Enciclopedia
Il bambino e l'Altro: la creazione del compagno immaginario.
Tesi di Valeria Pomponi,
laureata in Comunicazione di Massa all'Università degli studi di Perugia.
Pubblicato su Riflessioni.it nel dicembre 2006
Pubblicato su Riflessioni.it nel dicembre 2006
INDICE
Premessa
1. La formazione del Sé nel bambino
1.1 Origini del sé
1.2 La costruzione dell’identità del Sé nell’infanzia
1.3 Il sé in psicoanalisi
1.4 Il sé in Winnicott
1.5 Khount e la psicologia del sé
1.6 Il sé nella psicologia sociale
1.7 La diade madre-figlio
1.8 La teoria dell'attaccamento di Bowlby
2. IL Sé , il Doppio e l’Ombra
2.1 Il Doppio di Sé nel bambino
2.2 Quando l’Ombra diventa Doppio di Sé
2.3 Il modello Junghiano dell’Ombra
3. I Compagni Immaginari
3.1 Ricerche sulla diade bambino-Compagno Immaginario
3.2 Il Compagno Immaginario nel cinema
Conclusioni
Riferimenti bibliografici
Premessa
Un folletto, uno gnomo, a volte peluches, qualunque forma assuma, il Compagno Immaginario è un fenomeno complesso e sfaccettato, spesso soggetto a pregiudizio e fonte di preoccupazione per i genitori, che guardano con timore questo personaggio fantastico frutto della fantasia del bambino. Autorevoli studi assicurano che è un’invenzione del tutto normale, che nascerebbe dalla scoperta della propria ombra o dal rapporto instaurato con il peluche preferito, in oltre è anche con l'aiuto di questi personaggi inventati, che i bambini cercano di adattarsi all’ambiente complesso ed incomprensibile degli adulti.
Il mio interesse per questo argomento è nato sicuramente dal fatto di aver vissuto in prima persona l’esperienza di un Compagno Immaginario, e in secondo luogo la voglia di guardare più da vicino e con occhio un po’ più critico, un fenomeno così caledeoscopico e ricco di sfaccettature. Inoltre ho trovato interessante il forte legame che il bambino spontaneamente crea con il suo Compagno Immaginario, el’influenza che quest’ultimo esercita sul suo creatore, che è tale, da spingere il bambino ad attribuire al suo amico invisibile delle emozioni, e a credere che alcuni dei suoi stati d’animo siano determinati dal personaggio fantasticato, senza però perdere mai il contatto con la realtà.
Il presente lavoro mette l'accento sugli aspetti creativi ed evolutivi di un fenomeno, estremamente diffuso tra i bambini in età prescolare, che a lungo però è stato considerato solo una manifestazione psicopatologica.
Ho tentato di sviluppare lo studio del Compagno Immaginario, cercando di comprendere cosa spinge i bambini a crearlo, perché ci sono quelli che non lo hanno, se è la manifestazione di un qualche disagio. Ho cercato di affrontare la mia analisi, dividendo il presente lavoro in tre capitoli; nel primo “ La formazione del Sé nel bambino”, espongo il concetto del Sé, le origini, lo sviluppo, e le definizioni che giungono dai vari orientamenti teorici relativi all’ambito psicologico; nel secondo capitolo “Il concetto di Ombra”, circoscrivo un po’ più il fenomeno, partendo dalla manifestazione prima ed originaria del Doppio nel bambino, destinata a venir meno per lasciare il posto a entità che diventa parte integrante della vita del bambino, non soggetta a leggi fisiche o fenomeni naturali, soffermandomi sulla definizione jungiana di Ombra, la quale pur allontanandosi un po’ da quella relativa al mondo dell’infante, mi ha permesso di ampliare la prospettiva di studio; e giungere infine al terzo capitolo “ Il Compagno Immaginario”, nel quale ho cercato di delineare un profilo e il ruolo che questi svolge nell’interazione con il bambino, prendendo in prestito dalla cinematografia mondiale, alcune pellicole che incentravano le trame sul Compagno Immaginario. Mi sono però voluta soffermare su un film in particolare: E.T L’Extraterrestre, una scelta determinata, oltre che dalla congruenza della trama con il mio lavoro e per la vicinanza che ha con il mondo infantile visto il gran successo riscosso tra il pubblico più giovane, anche per la capacità di concretizzare, in maniera impeccabile, il forte legame che si instaura tra il bambino e il suo Compagno Immaginario, grazie a scene curate e al tempo stesso commoventi, suoni, e anche effetti speciali, che forse più di ogni altro accorgimento cinematografico, permettono di esplicitare nella sua interezza il rapporto tra il Compagno Immaginario e il bambino che lo crea, che è appunto un legame magico.
1.La formazione del Sé
1.1 Origini del Sé
Varie discipline nel tempo si sono occupate del concetto di Sé. Essendo tale argomento ampiamente trattato, oltre che in campo psicologico-psicoanalitico anche in campo filosofico, infatti già nell’antica Grecia i filosofi del tempo, consideravano l’identità e la destinazione del soggetto nell’ambito di una teoria dell’anima, finalizzata a cogliere il senso della vita dell’uomo. Con l’avvento del cristianesimo, e in particolar modo con le riflessioni di Agostino, i termini filosofici della questione non mutano, infatti l’anima resta la categoria di riferimento per capire il nostro essere. In età moderna alcune correnti intendono demistificare la credenza di un nucleo permanente e sostanziale dell’identità soggettiva identificabile con l’anima; ricordiamo la teoria cartesiana della res cogitans, e lo spiritualismo di Berkeley. La riflessione filosofica continuava a pensare il centro dell’essere del soggetto una cosa spirituale un io già dato, identico a se stesso nel variare delle situazioni.
