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Ma che cos’è la coscienza?

Di Luciano Peccarisi
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Daniel Clement Dennett, filosofo americano, ritiene che noi siamo dei computer organici. La coscienza è un’esperienza interiore ineffabile, a sé stante rispetto al flusso indistinto di percezioni personali. Non sapremo mai se i gerani sul balcone del vicino procurano a lui la stessa sensazione di rosso che hanno per noi. Dobbiamo convincerci che “le nostre menti sono semplicemente quello che i nostri cervelli fanno” (34). Per capire l’architettura della mente occore usare un metodo ‘ l’ingegneria inversa’, una specie di tecnica chee parte dai problemi adattativi dei nostri antenati e cerca di dedurre gli adattamenti psicologici che si sarebbero evoluti per risolverli. Non ci sono dentro di noi essenze magiche, spiriti, fantasmi, siamo animali come gli altri. La maggior parte delle cellule del nostro corpo discende dalla cellula uovo e dallo spermatozoo la cui unione ha dato inizio alla nostra vita e, per dirla francamente, nessuna di loro sa niente di noi. Non pensano a nulla, solo a creare energia, metabolismo, crescita, respirazione, trasporto dell’ossigeno, alla relazione con il mondo, ecc. Ogni cellula svolge il suo compito e, tutt’insieme, fanno il vostro essere, con sensibilità e razionalità compresa.
Non c’è neppure alcun quartier generale che sovrintende a tutto. Nessun capo, supervisore consapevole e necessario. Non c’è un teatro dove si mette in scena quel che la coscienza deve vedere e deve sapere, è stata l’evoluzione dell’insieme armonico del corpo che ci ha reso un’unità. Siamo in realtà fatti di sottoinsiemi, moduli, pezzettini, scomparti, distinti e con una certa autonomia. Tutti caricati con dosi di conoscenza parziale via via sempre più elementare e che interagiscono fra loro per realizzare il compito complessivo. Sempre più piccoli e più semplici fino al neurone, e a quel punto sono stati, per così dire, ‘scaricati ‘ (35).

 

Leibiniz sfidò la nostra immaginazione con una vivida pompa d’intuizione, c’invitò ad entrare in un mulino e a notare che non c’è niente di speciale; solo ‘pezzi che si spingono a vicenda’. Un antenato straordinario di tutte le stanze cinesi (36), come quella descritta da Searle.
Alla gente non piace molto sentire dire che siamo soltanto delle macchine, ma questo è causato dal fatto che essi si riferiscono ad un’idea di macchina troppo semplicistica. Certo siamo macchine capaci di dire: io ho un cervello, ma "il guaio con i cervelli è che, quando ci guardi dentro, scopri che non c’è nessuno in casa." (37). Un robot opportunamente programmato, con un cervello costitutito da un calcolatore a base di silicio, sarebbe cosciente, avrebbe un sé. Raccontiamo storie con le idee. Le menti sono piene d’idee. Da una parte sono ricettacoli e dall’altra trasmettitori di idee che si replicano e che si riproducono da cervello in cervello. Idee che si replicano ed evolvono. Intuizione suggerita da Richard Dawkins nel suo Il gene egoista, nel quale ha introdotto l’idea dei memi, analoghi ai geni. “Essi sono quasi come dei virus che replicano le idee. Le leggi della selezione naturale valgono anche qui (...) Anche se la Bibbia non è il vostro libro preferito, non si può negare che essa è sicuramente il testo più replicato al mondo. Questo per via delle idee che vi sono contenute” (38).
Il sé è un’utile finzione, tanti folletti (stati mentali) in competizione cercano di farsi strada, di aver maggior peso politico, successo e fama; quelli che vincono si aggiudicano le risposte motorie, comprese quelle verbali. Ci sono molteplici versioni che possono risultare e io sono colui che verbalizza la successione del processo; di quella provvisoria e di quella che infine è dominante. Bisogna estirpare il dominio del soprannaturale dalle menti: la coscienza è un’utile illusione.

 

