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Ma che cos’è la coscienza?

Di Luciano Peccarisi
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Antonio Damasio, neurologo dell’Iowa, ipotizza che la coscienza emerga dalle “zone di convergenza“, aree del cervello situate in vari posti; “con tutta probabilità alcune sono situate nella corteccia di rivestimento del cervello e altre nei nuclei in zone sotto corticali” (47). Gli organismi superiori hanno bisogno di un livello mentale di integrazione maggiore dei microbi. Le immagini mentali di cui noi, e gli animali superiori, facciamo esperienza consentirebbero una facilità di manipolazione dell'informazione e quindi di comprensione in un mondo complesso. ” Senza le immagini mentali, l'organismo non sarebbe in grado di eseguire un'integrazione tempestiva e su larga scala dell'informazione essenziale alla sua sopravvivenza” (48).
La coscienza fornisce il senso del sé, di esistenza, che introduce, nel livello di elaborazione mentale, l’idea che tutte le attività correnti rappresentate nel cervello e nella mente siano attinenti al suo singolo organismo. Emozione e ragione non sono domini separati, basta pensare come gli estremi dell’ansia e della rabbia da una parte, e della tristezza dall’altra, riducono significamene l’efficacia dell’attività mentale: quando siamo tristi generiamo meno pensieri. (49).
Distinguo la coscienza nucleare dalla coscienza estesa, ma all’inizio vi è solo un proto-sé, dato dall'insieme delle funzioni somatiche, che mantengono in vita il corpo. Poi impariamo a riconoscerci come parte separata dal mondo esterno. Dalla coscienza nucleare emerge quello che chiama sé nucleare che rende consapevoli e di esistere, qui ed ora. In quelli che hanno perso del tutto la memoria ad esempio permane solo questo sé, e con quello ci si può gestire solo istante per istante.
Dalla coscienza estesa invece si forma il sé autobiografico che da conto della nostra esistenza, ci rende protagonisti della nostra vita. Ci garantisce d’essere oggi la persona che eravamo ieri, e quello che sarà anche domani. Questo livello della coscienza richiede il linguaggio perché solo attraverso di esso possiamo formare quella storia, la nostra storia, in cui prendono posto i ricordi, le speranze, i rimpianti e così via.
Immaginate dei musicisti che suonano senza spartito, ebbene tu sei la musica mentre la musica suona: cioè non sei tu che ascolti la musica, che era l'ipotesi di Cartesio, l'homunculus che stava a guardare. Tu sei la musica mentre la musica suona, ciascuno di noi è l'insieme delle strutture e dei funzionamenti cerebrali che la storia personale di ciascuno di noi, storia genetica e interazione ambientale, ha costruito.

 

Noam Chomsky è stato il primo a porre in modo chiaro l’idea che un bambino non può apprendere il linguaggio così facilmente solo ascoltando parlare gli altri. Le scimmie ascoltando parlare l’uomo non imparano a parlare. E questo rivela ancor più chiaramente la misura con cui il linguaggio umano sembra essere un fenomeno unico, senza significative analogie nel mondo animale. Lungi dall’essere acquisito nel corso dello sviluppo, il linguaggio dipende da un innato modulo grammaticale, che come una sorta d’organo mentale, assicura che tutte le lingue umane siano costruite in base ad una grammatica universale, che costituisce l’insieme di regole linguistiche che si presumono installate e cablate nel cervello umano. Con il programma di grammatica generativa (la capacità di tutti i cervelli umani, di generare un linguaggio interno) si cerca di definire proprio i principi e i modi di computazione usati dal cervello nell’esprimere pensieri, in quel modo fantasticamente illimitato. La facoltà di linguaggio, non è un’isola nella testa, “ è incassata entro la più ampia architettura della mente (o del cervello), e interagisce con altri sistemi, che impongono condizioni che la facoltà di linguaggio deve soddisfare per essere usata con successo” (50).
L’umanità è un fenomeno unico, non si è giunti all’uomo per gradi ma l’evoluzione ha compiuto un salto, il che non significa certo una magia, tuttavia si tratta di un balzo che ha formato un essere di qualità diversa. “Mi pare inconsistente la concezione che il linguaggio umano è semplicemente un caso più complesso di qualcosa che deve essere reperito altrove nel mondo animale” (51). Non c’è nulla di simile in quel mondo.