Kant critica l’io sostanziale, al quale va sostituito la constatazione indiretta dell’attività dell’io-penso come funzione logica di autoconsapevolezza, grazie alla quale conosciamo e sappiamo di conoscere. La critica kantiana richiama la posizione di Locke, che attraverso l’espressione the self per indicare il sé come il modo in cui la realtà personale appare al soggetto nell’autoriflessione.1
Rimanendo nel contesto del pensiero moderno, ma in diretta contrapposizione con l’individualismo metodologico, sorgono delle tendenze destinate a riformulare la questione del sé. Charles Taylor, nell’opera The Making of the Modern Identity, del 1989, parla di una expressivist turn, cioè svolta espressivista, e afferma che il cammino dell’armonizzazione inizia con l’ascolto di una voce interiore. Da qui si genera l’idea che noi troviamo la verità nei nostri sentimenti, e attraverso di essa il soggetto esprime se stesso, e raggiunge l’autorealizzazione. In questa prospettiva il sé appare come il nucleo del divenire dell’essere umano.
Tra il XVII ed il XIX secolo, dall’opera di Rousseau e di Herder, sino ala movimento romantico e all’idealista tedesco, si sviluppa la critica contro l’antropologia atomistica, che disgrega la realtà umana e preclude ogni armonizzazione del soggetto e della sua relazione con il mondo. L’ideale dell’espressivismo è pensare l’uomo realtà unitaria e partecipe di una totalità vivente caratterizzata dalla corrispondenza tra umanità, natura e Dio.
Le correnti espressiviste si distinguono a seconda del tipo di esperienza che considerano come forma essenziale dell’espressione del sé. In Hegel la dialettica del in sé e del per sé, si sviluppa grazie al potere autoriflessivo dello spirito. L’autore tedesco pensa in primo luogo al cammino dello Spirito assoluto, che ricomprende in sé stesso l’evoluzione degli esseri umani. Questi ultimi giungono alla coscienza di sé attraverso il conflitto e la contraddizione.
In alternativa a questa concezione dialettica, oltre ad un modello dialogico delineato nell’antropologia di Feuerbach, secondo il quale si approda all’autocoscienza attraverso le relazioni di amicizia, di amore e di tutte le forme di interazione costruite nel dialogo.
L’intera filosofia del Novecento tende a sostituire un modello dialogico di interpretazione della realtà del sé, ispirato al principio del primum relationis.
Mentre in psicologia quale valenza ha acquisito il concetto del Sé? Sicuramente è stato uno dei concetti cardini della prospettiva psicologica, definito come quello processo proprio dell’essere umano, cioè la presa di coscienza di sé come individuo, derivata dalla capacità di riflessione su entrambi i poli dell’esperienza: il soggetto e l’oggetto, il Sé e il mondo esterno. I vari orientamenti psicologici hanno affrontato la determinazione del Sé, secondo una diversa prospettiva dandone una propria interpretazione.
Dopo aver presentato una breve analisi introduttiva del Sé, articolata all’interno dell’ambito filosofico, cercherò di circoscrivere, in un ottica prettamente psicologia, l’introspettiva ricerca del Sé. Infatti a questo «piccolo mostro semantico con tante teste» (Jervis, 1989, p. 50), la tradizione psicologica conferisce una ben articolata definizione, con il termine Sé si intende riferirsi a quello specifico processo proprio dell’essere umano che è la presa di coscienza di sé come individuo, derivata dalla capacità di riflessione su entrambi i poli dell’esperienza: il soggetto e l’oggetto, il Sé e il mondo esterno. Distinguendo tre campi principali entro cui viene trattato il Sé, possiamo affermare che «esiste un Sé psicoanalitico, un Sé nello sviluppo, un Sé biologico e immunologico», però è interessante notare come nei vari orientamenti psicologico, la determinazione del senso del Sé ha seguito varie metodologie di studio, e acquisito diverse valenze. I vari punti di vista possono venire riassunti in due grandi scuole di pensiero: chi ritiene che il Sé sia presente sin dalla nascita e chi invece ipotizza che si tratti di una costruzione sociale (Bombi & Pinto, 2000).
1.2 La costruzione dell’identità del Sé nell’infanzia
Ogni giorno, sin dai primi giorni di vita un soggetto deve svolgere un immenso e duro lavoro, per costruire, gradualmente l’identità del proprio Sé, è un processo che si sviluppa nel tempo, lungo e delicato che tira in ballo tutta una serie di funzioni cognitive, e che dipende da molti fattori. Secondo la psicologia cognitiva, lo sviluppo del concetto di Sé, inizia con la nozione di differenziazione, cioè con l’acquisizione del senso di essere un’entità distinta e separata dalla madre e dagli altri, con proprie caratteristiche fisiche, che occupa una determinata posizione nello spazio. Dalle interazioni future, il bambino imparerà a concepirsi come un essere psicologico, cioè una persona, e con il proprio Sé distinta da quello degli altri.
Parlando di costruzione del Sé, è doveroso un riferimento del bambino che posta davanti lo specchio, in momenti successivi tra i 6 e i 18 mesi, manifesta gradualmente di saper riconoscere la propria immagine nello specchio, definita questa fase dello specchio.