Richard Dawkins è professore a Oxoford e la prende da lontano: le cellule uovo e gli spermatozoi provengono dai cromosomi e dai geni, a loro volta prodotti dai primi esseri replicanti apparsi sulla Terra, nel brodo primordiale. Stampini che formano un genere di negativo quasi identico all’originale. Gli equivalenti moderni sono le molecole di DNA dei geni. I geni tengono a fare sempre i loro interessi, vale a dire a riprodursi; per forza, altrimenti scomparirebbero per sempre (geni egoisti). Siamo macchine ed è proprio tramite noi, che li trasferiamo in continuazione in nuove macchine, che loro vanno sempre avanti, cercando l'eterno. Sono i veri immortali. Una catena d’organismi, uno dietro all’altro, tutti noi serviamo solo a trasportare i geni. Siamo le loro macchine per la sopravvivenza.
Non ce ne rendiamo conto. Siamo tutti animali, ma in uno di questi animali si creò casualmente il linguaggio e s’andò formando un nuovo brodo di coltura: la cultura umana. Il nuovo replicante, il meme, è l’unità di trasmissione culturale, come il gene è quello di trasmissione biologica. Costituito da idee, modi di dire, tecniche di fabbricazione di vasi o d’archi, insomma qualunque cosa si replichi e venga trasmessa da cervello in cervello attraverso qualsiasi mezzo di copiatura disponibile, è un meme. Il gene e il meme sono due diversi tipi di replicanti ma l’evoluzione memetica rispetto alla genetica è di gran lunga più veloce.
L’uomo è l’animale per eccellenza che copia. Infatti ”fra i gruppi tribali sopravvissuti, la fabbricazione d’arnesi di pietra, la tessitura, le tecniche di pesca, la costruzione di tetti di paglia, fucinatura e l’arte di accendere il fuoco o cucinare, sono state tutte apprese per imitazione” (39).
Infine siamo giunti a tutto ciò che d’artificiale oggi ci circonda. Proprio come l'evoluzione dei geni ha creato tutto ciò che di naturale sta intorno a noi. Il replicatore, qualunque aspetto esso prenda, è la vera unità di selezione. I geni controllano il comportamento animale fatto di credenze e di desideri, da forme di calcolo o di computazione, immagazzinate nel cervello con le stesse modalità con cui l’informazione è immagazzinata in qualsiasi porzione di materia. I desideri sono gli scopi come gli obiettivi dei programmi d’intelligenza artificiale.  La mente dunque compie dei calcoli riconducibili alla sottostante attività neurofisiologica. La macchina dei memi, la mente umana, è un’altra cosa, ha una cosa che nessun' altra macchina biologica o artificiale può avere. “Abbiamo il potere di andare contro i nostri geni (…) qualcosa che non è mai esistito nell’intera storia del mondo (40).

 

Per Steven Pinker, psicologo di Harvard, i vari problemi dei nostri antenati erano sottocompiti di un unico grande problema dei loro geni: massimizzare il numero di copie capaci di giungere alla generazione successiva (41).
La mente è costituita da una serie di moduli, ognuno dotato di una specializzazione che ne fa un esperto in un singolo terreno d’interazione con il mondo, modellato per selezione naturale e specificato dal programma genetico. In ogni modulo vi è sedimentata l’intelligenza dell’intera filogenesi.
Pensare è calcolare, è una sorta di computazione. Non esiste alcuna anima immateriale che manovri le leve del nostro comportamento, la mente è ciò che il cervello fa, elaborando l’informazione. Se telefono a mia madre in un’altra città, il messaggio rimane uguale, parte dalle mie labbra e arriva alle sue orecchie passando attraverso la vibrazione dell’aria, l’elettricità del filo, cariche di silicio, luce guizzante, cavi a fibre ottiche, onde elettromagnetiche, cascate di neuromodulatori e sostanze chimiche nella sua testa; e lei lo ripete intatto a mio padre seduto sul lato opposto del divano. Allo stesso modo un dato programma può correre su computer fatti di tubi a vuoto, commutatori, elettromagneti, transistor, circuiti integrati o piccioni viaggiatori con alla fine gli stessi risultati. Tale intuizione espressa per la prima volta dal matematico A.Turing è detta ora teoria computazionale della mente, una delle grandi idee della storia della cultura perché risolve uno degli enigmi che costituiscono il problema di come connettere il mondo immateriale con quello materiale, e com’è che il mio pensiero si traduce in movimento.
Un elemento che ha reso insoliti gli esseri umani è che noi siamo entrati in una nicchia cognitiva, abbiamo cioè partecipato alla naturale corsa agli armamenti non in termini evoluzionistici ma utilizzando il ragionamento di tipo causa-effetto e interiorizzando modelli di funzionamento della realtà, il che ci ha permesso di manipolare il mondo a nostro vantaggio. Il linguaggio è un modo per trasmettere informazioni strutturate e possiede la proprietà cruciale dell’informazione: può essere duplicata senza essere persa (42).

