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Ansia - Angoscia

 

Ansia - Angoscia, emozione negativa caratterizzata dal timore di pericoli imminenti nei confronti dei quali si avverte dolorosamente la propria impotenza; è associata a manifestazioni somatiche quali dispnea, accelerazione del battito cardiaco, contrazioni della muscolatura liscia ecc. In tedesco esiste l'unico termine Angst e in inglese l'unico termine anxiety; in italiano, invece, possono essere usati intercambiabilmente «ansia» e «angoscia»; va tuttavia precisato che spesso gli psichiatri italiani parlano di «ansia» in riferimento agli aspetti puramente psichici di quest'emozione, e di «angoscia» in riferimento alle sue manifestazioni somatiche, soprattutto quando queste ultime sono molto vistose; e che gli psicoanalisti italiani quasi sempre traducono con «angoscia» l'Angst di Freud, mentre in psicologia i nostri autori usano il termine «ansia».

 

L'angoscia nella psicoanalisi

Freud attribuisce molta importanza all'angoscia, e ne fornisce un'interpretazione psicogena, al contrario delle vecchie teorie somatogene che ne attribuivano la causa al malfunzionamento del sistema neurovegetativo. Inizialmente Freud concepisce l'angoscia come la risultante soggettiva di una tensione libidica accumulata ma non scaricata. In questa prima fase, fra il 1893 e il 1895, egli definisce il quadro clinico della «nevrosi d'angoscia» (angoscia delle vertigini, angoscia provocata nelle donne dal coitus interruptus, angoscia provocata dall'astinenza sessuale ecc.), la inquadra fra le nevrosi attuali e la distingue sul piano sintomatico dalla nevrastenia, in cui manca il predominio dell'angoscia, e dall'isteria, a differenza della quale la nevrosi d'angoscia da un lato non privilegia oggetti specifici e d'altro lato deriva dall'accumulazione di un'eccitazione sessuale che si esprime direttamente sul piano sintomatico senza un processo intermedio di elaborazione psichica. In una seconda fase, intorno al 1915, Freud individua il prototipo dell'angoscia dell'adulto nella reazione del neonato all'esperienza traumatica della nascita, ovvero della separazione dalla madre come oggetto amato.
Nel 1926, infine, in Inibizione, sintomo e angoscia, Freud sottopone le sue precedenti teorie dell'angoscia a una revisione generale, aggiungendo al ruolo della libido il ruolo della difesa dell'Io e del Super-Io, e definisce le tre nozioni di «angoscia di fronte a una situazione reale», «angoscia automatica» e «segnale d'angoscia». La prima deriva da un effettivo pericolo esterno, e si contrappone all'angoscia derivante dalle pulsioni interne all'indivlduo. L'angoscia automatica e il segnale d'angoscia si contrappongono l'una all'altro, sebbene ambedue siano risposte dell'Io all'aumento della tensione pulsionale e ambedue vadano riportate alla condizione di impotenza psichica e biologica del neonato. L'angoscia automatica insorge quando l'individuo è sopraffatto da un afflusso di stimolazioni endogene o esogene che, per il loro numero eccessivo e/o per la loro troppo elevata intensità, non riesce a controllare e scaricare; rappresenta in altri termini un insuccesso della difesa, e compare per esempio negli incubi notturni. Viene anche chiamata «angoscia primaria», in rapporto alla situazione traumatica derivante dalla perdita dell'oggetto amato nel primo anno e mezzo di vita; il suo prototipo è l'angoscia di castrazione. Quanto al segnale d'angoscia, esso è caratteristico delle psiconevrosi, e ha una funzione preventiva e protettiva contro l'insorgere della nevrosi automatica, cioè mediante un affetto non eccessivamente doloroso avverte l'Io della minaccia rappresentata da una forma di angoscia automatica precedentemente vissuta dall'Io stesso in modo passivo e molto doloroso; per esempio è il segnale d'angoscia che ci fa svegliare prima che un sogno diventi incubo.
Dopo Freud gli psicoanalisti hanno ulteriormente e in vari modi specificato il termine angoscia. In particolare, Karen Horney parla di «angoscia di base» riferendosi ai sentimenti di insicurezza e di ostilità reattiva verso l'ambiente sociale derivanti dal rapporto patologico fra l'individuo e i suoi genitori; e Melanie Klein parla di «angoscia depressiva» e di «angoscia persecutoria» in età infantile: la prima consiste nella paura di perdere o danneggiare l'oggetto amato, e predomina nella «posizione depressiva», mentre la seconda, derivante dal travaglio della nascita, è relativa alle minacce incombenti sul bambino, e predomina nella «posizione paranoide-schizoide».

 

L'ansia nella psicologia

L'interesse degli psicologi per l'ansia si è sviluppato dopo quello degli psicoanalisti, e a differenza di questi ultimi essi ne hanno affrontato lo studio in una prospettiva non tanto esplicativa quanto descrittiva, cioè hanno cercato di definirla in termini operativi rigorosi e di coglierne le interrelazioni con le altre manifestazioni della personalità. Nella storia della psicologia l'ansia occupa un posto di primo piano nel sistema di J. Watson, che la interpreta come una delle emozioni fondamentali del neonato, matrici di tutto il successivo repertorio emozionale dell'adulto. Sebbene introspettivamente l'ansia (relativa a un pericolo indeterminato) sia diversa dalla paura (relativa a un pericolo ben definito), le concomitanti fisiologiche della prima (in particolare l'accresciuta secrezione dell'ormone epinefrina da parte delle ghiandole surrenali) sembrano essere identiche a quelle della seconda. Gli esperimenti sull'uomo, limitati da ovvie ragioni di ordine etico, mirano principalmente ad appurare i «livelli di tolleranza» all'ansia. Sugli animali di laboratorio, invece, sono state condotte molte ricerche, che si avvalgono soprattutto della «nevrosi sperimentale», generatrice di uno stato d'ansia permanente; si è potuto per esempio dimostrare che le femmine di ratto rese ansiose trasmettono l'ansia ai loro piccoli fin dal periodo della gravidanza. In etologia l'ansia occupa un posto importante nella teoria dell'imprinting. In psicologia dell'età evolutiva i cognitivisti interpretano l'«ansia di fronte agli estranei» (fenomeno normale e transitorio che insorge nel bambino verso gli otto mesi di vita) come indice di un più ampio processo di sviluppo che implica l'acquisizione della capacità di effettuare discriminazioni percettive fra i lineamenti familiari dei genitori e quelli non familiari, sebbene simili, delle altre persone. In psicologia della personalità generalmente si distingue l'ansia patologica da quella normale, che ha una funzione positiva in quanto incentivo dell'attività e della crescita personale. Infine, in psicologia differenziale esistono molte «scale di ansia», come quella di G.S. Mandler e S.B. Sarason (1952) e quella di R. Alpert e R.N. Haber (1960), composte di diversi items, standardizzate su vaste popolazioni e controllate sul piano della validità.

 

Sadi Marhaba
fonte: Enciclopedia Garzanti di Filosofia - 1990

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