Attualmente i bambini di un età compresa fra i 12 e i 18 mesi, mostrano di sapersi riconoscere nelle videoregistrazioni e nelle foto, chiamandosi addirittura per nome.
Un’altra importante conquista che varia da un bambino all’altro, in un periodo che oscilla fra i 15 e i 36 mesi, è imparare a comunicare attraverso il linguaggio. Per giungere fra i 18 e i 24 mesi a saper combinare due parole insieme es.” mangiare gelato”.
Accade però a volte che il bambino, non parli prima di aver compiuto 3 anni, ciò però non significa che nel frattempo non comprenda il linguaggio degli adulti, anzi il bambino capisce sia ciò che gli vene detto che quello che i genitori si dicono fra di loro.
Per ciò che riguarda la comunicazione non verbale, basti pensare che è sufficiente il volto corrugato di un genitore per far piangere un bambino.
Nella costruzione del Sé, oltre allo sviluppo del linguaggio risulta determinante anche, tra i 9 e i 15 mesi, imparare a camminare da soli: la conquista dell’ambiente significa l’indipendenza di raggiungere le persone, di concepirsi come un’entità distinta e separata dalla madre e dagli altri.
Durante questo periodo un’altra conquista che il bambino fa è assimilare le distinzioni di genere e la propria appartenenza al sesso maschile o femminile, assumendo inconsapevolmente ruoli imposti dalla cultura. I bambini sviluppano precocemente l’autostima, ossia una propria concezione di Sé, basata sui giudizi che gli altri danno loro, e su quelli che loro stessi emettono verso il loro operato. Inoltre il bambino fa confronti tra sé e gli altri incentrati, sulle caratteristiche fisiche, sulle abilità morali, intellettive, fino a costruirsi un profilo psicologico di sé stessi.
Proprio all’interno di queste situazioni di confronto nasce l’autoriflessività del bambino.
Successivamente, fra i 4 e i 5 anni che il linguaggio diventerà uno strumento vantaggioso per il bambino, infatti potrà così spiegare, attraverso l’uso appropriato di parole il giocattolo che desidera, o il gusto del gelato che più gli piace.
A proposito dei fattori cognitivi che influenzano la costruzione dell’identità del Sé nell’infanzia è interessante ascoltare come il bambino di 4-6 anni racconti le proprie abilità e presunte imprese, inserendo se stesso in fatti di cronaca <<… se c’ero io quel ladro lo prendevo….>>, infatti i bambini vantano il possesso di qualità magiche poteri e meriti eccessivi ( senso di onnipotenza), tale fenomeno è definito dagli psicologi anni magici, giocare a identificarsi in vari eroi aumenta nei bambini la propria autostima, e contribuisce alla costruzione dell’identità de Sé infantile.
La valutazione del Sé (autostima, autorappresentazione, concetto di Sé), col passare del tempo è sempre più correlata alla capacità di farsi amici e avere la consapevolezza di godere della loro stima. Dunque il concetto di sé prende forma precocemente, e si rafforza durante la crescita sotto forma di rappresentazione e giudizio di sé e delle proprie abilità, e in questo lungo e tortuoso percorso le interazioni sociali e le relazioni emotive con le persone che si occupano del bambino sono il fondamento dello sviluppo cognitivo infantile, e il rapporto con le prime figure d’attaccamento sarà determinante per le relazioni sociali future.
1.3 Il Sé in psicoanalisi
Risulta assai complesso rintracciare definizioni univoche e precise del termine Sé, in campo psicoanalitico: Sé può denotare una struttura della mente, la totalità bio-psichica della persona o la dimensione soggettiva dell’esperienza2. Il raro uso all’interno della teorizzazione freudiana del termine tedesco Selbst, traduzione dell’italiano Sé, rivela la concezione materialistica della natura umana propria di tale autore, dove l’equivalente del Sé viene connotato come essenza piuttosto che esperienza, e non assume le forme empiriche e spirituali attribuitegli da altre correnti di pensiero. Jervis (1989), sostenendo che Winnicott è «il primo psicoanalista freudiano che introduce, fin dagli anni ’40, il concetto di “self”, e inoltre afferma implicitamente l’idea dell’assenza del concetto di Selbst in Freud. Tale visione dell’opera freudiana in cui non è presente il concetto di Sé, tranne che in sporadiche occasioni, è criticata da Rossati (1990)3 il quale, sostenendo che il Sé non è un concetto tardivo della psicoanalisi, tenta di dimostrare che Freud utilizzò il termine Ich (Io) per indicare sia l’Io che il Sé senza creare confusione o malintesi. Seguendo tale argomentazione, il termine Sé sarebbe stato sottinteso dal padre della psicoanalisi per riferirsi alla persona come oggetto, mentre il termine Io per la persona come soggetto. Pertanto l’assenza del termine specifico Selbst in Freud si spiegherebbe con la sua sostanziale estraneità allo spiritualismo insito nel concetto tedesco di Selbst quale essenza interiore. D’altro canto, in realtà Freud in Introduzione al narcisismo (1914) aveva sottolineato la natura distinta dell’Io dal Sé e il carattere libidico dell’Io il quale viene alimentato da investimenti pulsionali originariamente orientati verso l’immagine del proprio corpo assunta come oggetto libidico; in quest’ottica, tale investimento organizza l’economia di una libido narcisistica coesistente con la libido oggettuale che caratterizza gli investimenti pulsionali in direzione degli oggetti.