 

Merlin Donald è convinto che si siano conservati nell’architettura cerebrale umana anche gli adattamenti precedenti come vestigia cognitive, perciò il cervello umano non parte da zero, non è una tabula rasa. Ha evoluto però nuovi sistemi di rappresentazione della realtà, non solo un linguaggio. Le menti umane sono ibride, si sono cioè formate da ”una combinazione altamente plastica di tutti i precedenti elementi dell’evoluzione cognitiva umana” (52).
Il cervello, la cognizione e la cultura degli esseri umani si sono evoluti insieme attraverso tre transizioni: l’abilità mimetica, l’invenzione delle parole e il superamento della memoria biologica con l’arte simbolica e la scrittura. Quando s’inventarono le parole scritte si cominciò a registrare pensieri e ragionamenti, speculazioni, idee parziali, argomenti pro e contro, si registrò il primo fondamentale passo verso un reale progresso della conoscenza. Cominciò a crescere una sorta di memoria esterna.  I prodotti di questa vasta cultura esteriorizzata sono divenuti gradualmente disponibili per un numero crescente di persone, il cui unico limite è la propria capacità di copiarli. La mente umana è diversa da qualsiasi altra cosa su questo pianeta non grazie alla sua biologia, che non è qualitativamente unica, ma grazie alla sua abilità di assimilare e generare cultura (53).

 

Terrence W. Deacon puntualizza che il linguaggio si evolve per adattarsi ai meccanismi cerebrali preesistenti, e il cervello si evolve per adeguarsi a queste nuove potenzialità linguistiche. Immaginiamo che una qualche mutazione genetica abbia prodotto, prima dell'esplosione della capacità linguistiche che caratterizzano la specie Homo sapiens, un cervello con una maggiore capacità associativa capace di gestire un maggior numero di associazioni fra segni e oggetti (associazioni che sono presenti in un gran numero di specie di animali non umane, si pensi al linguaggio delle api). Un numero talmente maggiore che ora un segno non è più soltanto in relazione con l'oggetto corrispondente, ma con altri segni. Questo significa, ad esempio, che diventa possibile pensare ad un oggetto da punti di vista diversi, non soltanto mediante il segno che lo indica (come sa fare anche un'ape), ma anche e soprattutto sfruttando la rete di altri segni con cui è in relazione (come l'ape non sa fare). Questa è la ‘competenza simbolica’ dell’animale uomo; a questo punto si attiva il processo di coevoluzione che porta, sfruttando le potenzialità combinatorie alla formazione delle lingue.
Il linguaggio è inseparabile dalla cultura è inseparabile dal riconoscere gli altri come propri simili con cui quindi poter comunicare. La nostra è l’unica specie simbolica.
“Gran parte di ciò che determina la struttura del cervello umano, era bagaglio accumulato nel percorso accidentato che precedette l’evoluzione della comunicazione simbolica” (54). Così, in un processo di coevoluzione durato migliaia di anni, le lingue sono diventate via via più adatte al nostro cervello, e viceversa. La stessa diffusione del linguaggio e della comunicazione simbolica rappresenta una pressione selettiva per quelle aree del cervello (le regioni di Broca e Wernicke, i lobi frontali) necessari ad articolarlo ed interpretarlo, quindi l’evoluzione culturale associata alla grande espansione dei cervelli ominidi. Il linguaggio e la rappresentazione simbolica si sviluppano di pari passo con la cultura e l’organizzazione sociale, come il modo più efficiente per garantire la comprensione tra i membri di un medesimo gruppo.

 

