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Maurice Blanchot   vita e opere


Biografia
Maurice Blanchot nasce a Quain (Saone-et-Loire) il 22 settembre del 1907 da una famiglia rurale cattolica, il padre è un insegnante di francese. Altri luoghi fondamentali della sua vita sono il piccolo villaggio di Eze, vicino a Nizza e poi, naturalmente, Parigi dove viveva spesso a casa del fratello, e poi con la cognata dopo la
morte del fratello nel 1978. Ed infine da solo dopo la morte anche della cognata nel 1997. Diplomato giovanissimo, Blanchot intraprese a Strasburgo studi di germanistica alla metà degli anni ’20. Qui conobbe Emmanuel Levinas che lo introdusse al pensiero di Heidegger e di Husserl. Completò la formazione con un Diploma di Studi Superiori alla Sorbona di Parigi. Successivamente intraprese studi di medicina con specializzazione in psichiatria, non sanzionata però dalla tesi di dottorato. Non sono molte di più le notizie che possiamo ricavare dall’esistenza di Maurice Blanchot, lungamente, infatti, la sua biografia non è stata che una bibliografia. Soltanto dopo la pubblicazione del libro di Christophe Bident, Maurice Blanchot, partenaire invisibile, edito da Champ Vallon nel 1998 si è fatta luce su alcuni passaggi oscuri della sua esistenza. Pochissimi, tuttavia restano i dati biografici anedottici. Grande biondo magro, dolce: così lo descrivono gli amici. Si sa che mangiava pochissimo, che aveva sofferto di tubercolosi in gioventù, si sa del suo unico grande amore, perlopiù epistolare, Denise Rollin, che era stata anche l’amante di Georges Bataille, e dal momento che questo intreccio di relazioni era ben noto nell’ambiente si può ben comprendere la discrezione con cui Blanchot viveva questo aspetto privato della sua esistenza. Blanchot non è mai apparso in televisione, non ha mai parlato alla radio, e addirittura non ha mai nemmeno parlato in pubblico, non ha mai autorizzato nessuno a fotografarlo. Non ha mai calcato un’aula universitaria come insegnante… Estraneità, isolamento, rifiuto del sistema dei media. E’ stata una scelta precisa e motivata. In calce ad alcuni suoi libri, Blanchot ha fatto scrivere: "Sa vie est entièrement vouée à la littérature et au silence qui lui est propre". Quasi una forma di minaccia contro gli importuni e contro l’invadenza dei giornalisti. D’altra parte il motto che caratterizza tutta la sua esistenza egli stesso lo riassume, e lo giustifica teoricamente, con queste parole: "Apparaître le moins possible, non pas pour exalter mes livres, mais pour éviter la présence d'un auteur qui prétendrait à une existence propre". In questo senso, certo, il rifiuto di apparire o di farsi riprendere è coerente con la teoria della sparizione dell’autore nella scrittura. Anche se qualcuno ha voluto malignamente aggiungere che forse c’era anche da parte sua il desiderio, una volta raggiunta la notorietà, di cancellare la fase giovanile della sua opera, vistosamente segnata dalla collaborazione negli anni ’30 con alcune riviste della destra francese. In effetti, fino a 31 anni Blanchot fu giornalista politico, collaboratore del “Journal des Débats” rivista di estrema destra, di cui diventerà anche Redattore capo. Influenzato dalla tradizione famigliare rigidamente cattolica, manifesta in questa fase simpatie monarchiche e auspica una sorta di rivoluzione spirituale nazionalista e anticapitalista. Tra il 1933 e il 1944 scrive oltre 200 articoli, collaborando anche a “Rempart”, a “l'Insurgé” a “Ecoutes”, e sarà uno degli animatori della rivista “Combat” fondata da Thierry Maulnier. Quando, durante l’occupazione, Drieu La Rochelle assunse la direzione della Nouvelle Revue Française, con l’assenso dei tedeschi, Blanchot ne divenne il segretario (dal marzo al maggio del 1942). Insomma la vicenda è chiara e in effetti lo stesso Blanchot non ha mai nascosto questo aspetto della sua esistenza, ma ha anche preso nettamente le distanze da esso negli anni successivi. Senza riuscire tuttavia ad evitare che si formasse un sospetto ingiustificato di antisemitismo. Quando nel 1975 