1.4 Il Sé in Winnicott
Secondo Winnicott il Sé origina solamente da una condizione in primum di frammentazione della struttura psichica del bambino e da uno stato di reciproca corresponsione di questo con la madre; l’Altro è un altro in cui trovare una risposta positiva e non frustrante, che rassicura e che dà al soggetto un senso di unità e di individualità; se tale esperienza non incontrerà ostacoli, allora condurrà naturalmente «all’istituzione nell’individuo di un Sé che ha un’esistenza continua, che acquisisce un’esistenza psicosomatica e che sviluppa la capacità di mettersi in rapporto con gli oggetti» 4. Winnicott ritiene che il lattante sia in grado di interagire con la madre fin dai primi giorni di vita e pone l’accento sulla possibilità di esperire una continuità dell’essere, sul ruolo materno come presenza capace di sostenere e di gratificare. Da queste interazioni precoci può emergere il vero Sé grazie alla funzione di supporto offerta dalla madre garante di un’interazione favorevole e in grado di predisporre il supporto necessario al corretto sviluppo del bambino. A differenza di Kohut, la madre che sa porsi correttamente in rapporto col figlio non è soltanto la madre che rispecchia il figlio, ma è colei che sa anche porsi intimamente in sintonia con le sue emozioni interne. Il falso Sé prende corpo da una distorsione interazionale in cui la madre richiede indirettamente al figlio di essere accondiscendente e compiacente come condizione imprescindibile di accettazione.
Il falso Sé, che rappresenta anche la strutturazione dell’educazione sociale, nasce e matura come conseguenza dell’inadeguata funzione materna, a discapito del vero Sé che per Winnicott coincide con l’esperienza del vivere e della continuità dell’esistenza. Il falso Sé sorge come costruzione avente lo scopo di colmare il vuoto aperto dal difetto della risposta dell’altro le cui aspettative possono portarlo fino allo smarrimento, se la madre riuscirà a soddisfare i bisogni del neonato, questo potrà crescere mostrando il suo vero Sé, cioè la parte più profonda del suo stesso essere. Il vero Sé non è una struttura, ma è un vissuto interiore che vive in relazione all’esistenza del falso Sé. Il concetto di Sé in Winnicott è riconducibile al modo in cui ognuno percepisce il proprio corpo e l’immagine che di tale corpo si costruisce. Il Sé non è oggettivabile, è un’autoesperienza empirica che assume connotazioni individuali. Sé è considerato da Winnicott come un’entità primordiale psichico-corporea e relazionale, funzione unificatrice dei vari particolari dell’esistenza umana la quale permette l’individuazione personale.
1.5 Kohut e la psicologia psicoanalitica del sè
Heinz Kohut (1971), esponente della scuola di pensiero della psicologia del Sé, focalizza la sua riflessione sul ruolo delle relazioni sociali; nonostante all’inizio cerchi di allinearsi alla dottrina freudiana, ben presto il ruolo del Sé diviene sempre più centrale nel suo pensiero. Sé in Kohut si denota più come struttura che come entità ed è colto sin dalla nascita, anche se strutturato diversamente dalla vita adulta, grazie al fatto che il bambino viene considerato dalla madre e da tutte le persone del suo ambiente come dotato di Sé. Viene così riconosciuta l’esistenza di un Sé passivo che si affermerà autonomamente soltanto tramite l’empatia materna in grado di accogliere le richieste infantili sovraccaricando il Sé del bambino di un investimento narcisistico essenziale. Da questo potenziamento del Sé all’interno dello scambio diadico derivano le configurazioni del Sé grandioso e della imago parentale idealizzata, ciascuna generatrice di differenti costellazioni narcisistiche. Qualora venga a mancare la corrispondenza empatica, lo sviluppo infantile si fisserà ed il bambino, al posto di sperimentare la gioia derivata dall’esperienza di un Sé intero, passerà attraverso la disintegrazione e la frammentazione del proprio Sé per fissarsi su una misera parte dell’esperienza psicologica in toto. In condizioni normali il Sé si trova in una situazione di dispersione in cui però viene difeso da un’aggressività non distruttiva che può trasformarsi, se manca il supporto dell’altro, in vergogna e rabbia distruttiva. I disturbi pulsionali dell’Io vengono considerati come la conseguenza del crollo prematuro di un Sé grandioso arcaico.
Come riscontrabile anche in Winnicott (1953, 1965), nella teoria di Kohut (1971) ritroviamo una frammentazione originaria che richiede un rimedio narcisistico: la costruzione della fantasia grandiosa come correlato psichico del Sé grandioso-esibizionista.
Diversamente dalla psicologia dell’Io, dove l’Io rimane distinto dalla dimensione degli investimenti oggettuali, per la psicologia del Sé la vita psicologica è concepita sin dalla sua origine come un rapporto tra il Sé e l’oggetto Sé, ovvero quegli oggetti, originariamente rappresentati dagli altri parentali e in seguito interiorizzati, che esercitano la funzione di supporto narcisistico nel processo di formazione dell’identità del Sé. In tale ottica dunque non esiste un’autonomia primaria del Sé il quale, all’opposto, necessita di coesione in ragione di un suo deficit strutturale. Kohut distingue una funzione speculare del Sé, svolta dall’oggetto Sé materno e che guida il senso di grandezza e di perfezione del bambino, e una idealizzante, sostenuta dall’oggetto Sé paterno che fornisce al Sé del bambino un ideale da prendere a modello.