 

Jerry Fodor, filosofo alla Rutgers Univerity è convinto che la psicologia del senso comune sia letteralmente vera e che tutto ciò che noi pensiamo sulla nostra mente accade realmente proprio come immaginiamo che accada. Nelle nostre teste ci sono veramente le intenzioni, con un contenuto e che sono la causa di quel che facciamo come in realtà noi tutti pensiamo che facciano. La scienza non deve far altro che spiegare come tutto ciò accade. La CTM, la teoria computazionale della mente, presenta forti analogie con il funzionamento del computer. Entrano gli stimoli da una parte, dati d’informazione sottoforma di input, vengono processati ed elaborati, ed escono come risposte dall’altra. Tuttavia ”esistono aspetti mentali superiori nei confronti dei quali l’attuale armamentario di modelli, teorie e tecniche sperimentali computazionali non offre praticamente alcuna comprensione” (43).
Turing ha dimostrato che una macchina dotata di semplici operazioni può operare in infinite combinazioni, se dotata di un’organizzazione sintattica molto semplice e può produrre risultati straordinariamente complessi, una sorta di pensiero computazionale. La mente è modulare ma solo in periferia. Il processo dell’evoluzione ha fornito di tanti settori specializzati, che sanno benissimo fare quello che fanno e sono ignoranti su tutto il resto. Sono incapsulati all’informazione, chiusi nel loro compito e impegnati a svolgere esclusivamente il loro mestiere; altri compiti darebbero solo fastidio. Come minicomputer analizzano gli input in entrata e forniscono risposte in uscita; vi sono quelli perfettamente automatici ad esempio il riflesso d’ammiccamento e quelli un po’meno, quello della deambulazione. Tutti però calcolano quello che è di loro competenza con i limiti e le capacità proprie disinteressando d’altro; ed è proprio questa specializzazione che li rende così efficienti. Insomma la mente si rappresenta il mondo con la sua a razionalità e lo fa tramite le sue capacità sintattiche e il modo concreto per farlo lo ha suggerito Turing.
Basta dare le istruzioni idonee e la macchina può fare cose simili a un pensiero. Pertanto anche la macchina della mente, manipola questi stati mentali rappresentanti stati del mondo tramite un suo linguaggio del pensiero o mentalese. Ciò da conto della nostra capacità di produrre ed afferrare un numero infinito di pensieri a partire da una collezione finita di concetti. A questo livello però i moduli non ci bastano più, la cognizione globale è diversa.
“Alla fine ha bisogno di integrare il risultato di tutte queste computazioni modulari, e non vedo come potremmo avere un modulo per fare questo” (44). L’evoluzione ha aperto la strada ai processi dei sistemi centrali, mettendo in atto una sostanziale demodularizzazione, perciò il grado di conferma assegnato ad una data ipotesi è sensibile alle proprietà dell’intero sistema di credenze. Noi rispecchiamo il mondo e “il mondo è un sistema causale connesso e noi non conosciamo come le connessioni sono arrangiate” (45).
Il destino non è certo determinato dai geni, la mente non è un computer e noi non la comprendiamo per niente; la coscienza “non rappresenta solo un problema ma un mistero” (46).

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NOTE

34) Dennett D.C. (2003) Freedom Evolves, trad. it. L’evoluzione della libertà, 2004, Cortina, Milano, p. XII

35) Dennett D.C. (1978) Brainstorms. Philosophical Essays on Mind and Psycology, tr. it. Brainstorms. Saggi filosofici sulla mente e la psicologia, 1991, Adephi, Milano, p. 81

36) Dennett D.C. (2005) Sweet Dreams. Philosophical Obstacles to a Science of Consciousness, Massachusetts Institute of Technology, trad. it. Sweet Dreams. Illusioni filosofiche sulla coscienza, 2006, Cortina, Milano, p. 3

37) Dennett D.C. (1991) Consciousness Explained, Boston, Little, Brown, tr. it. Coscienza 1993, Rizzoli, Milano p. 40-41

38) Dennett D.C. (2007) Il credente e la formica, MicroMega, 2, Gruppo Editoriale Espresso, p. 17

39) Dennett D.C. (2006) Dove nascono le idee, Di Renzo editore, Roma, p. 58

40) Dawkins R. (1976) The Selfish Gene Oxoford University Press, tr.it. Il Gene Egoista. La parte immortale di ogni essere vivente, 1995, I ed Oscar saggi, Mondadori, Milano, p. 34

41) Pinker S. (1997) How the Mind Works, tr. it. Come funziona la mente, 2000, Mondadori, Milano, p. 25

42) Pinker S. (2007) Come è nata la mente, MicroMega, 2, Gruppo editoriale Espresso, p. 76

43) Fodor J.A. (2001) La mente non funziona così, Laterza, Roma-Bari, p. 5

44) Fodor J.A. (1998) I problemi della psicologia darwinista, in Adenzato M. Meini C. (2006) Psicologia evoluzionistica, B. Boringhieri, Torino, p. 91

45) Fodor J.A. (1983) The modularity of Mind , the MIT Press, Cambridge (Mass.) tr. it. 1988, La mente modulare, Il Mulino, Bologna, p. 105).

46) FodorJ. A. (1992) The Big Idea: Can There Be a Science of Mind? in Times. Literary Supplement, luglio, p. 5

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