la rivista Gramma pubblicò per la prima volta una bibliografia completa degli scritti giovanili di Blanchot , e riprodusse alcuni dei pezzi più violenti, si poté dedurre dai testi stessi che l’avversione di Blanchot per la Germania nazista contemplava anche la denuncia della politica antisemita di quel regime. Già nel 1933 egli infatti denunciava “le barbare persecuzioni contro gli ebrei” compiute dai nazisti. Nel 1992, tuttavia, la faccenda si riaprì con la pubblicazione su “Tel Quel” di un articolo di Jeffrey Mehlman che denunciava nuovamente l’antisemitismo di Blanchot. E Todorov sostenne l’accusa interpretando l’intera sua opera come chiusa e incapace di accogliere qualsiasi alterità. Entrambi tuttavia ignoravano volutamente gli scritti successivi alla guerra di Blanchot, e tutte le sue nette prese di distanza rispetto alla sua opera di quegli anni. Emblematica, d’altra parte, proprio in questo senso è la sua solida antica amicizia con Emmanuel Levinas la cui famiglia soffrì l’Olocausto sulla propria carne: Blanchot stesso nascose la moglie e la figlia di Levinas e le aiutò a mettersi in salvo fuggendo clandestinamente in Svizzera. Tuttavia a partire dal 1938 Blanchot cessa di scrivere articoli di carattere prettamente politico per dedicarsi essenzialmente alla critica letteraria. Fra il 1935 e il 1936 compone i suoi primi due racconti brevi: Le Dernier Mot e L'Idylle. Nell’estate del 1940 abbandona definitivamente le fila dell’estrema destra francese e scrive il suo primo romanzo, Thomas l’Obscure che verrà pubblicato l’anno successivo. Nel 1941 incontra Georges Bataille col quale stringe una profonda amicizia. Tramite Bataille, nel corso della guerra si avvicina agli ambienti della resistenza (Antelme, Duras, Mascolo) e del PCF, pur continuando a scrivere per riviste vicine alla Francia di Petain. Certo il Blanchot che esce dalla guerra è un uomo molto diverso da quello dell’epoca precedente. Gli anni ’40 e ’50 sono dedicati essenzialmente alla scrittura di opere narrative e critiche. L’impegno politico ritorna solo nel 1958 quando Blanchot manifesta pubblicamente il suo rifiuto nei confronti di De Gaulle. Nel 1960 è uno dei redattori del “Manifesto dei 121” contro la guerra d’Algeria. In questa occasione egli concede alla rivista “L’Express” l’unica intervista di cui si abbia notizia (e che, paradossalmente, non fu mai pubblicata). Il ’68 vide Blanchot partecipe ma in forma anonima, alle manifestazioni. Insieme a Dionys Mascolo fu uno degli animatori del Comité d'action étudiants-écrivains. Nel maggio del ’68 conosce il giovanissimo Derrida ed ha inizio un profondo sodalizio intellettuale. Negli anni successivi la questione politica assume per Blanchot i contorni della fondamentale riflessione intorno alla comunità, che porta a quel breve testo, per molti versi eccezionale, La comunità inconfessabile del 1983. Pur facendo vita ritirata e rifuggendo i media, Blanchot non rinunciò mai, dunque a prendere posizione pubblicamente nei momenti di necessità, a riprova di una chiara concezione dell’impegno da parte dell’intellettuale, di cui è testimonianza un altro breve scritto: Les intellectuels en question, stampato originariamente nel 1984 e poi riproposto nel 1996. Addirittura negli anni ’90 lasciò uno dei suoi editori, Fata Morgana, rimproverandogli di aver pubblicato il libro di uno dei teorici dell’estrema destra francese. "Aujourd'hui, je n'ai de pense que pour Auschwitz", affermò in seguito alla vicenda. Nel 1994 rispondendo all’inchiesta di una rivista si propose di fare da mediatore tra Salman Rushdie e l’islam. Gli ultimi suoi interventi pubblici sono stati legati ad una serie di appelli: nel 1993 firma l’Appello alla vigilanza contro le manifestazioni neonaziste in Europa. Nel 1996 firma ”L’Appello dei 234” per un riconoscimento legale delle coppie omosessuali. Nel 1997 firma un appello alla disobbedienza civile contro le leggi sull’immigrazione. Dopo la guerra (dal 1949 al 1957) Blanchot visse nel Sud della Francia, nel villaggio di Eze, vicino a Nizza. Collaborando regolarmente, con