1.6 Il Sé nella psicologia sociale
Si deve a Cooley, uno dei massimi rappresentanti della prospettiva interazionista, la definizione del Sé relazionalmente inteso, cioè una costruzione sociale che implica l’interiorizzazione di altri significativi. Secondo l’autore il soggetto fa propri gli atteggiamenti che gli altri esprimono nei suoi confronti, e queste valutazioni riflesse definiscono quello che metaforicamente viene indicato come il looking-glass-self. E’ doverosa la citazione per comprendere la posizione di Georg Herbert Mead (1863-1931, filosofico e psicologo sociale di matrice comportamentista, padre dell’interazionismo simbolico. Al cuore della sua riflessione stanno le nozioni di “mind”, di “self” e di “society”, che possono essere rese in italiano, rispettivamente, con “spirito”, “autocoscienza” e “società”. Queste tre nozioni danno il titolo al celebre scritto di Mead: Mind, Self, and Society (1934). Sensibile all’influenza dei pragmatisti (specie di John Dewey), Mead è convinto che si agisca in base al principio per cui a uno stimolo proveniente dall’ambiente si attua una reazione adeguata: in particolare, nel caso dell’uomo, tra lo stimolo e la reazione si colloca il simbolo, coordinandosi col quale si orienta il proprio agire. Il self e il mind, lungi dall’essere innati, vengono sviluppati nel tentativo di adattarsi all’ambiente che ci sta intorno. Mead sofferma la sua attenzione su come il mind si sviluppi a partire dalla nostra infanzia: da un’ampia gamma di gesti il bambino seleziona quelli che la famiglia, può comprendere, tali gesti acquistano un significato comune per il bambino e per la sua famiglia, assumendo la forma di gesti convenzionali (conventional gestures). Tali gesti condivisi permettono al bambino di comunicare con precisione i desideri e i bisogni, garantendogli la sopravvivenza. Ciò segna un grande passo avanti nello sviluppo del self e del mind: infatti, la capacità di interpretare gesti è la capacità “di assumere la prospettiva dell’altro”. Senza tale capacità, sarebbe impossibile la cooperazione che caratterizza ogni società, implica che l’individui consideri anche se stesso dal punto di vista dell’altro: in questo modo, l’Io può meglio valutare le conseguenze del suo agire nei confronti dell’Altro. Mead è convinto che, tra le peculiarità della specie umana, vi sia quella di fare di se stessa un oggetto di rappresentazione, oggettivandosi, inoltre l’autore analizza l’esperienza in termini di interazione sociale. Secondo Mead, i livelli di sviluppo del self sono tre: a) il gioco (play), tramite il quale il bimbo apprende ad assumere la prospettiva di suoi compagni di gioco (i genitori); b) il gioco (game), nel quale si acquistano più immagini diverse del proprio self (all’asilo, a scuola, coi compagni, ecc); c) l’Altro generalizzato: in questo modo, gli individui acquistano la prospettiva di una comunità di attitudini, grazie alla quale cooperano con gente diversa immedesimandosi in essa. La società non è se non l’interazione organizzata dei singoli individui.
Partendo dai presupposti dell'evoluzionismo darwiniano che aveva informato anche Dewey, Mead formula una teoria dell'emergenza del Sé, cioè della coscienza, dal rapporto dalle interazioni sociali. Queste interazioni che hanno sempre funzione comunicativa, sono dapprima puramente gestuali (come negli animali e negli uomini primitivi), poi linguistiche. Il linguaggio è espresso dall'uso di simboli significativi cioè tali da avere lo stesso significato sia per chi li usa sia per il loro destinatario, consentendo l'immedesimazione del primo nel secondo e viceversa. Proprio l'abitudine a compiere questa identificazione ha causato il sorgere del Sé che non è quindi né una sostanza metafisica, né una funzione individuale, ma un portato comportamentale dell'intercomunicazione linguistica. All'interno del Sé, Mead distingue poi tra il Me, che esprime i comportamenti del gruppo sociale interiorizzati dall'individuo e aventi su di lui la funzione di controllo sociale (lo "spirito" di Dewey), e l'Io, che rappresenta la componente di spontaneità e di originalità insita nella risposta dell'individuo all'ambiente e costituisce quindi, la condizione per la modificazione dei rapporti sociali.
La genesi del Sè nel processo sociale è una condizione di controllo sociale, il Sé è un emergente che mantiene la coesione del gruppo, la volontà individuale viene armonizzata attraverso i mezzi di una realtà ben definita. Ci sono due dimensioni nella teoria sociale di Mead: l’interiorizzazione degli atteggiamenti degli altri verso se stesso e verso gli altri, e l’interiorizzazione degli atteggiamenti degli altri verso gli aspetti dell’attività sociale comune. Il Sé fa riferimento ai progetti sociali e ai traguardi. E’ con i mezzi del processo di socializzazione che l’individuo è portato ad assumere gli atteggiamenti degli altri nel gruppo: e gli altri sono coinvolti con lui nelle sue attività sociali. Il Sé è perciò uno dei più sottili ed efficaci strumenti di controllo sociale.
