in quanto, come spiegano gli esperti, ad ogni essere umano corrisponde una quota di natura a disposizione, stante il carattere limitato delle risorse. In particolare, l'impronta ecologica rappresenterebbe l’unità di misura della domanda di risorse naturali fruibile da parte dell'umanità (1). Le analisi quantitative effettuate comprovano l’esistenza di un equilibrio imprescindibile da rispettare.

L’organismo, come precisava Ludwig von Bertalanffy, “non è un sistema statico chiuso verso l’esterno e tale da contenere sempre gli stessi componenti: è un sistema aperto... e che, rispetto all’ambiente esterno, è in una relazione continua di scambio di materiali”. Ogni organismo vivente "si trova in un processo costante di cambiamento del mondo in cui vive prendendo dei materiali ed espellendone altri. Ogni atto di consumo è anche un atto di produzione e viceversa. Quando consumiamo del cibo, produciamo non solo gas ma anche prodotti solidi di scarto, che sono a loro volta i materiali di consumo di altri organismi" (2).

Il meccanismo di equilibrio su cui poggia il pianeta è presente anche nei geni come principio di ‘autoregolazione’, come insegnano i genetisti: “per ogni ambiente la natura ha previsto un numero appropriato. Se una specie animale supera un certo numero, la sua popolazione inizia a decrescere... lo stesso fenomeno si ritrova nei geni… i nostri geni sono programmati per mantenere un numero appropriato e la morte è una parte essenziale di questo processo … viceversa, uno sguardo al comportamento umano suggerisce che abbiamo perduto l’arte di autoregolarci a mano a mano che si è avvicinata l’era moderna” (3).

Il processo di autoregolazione è il cardine della teoria della Terra quale organismo vivente elaborato dallo scienziato Lovelock: “la teoria di Gaia supera il sapere convenzionale che considera la Terra un pianeta morto fatto di rocce, oceani e atmosfera inanimati, e semplicemente abitato dalla vita. Bisogna considerare la Terra come un vero e proprio sistema, che comprende tutta quanta la vita e tutto quanto il suo ambiente strettamente accoppiati così da formare un’entità che si autoregola... Non possiamo più pensare alle rocce, agli animali e alle piante come se fossero entità separate. La teoria di Gaia dimostra che c’è una stretta concatenazione fra le parti viventi del pianeta – piante, microrganismi e animali – e le sue parti non viventi – rocce, oceani e atmosfera” (4).

Ciò premesso, la nostra riflessione vuole appuntarsi, in questa sede, sulla nutrizione (5) nella prospettiva di una giustizia olistica (6), cioè nel quadro di una relazione equa e cooperativa rispetto a tutti gli interessi coinvolti dal processo nutrizionale.

Vogliamo evidenziare che la nutrizione nei paesi del benessere economico contiene almeno un germe di iniquità (7) nei seguenti termini: come è noto a tutti, assumiamo una quantità eccessiva di cibo rispetto al personale fabbisogno. A causa di ciò, riduciamo le risorse a disposizione di tutta la collettività, cagioniamo danni alla nostra salute e produciamo maggiori oneri finanziari connessi ai costi sopportati dalla collettività in termini di cura della salute (8).

Pur avvertendo che forse siamo in errore, pur avvertendo che siamo più infelici adesso che abbiamo apparentemente tante risorse da consumare, fatichiamo a cambiare direzione.

Si dirà che non riusciamo a proteggerci dai messaggi informativi che, per tanti anni, ci hanno trasmesso la credenza secondo la quale il maggiore consumo di risorse, in tutti i campi, produce un benessere più intenso. Eppure, il contenuto errato del messaggio appare palese: lo sanno bene tutti coloro che hanno vissuto in epoche o in situazioni in cui i consumi di risorse erano molto ridotti. Gli eccessi, tutti ormai possiamo sperimentarlo, riducono il gusto della vita.

Vi è un nesso profondo tra livello di risorse consumate (in tutte le manifestazioni umane) e lo stato di benessere interiore. Laddove si ecceda nel livello del reale bisogno, subentra, dopo la provvisoria ed apparente contentezza, uno stato di insoddisfazione. Non a caso, molti si chiedono perché oggi appaia essersi sbiadita la capacità di gioire, malgrado l’assenza di limitazioni nel procurarsi i piaceri di varia natura. Forse, dovremmo riflettere di più su questi processi interiori per arrivare ad una sorta di spending review interiore in quanto il consumo “non giustificato” di risorse, a ben vedere, non ci fa stare bene con noi stessi. Non a caso, all'entrata del tempio di Apollo a Delfi vi era anche la scritta "niente di troppo" (9).

Si dirà che lo stile di vita è questione privata. Questo è vero solamente sotto il profilo giuridico, in quanto il nostro stile di vita, in realtà, condiziona anche la sostenibilità della vita altrui. Uno stile di vita egoistico danneggia se stessi, ma anche gli altri.

La vita senza misure, preconizzata talora anche dagli “artisti” per fare presa sugli adolescenti, non è, a ben vedere, una vita coraggiosa, è semplicemente una vita egoistica, cioè una vita calibrata sull’ego.