un articolo al mese, alla Nouvelle Revue Française, a partire dalla riapparizione della rivista nel 1953 e fino al 1968. I testi vennero successivamente raccolti così da costituire le fondamentali opere critiche di Blanchot, a partire Passi falsi (1943) che raccoglie le prime recensioni e i brevi articoli apparsi nel periodo della guerra e immediatamente precedente, e poi La part du feu (1949), che attende ancora di essere tradotto in italiano, Lo spazio letterario (1955) e L’infinito intrattenimento (1969), che può essere considerato il capolavoro critico di Blanchot, e infine L’amitié (1971), altra opera in attesa di traduzione italiana. Nello stesso tempo egli segue però anche la strada della narrativa con una serie importante di racconti come “L'Arrêt de mort” (1948) e “Le Dernier homme” (1957), “L’attente, l’oubli” (1962), nei quali si fa esperienza di una progressiva depurazione del narrare che punta a quella che Barthes definì una “scrittura bianca”. Negli anni ’70 avviene la svolta rispetto al suo modo di lavorare dei decenni precedenti. Abbandona la forma del saggio breve e si dedica totalmente alla tecnica del frammento. Nascono così le due ultime opere importanti di Blanchot, forse le più ermetiche ma certamente anche le più affascinanti: Le pas au-delà del 1973 e L’ecriture du désastre del 1980. Negli anni successivi Blanchot afflitto da una serie di gravi malattie dirada ulteriormente la sua attività e dal suo angolo riparato dal mondo intrattiene soltanto rapporti epistolari sempre meno frequenti, soffrendo continuamente per la scomparsa degli amici. Negli anni ‘90 Blanchot non scrive quasi più ed appaiono prevalentemente riedizioni delle sue vecchie opere. Nel 1994 appare l’ultimissima sua opera, il breve racconto, L'instant de ma mort¸che narra una vicenda incredibile e fino ad allora ignota, di quando rischiò di essere fucilato dai tedeschi a Quain nel 1944. La data dell’edizione è il 22 settembre 1994, che è anche l’anniversario della sua nascita.
Muore il 20 febbraio 2003, all’età di 95 anni.

Se si dovesse tracciare un quadro dell’eredità teorica che ci lascia Blanchot dovremmo partire da una constatazione immediata: Blanchot non ha avuto allievi, non ha avuto nemmeno imitatori, ma ha lungamente condizionato un’intera epoca, innanzi tutto attraverso le sue letture. Blanchot ha proposto un punto di vista radicalmente nuovo rispetto ad opere come quella di
Rilke, di Kafka, di Mallarmé, di Nietzsche, Holderlin, Sade, Lautreamont, Artaud. Quindi la sua è prima di tutta l’eredità di un nuovo approccio alla letteratura (intesa in senso larghissimo, e lui stesso negli ultimi anni preferiva parlare piuttosto di “scrittura”). In secondo luogo resta capitale la sua interpretazione dell’opera come una unità complessa: al gesto della scrittura, corrisponde quello della lettura, e la parola scritta acquista vita nel momento in cui uno sguardo la riempie di senso. Tutte questi diversi momenti in realtà devono essere pensati insieme. Ma il destino dell’opera stessa, dell’esperienza letteraria è quello di accedere ad una dimensione, quella dell’immaginario, che è inevitabilmente negazione del reale, e quindi esperienza del vuoto, della morte. L’immaginario che è la natura profonda della scrittura costituisce però anche un pericolo, il pericolo della fascinazione, che attira verso il nulla, la sparizione, il silenzio, il fallimento dell’opera stessa. Lo scrittore come un Ulisse nell’oceano deve resistere al richiamo delle sirene che lo potrebbero portare al naufragio. Poco conosciuto al grande pubblico, Blanchot è stato tuttavia una vera autorità negli ambienti intellettuali francesi, ha influenzato profondamente autori come Jean-Paul Sartre, Emmanuel Levinas, Georges Bataille, René Char, Roland Barthes, Michel Foucault, e persino alcuni della generazione successiva, come Derrida e Nancy. Ai quali, non a caso è stata affidata l’orazione funebre il giorno delle esequie.


Stefano Zampieri
da: «Il foglio clandestino» a, XI, n.49, aprile 2003

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