Il problema delle molteplici forme e dei molteplici significati che vengono attribuiti al Sé viene affrontato da Rom Harré (1998), all’interno di una teorizzazione situata tra la psicologia discorsiva e la psicologia culturale, scomponendo tale concetto in tre parti ben distinte: il Sé1, il Sé2 e il Sé3.Per Harré il Sé è una finzione grammaticale necessaria nei discorsi relativi alle persone, ed un luogo dal quale percepire il mondo e da cui agire che si caratterizza come sintesi di diverse identità alternantesi all’interno dei molteplici rapporti interpersonali e sociali. Nonostante venga suddiviso per un approccio più lineare, distaccandosi dalle teorie recenti il Sé non viene più visto come elemento frammentato ma come nucleo psichico finalizzato al coordinamento e all’integrazione dei processi psichici. Il Sé1 rappresenta il senso di dove siamo collocati, come persona, all’interno dell’ambiente sociale e coincide con l’individualità; il Sé2 costituisce il senso che si ha di noi come qualcosa che possiede un insieme unico di attributi; il Sé3 rappresenta l’insieme delle impressioni che una persona produce su un’altra persona relativamente alle proprie caratteristiche personali.
Seguendo questo discorso, il Sé1 denota il senso che una persona ha di sé ed è unico, tranne che nelle patologie, il Sé2 è la totalità degli attributi di una persona incluse le credenze su sé stessi ed il Sé3 simboleggia il tipo di persona che siamo considerati dagli altri. Il Sé2 ed il Sé3 possono essere molteplici, visto che «mentre nello spazio si può avere un unico Sé, poiché esiste in un solo corpo, nel tempo la persona può avere e ha molti Sé»5 (Harré, 1998, p. 190) considerato nondimeno che esistono vari Sé3 chiamati in causa in occasioni diverse e nei dialoghi con persone diverse.
1.7 La diade madre-figlio
Che la madre sia una figura fondamentale nella vita di un figlio, il polo affettivo e il punto di riferimento più importante nell'infanzia degli esseri umani come di moltissime altre specie animali e tale resta, a volte, anche in età adulta.
è una convinzione talmente accettata e radicata da poterla considerare un assioma. Non è però altrettanto evidente come nasca e si sviluppi questo rapporto fondamentale e profondo tra madre e figlio, definito primario. A partire dagli anni settanta l’approccio metodologico relativo allo studio dello sviluppo infantile, confina il rapporto madre-bambino, in una dimensione che relega quest’ultimo a un ruolo passivo, il cui sviluppo è determinato dagli stili di accudimento della madre, cioè più il bambino riceveva cure premurose, più la qualità dello sviluppo infantile era migliore. Si affermava un modello uni-direzionale, incentrato sulla capacità della madre di risponderà ai bisogni del bambino, prerogativa fondamentale che influisce sullo sviluppo sociale del bambino. Dagli anni settanta si è sviluppato un modello bi-direzionale, in cui il bambino, è ora percepito come entità attiva nelle proprie relazioni, sin dalla nascita,in quanto provvisto di strutture sensoriali che lo rendere propenso al rapporto sociale.6Il bambino sviluppa le sue competenze in relazione, non esclusivamente nel rapporto con la madre, ma con il caretaker, ossia qualunque figura adulta che presta le cure, inoltre viene evidenziata il mondo sociale del bambino, che si allarga ad altri rapporti significativi con varie figure adulte e con coetanei, e questa serie di relazioni si situano all’interno di contesti, fisici sociale e psicologici, articolati.
Oltre che alle osservazioni cliniche e agli studi psicologici e psicoanalitici, è grazie anche agli studi sull'attaccamento nel mondo animale, che oggi disponiamo di un corpus sistematico di conoscenze.
A Konrad Lorenz e a Eckhard Hess, i due celebri studiosi del comportamento, si deve il merito di aver individuato il meccanismo dell'imprinting, geneticamente determinato, che dopo la nascita lega alla madre i piccoli di specie animali caratterizzate da uno sviluppo cerebrale precoce.
Sebbene quello dell'impronta sia un meccanismo ad alta precisione, che fa capo ad un orologio biologico specie specifico, però se la mamma viene a mancare, i piccoli seguiranno altri oggetti in movimento che trovino accanto a loro nelle prime ore successive alla nascita.
1.8 La teoria dell'attaccamento di Bowlby
L'interesse di Bowlby relativo al rapporto madre-bambino, sorse in seguito al suo primo lavoro come volontario in una scuola per bambini disadattati, questo lo fece riflettere sull'importanza di relazioni familiari equilibrate per lo sviluppo di una personalità psicologicamente sana.
Si specializzò in psichiatria infantile e durante gli anni Quaranta studiò gli effetti nocivi della deprivazione materna e dell'istituzionalizzazione sul benessere del bambino. La sua prima esposizione della teoria dell’attaccamento7, teoria di tipo spaziale, risale al 1958, è rintracciabile nell'articolo "The nature of the child's tie to his mother" cioè "La natura del legame dell'infante alla madre"- pubblicato nell'International Journal of Psycho Analisys.
Con la teoria dell’attaccamento Bowlby propone un modello di sviluppo dell’individuo svincolato dal concetto di fase, proprio della psicoanalisi classica, è un modello che viene da lui denominato epigenetico, esso prevede che per ogni individuo siano possibili più linee di sviluppo, il cui risultato finale dipende dall’interazione dell’organismo con il proprio ambiente.