Dovremmo, quindi, rinunciare all’idea illusoria che l’assunzione di maggiori quantità di risorse, al di là dei nostri bisogni effettivi, possa produrre uno stato di maggior benessere. Dovremmo avere il coraggio di optare per l’assunzione di dosi più piccole e sperimentare se esse procurano effettivamente (come noi riteniamo) maggiore gioia e salute. Questo appare, oggi, un aspetto fondamentale di uno stile di vita equilibrato, di uno stile di vita che punti non alla rinuncia o al mea culpa, ma ad un dosaggio di risorse più misurato, ovvero, “omeopatico” (10) in senso figurato. L’espressione dosaggio omeopatico è qui intesa quale sinonimo di quantità coerenti al bisogno reale della persona, in rerum natura.

Il dosaggio coerente al nostro reale fabbisogno ci permetterà di essere più giusti, sia verso il nostro organismo, evitando che le nostre cellule e i nostri organi siano sottoposti a sovraccarichi fisiologici dannosi, sia verso gli altri, evitando di sottrarre alla Natura e all’Umanità risorse importanti.

Se ci osserviamo, percepiamo, facilmente, al momento di nutrirci, il quantitativo giusto in quel dato momento. Se invece, andiamo al di là e spostiamo sul cibo, impropriamente, gratificazioni connesse ad altre possibili manifestazioni del nostro essere, allora, la nutrizione diventa una sorta di appropriazione indebita di risorse altrui, con un effetto auto-soffocante per le manifestazioni del nostro Io: l’ingordigia alimentare, si sa, può diventare tiranna a un punto tale da offuscare la nostra coscienza e la nostra libertà, come hanno ampiamente illustrato gli specialisti del settore.
Dunque, non si tratta soltanto di adottare stili di vita improntati alla sobrietà in senso stretto (ciò apparirebbe riduttivo, anche se il termine è molto in voga), ma di aprire la nostra coscienza, nel quotidiano, alla Rete della Vita di cui noi siamo intimamente parte.

Come afferma il famoso scienziato H. Maturana: "voglio un mondo nel quale si rispetti la natura che ci alimenta, un mondo nel quale si restituisca quello che la natura ci presta per vivere. In quanto esseri viventi siamo esseri autonomi, ma nel vivere non lo siamo” (11).

Il contributo individuale è in questo campo significativo. La nostra alimentazione può essere, dunque, un banco di prova di come noi viviamo, realmente, i valori di giustizia: il tutto “condito” con una dose adeguata di elasticità e tolleranza, anche perché le nuove sensibilità si costruiscono gradualmente, giorno dopo giorno.

Se proviamo a nutrirci mediante equilibrio, potremo esprimere nella nostra vita maggiore fierezza, poiché ci sentiremo in armonia con il valore di equità che tutti possediamo interiormente, e maggiore bellezza, poiché riscopriremo (tramite il cibo) una nuova relazione delicata e poetica con la Natura che è, realmente e non metaforicamente, una parte di noi (12).

 

   Bruno E. G. Fuoco
www.codiceolistico.it/nutrizione.htm

 