Il termine attaccamento per definire la specifica relazione o legame tra madre e bambino, è dovuto a J. Bowby(1958), che lo utilizzata per indicare lo schema di comportamento manifestato dal bambino tendente alla ricerca di instaurare forti legami emotivi con particolari individui, intesa come una componente di base della natura umana, già presente in nuce nel neonato e che continua attraverso la vita adulta fino alla vecchiaia attaccamento. Bowlby fa riferimento ai dati provenienti da ricerche in campo etologico, il bambino utilizzerebbe determinate forme di comportamento per suscitare forme di accudimento - e fisico, e psicologico - nella madre, comportamento funzionale a rinsaldare il loro legame, pertanto sceglie di usare l’osservazione diretta del bambino non in laboratorio, ma nel proprio ambiente naturale. Sottolinea come i bambini dimostrino l'attaccamento nei confronti della madre attraverso degli schemi comportamentali di base (ad esempio la suzione, il pianto, il sorriso, ecc.).
In questo lavoro passa in rassegna le teorie psicoanalitiche sulla natura e sull'origine della relazione madre/bambino e ne identifica quattro, da cui trae la nozione di propensione innata alla ricerca del seno e del contatto. Le teorie identificate sono:
1) teoria della pulsione secondaria: le ragioni della ricerca di contatto con la madre sono i bisogni fisiologici di cibo e calore;
2) teoria della suzione primaria dell'oggetto,la motivazione alla relazione con la madre è l'innata propensione del bambino per il seno;
3) teoria dell'attaccamento primario a un oggetto: sottolinea la tendenza innata del bambino al contatto con un essere umano;
4) teoria del desiderio di ritorno al grembo: il bambino e la madre sono legati per via del risentimento del primo nei confronti della seconda per l'espulsione dal grembo materno, e per il desiderio di ritornarci. I dati derivanti dalla ricerca etologica portarono Bowlby a confutare la 1) e la 4), in quanto questi dati, tratti da ricerche su primati non umani (cfr gli studi di Harlow sulle scimmie Rhesus), mostravano come gli schemi di risposta istintuali identificati da Bowlby avessero una base innata e fossero indipendenti da bisogni fisiologici, e per la scarsa plausibilità in termini di sopravvivenza onto- e filogenetica. Altre critiche alle concezioni psicoanalitiche erano basate invece sulle osservazioni cliniche del bambino. Bowlby, rifacendosi ai dati provenienti al solito dalla ricerca etologica, osservo come molte specie animali utilizzino segnali-stimolo (stimoli sociali attivanti) per dare inizio a comportamenti sociali organizzati. Gli stessi comportamenti cessano grazie ad altri segnali-stimolo (stimoli sociali inibenti). Bowlby osservò come i comportamenti infantili più comuni fossero funzionali all'accrescimento del coinvolgimento materno, potessero essere interpretati come stimoli sociali attivanti. L’attaccamento per Bowlby è una classe di comportamento sociale intenzionalmente rivolto a provocare e mantenere la vicinanza con una persona che viene così intesa come figura principale di attaccamento. Osservò come il neonato si orienta verso stimoli di origine sociale, la voce, l’odore della persona che offre le cure e disponga di comportamenti di attaccamento inizialmente basati sul riflesso (grasping), poi determinati dalla capacità di afferrare (prensione) e di avvicinarsi (locomozione). L’adulto a sua volta avrebbe un ruolo attivo nella formazione della relazione di attaccamento, con la sua capacità di rispondere ai segnali infantili, ciò che varia non è l’attaccamento, ma il comportamento di attaccamento, che può essere accresciuto o diminuito. Il comportamento di attaccamento viene attivato in situazioni avvertite minacciose, in quanto assolve ad una funzione di difesa dai predatori, sia per gli animali che per gli umani. Il bambino possiede due sistemi comportamentali predisposti a mantenere la vicinanza con la principale figura di attaccamento: il comportamenti di segnalazione , come piangere per spingere l’adulto ad avvicinarsi; e il comportamento di accostamento, grazie al quale è il bambino ad avvicinarsi.
La formazione del legame di attaccamento, secondo l'autore è caratterizzato da quattro fasi:
1. dalla nascita fino a 2 mesi circa, orientamento e pattern di riconoscimento: il bambino emette dei segnali diretti verso le persone, senza fare discriminazione; I bambini appena nati non sono in grado di distinguere una persona dall’altra, ma reagiscono intensamente al contatto umano. Verso la quarta settimana rispondono con un sorriso al volto umano, evocando negli altri un sorriso di rispecchiamento, per cui quanto più la madre risponde con un sorriso tanto più il bambino continuerà a sorridere. Stern (1985) considera lo sguardo reciproco tra madre e bambino come l’elemento chiave nello sviluppo del mondo interno del bambino.
L’invariabilità del viso della madre dà al bambino un senso primitivo di “storia”, di continuità attraverso il tempo cheè indispensabile per la costruzione del senso del sé. Oltre al guardare è anche importante il tenere: Bowlby fa un esplicito riferimento al concetto di holding elaborato da Winnicott (1971) il quale intendeva connotare con questo non solo il sostegno fisico, ma anche l’intero sistema psicofisiologico di protezione, sostegno, cura e contenimento che circonda il bambino e senza il quale egli non sopravviverebbe né fisicamente, né emotivamente.
Intorno al terzo mese diventa evidente come abbia inizio una relazione di attaccamento: il bambino discrimina di più mentre guarda, ascolta e reagisce differentemente alla voce di sua madre, piange in modo diverso se lei se ne va o se si allontanano altre persone, la saluta differentemente e comincia ad alzare le braccia verso di lei per essere preso in braccio. La madre ovviamente risponde a questi segnali e si stabilisce così un sistema reciproco di feedback e di omeostasi, che porta ad una reciproca conoscenza, elemento centrale per una relazione di tipo sicuro.
2. da 2 a 6 mesi. Attaccamento set-goal (scopo programmato). Verso i 7-8 mesi il bambino comincia a mostrare l’ansia per l’estraneo(Spitz, 1958), facendosi silenzioso e aggrappandosi alla madre in presenza di un estraneo. Bowlby descrive l’attaccamento di questo periodo come basato su set-goal. Il set goal per il bambino è mantenersi abbastanza vicino alla madre: usarla come base sicura per le esplorazioni(questo è il periodo in cui inizia la locomozione) quando la minaccia ambientale è al minimo, ed esibire proteste per la separazione o segnali di pericolo quando ce n’è bisogno. Il sistema è ovviamente a feedback, il comportamento di attaccamento è una relazione reciproca, crea modelli operativi interni che rappresentano la collocazione del sé e della figura di attaccamento.
3. dai 3 anni in poi. La formazione di una relazione reciproca
Con l’avvento del linguaggio sorge un pattern molto più complesso che non può essere descritto in termini di semplice comportamento. Il bambino può ora cominciare a pensare ai genitori come a persone separate con propri scopi e progetti, ed escogitare modi per influenzarli.
Attaccamento e dipendenza rimangono attivi lungo tutto il ciclo di vita, sebbene nella vita adulta non siano evidenti allo stesso modo che nei bambini piccoli.
Bowlby vedeva nel matrimonio la manifestazione adulta dell’attaccamento, egli evidenzia infatti come il rapporto tra coniugi costituisca una base sicura cui entrambi possono attingere nei momenti di difficoltà, e che consente ad entrambi di realizzarsi, anche promuovendo e lasciando spazio all’esplorazione, individuale e comune.
2.Il Sé , il Doppio e l’Ombra
2.1 Il Doppio di Sé nel bambino
Il Doppio di Sé nel bambino, è un concetto nuovo nella psicologia evolutiva, pertanto è opportuno definire la sua composizione. Il Doppio è costituito da un primo membro, il bambino, che è un soggetto attivo e dinamico nel campo della conoscenza, il secondo membro, è rintracciabile nelle rappresentazioni mentali del bambino, ed è inteso come un individuo in parte uguale a Sé e in parte diverso da Sé, che per convenienza espressiva denominiamo Doppio, ossia di un Altro da Sé, che il bambino costruisce giorno per giorno, con la consapevolezza che si tratta di un personaggio inventato, che non ha alcun corrispondente nella realtà, quindi fittizio, a volte creato dal nulla, altre volte dal mondo fisico del bambino. L’Altro è dotato di una personalità autonoma, ed è capace di agire e ragionare.7
Il Doppio emerge spesso da situazioni di gioco, può comprendere l’ uguale a Me cioè simile fisicamente al bambino, e il diverso da Sé, identificato ad esempio dall’orsacchiotto.
Tra il bambino e il Doppio si instaura un rapporto simbiotico, infatti quest’ultimo ascolta, soffre e gioca con il bambino, è un amico caro e fidato, nel quale l’infante investe le immagini di sé, che raccoglie dal rapporto con gli altri, e a sua volta modellerà l’immagine che ha di sé, in base a quanto il Doppio gli trasmette.
Con il tempo il Doppio, inizia ad assumere atteggiamenti diversi dal bambino, e relativi ai tratti altrui, tanto che racchiude e fonde personalità differenti, da formare un Altro da Sé sociale, col qual il bambino può dialogare e confidarsi. Arrivati a questo punto il Doppio si sdoppia, in uguale a Sé, e al tempo stesso rappresenta i soggetti che il bambino ha interiorizzato, quindi è anche un Altro da Sé.
Durante l’età evolutiva, molti bambini vivono l’esperienza di avere accanto un uguale a Me il Doppio considerato come una persona con la quale confidarsi e parlare e alla quale attribuire differenti emozioni. Il Doppio può ricoprire due funzioni, di ordine cognitivo: un intervento definito nella costruzione e consolidamento del Sé; e di ordine sociale: apporto nel processo di socializzazione.
Darwin nel 1877 sosteneva che già al nono mese il bambino ha la capacità di associare il proprio nome alla propria immagine nello specchio. Nella psicologia evolutiva il primo psicologo che si occupa delle reazioni del bambino di fronte allo specchio, cioè davanti la propria immagine speculare, è Wallon (1931, 1934, 1954), e con l’ esperienza dello specchio,egli evidenziava l’importanza della consapevolezza dello schema corporeo. E sottolinea gli ostacoli che il bambino deve superare per giungere ad avere una piena immagine di sé, percorso invece più facilitato nel formarsi l’immagine dell’Altro.
Lancan (1936, 1949) ha teorizzato lo stadio dello specchio cioè, proprio davanti allo specchio, alla sola età di sei mesi, si ha la prima identificazione omeomorfa col proprio simile, che andrà successivamente ad incidere sulla relazione tra Sé e l’Altro.
Definendo un organizzazione temporale degli stadi cognitivi, aventi come minimo comune denominatore l’immagine doppia o speculare di sé,sarebbe così organizzata:
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Stadio dello specchio, teorizzata da Lancan
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Stadio del riconoscimento di sé nell’immagine dello specchio ( fra i 3 anni), intesa da Wallon e Zazzo fonte d’esplorazione per il bambino.
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Stadio dell’ombra fra i 3 e 5-6 anni, come si presenta in situazioni naturali, studiato attraverso i disegni e le testimonianze.
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Stadio del compagno immaginario (5-6 anni /7-8 circa)analizzato attraverso testimonianze.