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NOTE
(1) Impronta ecologica è “un termine con cui si indica il determinato "peso" che ognuno di noi ha sulla Terra. L'impronta ecologica è un metodo di misurazione che indica quanto territorio biologicamente produttivo viene utilizzato da un individuo, una famiglia, una città, una regione, un paese o dall'intera umanità per produrre le risorse che consuma e per assorbire i rifiuti che genera. Il metodo dell'impronta ecologica per misurare l'impatto pro capite sull’ambiente è stato elaborato nella prima metà degli anni '90 dall'ecologo William Rees della British Columbia University e poi approfondito, applicato e largamente diffuso a livello internazionale da un suo allievo, Mathis Wackernagel, oggi direttore dell'Ecological Footprint Network, il centro più autorevole e riconosciuto a livello internazionale” (www.wwf.it). Secondo le stime del Global Footprint Network, “la domanda di servizi ecologici da parte dell'umanità eccede la capacità rigenerativa (quindi l'offerta) del sistema Terra. La differenza tra domanda e offerta si traduce con l'espressione sovraccarico ecologico … l'umanità intera conduce un tenore di vita al di sopra delle proprie possibilità” (www.footprintnetwork.org). Peraltro, “estendere il modello economico e i livelli di consumo europei o degli altri paesi ricchi a tutti gli ormai 7 miliardi di persone che oggi vivono sul pianeta, o ai 9 e più miliardi previsti per la metà del secolo, non è attuabile né dal punto di vista ambientale, né può essere economicamente e socialmente sostenibile. Basti pensare che un cittadino degli Stati Uniti consuma oggi energia come 2 europei, 6 cinesi, 22 indiani o 70 keniani” (www.wwf.it).
(2) Teoria Generale dei Sistemi, Oscar Saggi Mondadori, 2004. Cfr. L. Margulis - D. Sagan, Microcosmo. Dagli organismi primordiali all’uomo: un’evoluzione di quattro miliardi di anni, 1989.
(3) K. Marukami, The Divine Code of Life.
(4)
F. Capra, La rete della Vita.
(5) Cfr. per una visione complessiva ed approfondita della nutrizione, il fondamentale volume di O. M. Aïvanhov, Lo yoga della nutrizione, Prosveta.
(6) Sul concetto di giustizia olistica, cfr. Bruno Fuoco, Il codice delle Leggi Morali, approccio olistico al cambiamento, 2012; il volume è prelevabile gratuitamente dal sito www.codiceolistico.it/ilcodicedelleleggimorali.pdf.
(7) Pensiamo anche agli effetti connessi al consumo di carne animale: “la prossima volta che mangi una bistecca pensaci su. Pensa ai liquami che filtrano nelle falde acquifere, alle foreste disboscate, all'anidride carbonica e al metano che intrappolano il globo in una cappa calda. Sì perché ogni hamburger equivale a 6 metri quadrati di alberi abbattuti e a 75 chili di gas responsabili dell'effetto serra. Ma pensa anche alle tonnellate di grano e soia usate per dar da mangiare alla tua bistecca. E non dimenticare che 840 milioni di persone nel mondo hanno fame e 9 milioni ne hanno tanta da morirne. Il 70% di cereali, soia e semi prodotti ogni anno negli Usa serve a sfamare animali...la deforestazione per creare pascoli significa desertificazione...Quasi la metà dell'acqua dolce consumata negli States è destinata alle coltivazioni di alimenti per il bestiame...è stato calcolato che un chilo di manzo beve 3.200 litri d'acqua. Il risultato è che le falde acquifere del Mid-West e delle Grandi Pianure statunitensi si stanno esaurendo. Non solo: l'allevamento richiede ingenti quantità di sostanze chimiche tra fertilizzanti, diserbanti, ormoni, antibiotici” (www.progettogaia.it).
(8) Anche il sito istituzionale del ministero della Salute dedica numerose pagine ai comportamenti alimentari: cfr. il progetto “Guadagnare Salute - Stili di vita”.
(9) “Tra gli antichi vi furono Talete di Mileto, Pittaco di Mitilene, Biante di Priene, il nostro Solone, Cleobulo di Lindo, Misone di Chene e settimo tra costoro si annoverava Chilone di Sparta: tutti quanti furono ammiratori…e discepoli dell’educazione spirituale spartana. E che la loro sapienza fosse di tale natura lo si può capire considerando quelle sentenze concise e memorabili, che furono pronunciate da ciascuno, e che, radunatisi insieme, essi offrirono come primizie di sapienza ad Apollo, nel tempio di Delfi, facendo scolpire quelle sentenze che tutti celebrano: Conosci te stesso (Gnoti sautòn) e Nulla di troppo (Medèn agàn)” così Platone, Protagora. Sul significato iniziatico del precetto in questione, cfr. il commento di Aïvanhov alla parabola dell’economo infedele, in “Nuova Luce sui Vangeli”, Prosveta.
(10) La prospettiva, particolarmente feconda, della “nutrizione a dosi omeopatiche”, presentata da O. M. Aïvanhov, concerne anche il modo interiore di porsi rispetto alla nutrizione: ”ci si deve nutrire a dosi omeopatiche, guardando, ascoltando e respirando…” cfr. Hrani yoga. Il senso alchemico e magico della nutrizione, Prosveta. Gli effetti benefici di questo approccio si spiegano con il fatto che vengono ad essere toccati direttamente i corpi sottili i quali in seguito agiscono sul corpo fisico: ”Ecco perché possiamo considerare anche uno sguardo, una parola o soltanto un sentimento, un pensiero, come sostanze identiche ai medicinali omeopatici: vanno a toccare i corpi sottili delle persone, scatenando reazioni che finiscono col riflettersi sul corpo fisico…questo avviene attraverso l'intermediazione del corpo mentale, astrale ed eterico… se qualcuno è depresso e chiuso in sé stesso e voi gli dite una parola buona, lo guardate con benevolenza, gli sorridete, ne sarà sollevato! Anche in questo caso gli avete somministrato una dose omeopatica che è stata ricevuta dai suoi corpi sottili e si è poi riflessa sul suo corpo fisico", così O.M. Aïvanhov, Pensieri Quotidiani 2002, Prosveta.
(11) H. Maturana – X. Dàvila, Emozioni e linguaggio in educazione e politica.
(12) Come ricorda il premio Nobel Ilja Prigogine, ”la Natura è parte di noi, come noi siamo parte di essa. Possiamo riconoscere noi stessi nella descrizione che diamo”. La teoria di Prigogine “è una confutazione delle concezioni scientifiche ortodosse secondo le quali il mondo della fisica e quello della biologia dovrebbero essere per sempre separati dal regno carico di valori dell’esperienza umana … Noi siamo la Natura; e perciò non è sorprendente che scopriamo principii comuni” così L. Dossey in Spazio, Tempo e Medicina. Sul cibo come lettera di amore del Creato, cfr. O. M. Aïvanhov, Lo yoga della nutrizione cit.

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