Nicolas Humphrey, professore di psicologia londinese, al razionalismo cartesiano, al ‘Penso dunque sono’, preferisce il suo ‘Sento dunque sono’. La coscienza si identifica con le sensazioni. Con quello che in inglese si chiama il feeling, il sentire, piuttosto che con le forme più alte dell’attività mentale. Occorre una nuova indagine sul ruolo giocato dalle sensazioni nella costruzione della mente, e su quel tipo così particolare di percezione del . Le sensazioni non sono cose che accadono, come sembra a prima vista, bensì cose che facciamo. L'intelligenza artificiale, s’interessa come si elaborano i pensieri, si prendono le decisioni, si ritrovano le memorie e si formulano verbalmente. La sensazione non lascerebbe grandi tracce nella memoria; il gusto del formaggio o il sapore del vino ad esempio non sono cose interessanti. Invece sono proprio le sensazioni più elementari che costituiscono quel fenomeno globale chiamato coscienza. Ed il modo in cui sono vissute e percepite dalle persone e identificate come proprie. Un computer non può provare sensazioni, pertanto come potrà mai avere una forma di coscienza? Pensiamo di essere qualcosa di più del nostro nudo corpo, abbiamo un Sé, che sembra “abitare un diverso universo di essere spirituale” (55). La sensazione cosciente soggettiva (per esempio di un colore) va distinta dalla percezione oggettiva (che può essere del tutto inconscia) e che è utile e che ci serve per funzionare adeguatamente nel mondo. Quella soggettiva è una nostra produzione autonoma, destinata a dare maggior valore alla nostra esistenza, a costruirci un Sé con cui valga la pena d’identificarsi. Ci sono patologie che lo dimostrano, ad esempio le agnosie (mancanza di conoscenza settoriale) con sensazione intatta ma percezione compromessa; sentono il nome riferito ma non cosa significa. Nella visione cieca è compromessa la sensazione ma la percezione è parzialmente presente: il soggetto si giudica cieco ma in realtà riesce troppo spesso a riconoscere gli oggetti indicati per essere un caso. Ho dedicato allo studio di Helen, una scimmia cieca, sette anni di addestramento. Bene, dopo questo tempo “ non ci si accorgeva più della cecità di Helen, che sembrava assolutamente normale: poteva girare correndo intorno ad una stanza, evitare ostacoli, trovare noci o frutti deposti sul pavimento. Aveva persino una visione tridimensionale, perché riusciva a catturare le mosche. Eppure le mancava completamente la corteccia visiva, cioè l'apparato cerebrale considerato necessario per la vista” (56). Un mio collaboratore (57) riuscì poi a trovare le stesse capacità in persone cieche da danni neurologici alla corteccia visiva, convinte della propria cecità, assolutamente certe di non vedere. In realtà avevano una visione priva di coscienza. Sapevano cioè sia indicare la fonte di una sorgente luminosa, senza essere coscienti della percezione. La sensazione di possedere una coscienza ovviamente non è campata per aria. Abbiamo quello che chiamo occhio della mente: una proprietà esclusiva della mente stessa che consente al cervello di osservare se stesso al lavoro. Questa abilità, presumo temporanemente sospesa nei sonnambuli ed assente negli individui con certi tipi di danni cerebrali, permette lo sguardo interiore. Acquisiamo un’identità costante nel presente esteso in cui scorre il tempo della coscienza. Il soggetto si rende conto della propria esperienza, decide le proprie azioni, lo sa e ne è fiero. Gli uomini sono gli esseri più intelligenti, credo che “ il ruolo primario dell’intelligenza creativa sia di mantenere insieme la società” (58), tuttavia con la coscienza della propria soggettività, acquistano un nuovo interesse nella propria sopravvivenza individuale. Inoltre cominciano ad attribuire un valore anche al Sé degli altri individui, cosa che non esiste negli altri animali. La coscienza conta proprio perché a contare è il suo scopo.

 

Fine

Tra le varie teorie sulla coscienza, dice Di Francesco, vi è un punto di discriminazione: la certezza soggettiva che ne ha ognuno di noi e la poca importanza viceversa che le attribuisce la scienza, fenomeni mentali quali l’identità narrativa o l’autoascrizione linguistica di contenuti ad esempio, “non sono individuati in termini di attività neuronale” (59).
Rimanendo così in un’area di nessuno, preda, oggi molto meno che in passato, di astrologi, santoni, teologi, artisti e chiromanti. Si potrebbe dividere la mente, grosso modo, in due parti (60), una che ‘guarda’ il mondo esterno (come fanno gli animali) esplorabile oggettivamente con le armi della scienza. E una che ‘guarda’ il proprio interno (essenzialmente umana): la coscienza; indagabile per la sua funzionalità dalla scienza ma rimanendone fuori circa il contenuto, “una danza dei simboli aal’interno del cranio” (61). Due facce della stessa medaglia certo, ma profondamente diverse.

 

Luciano Peccarisi

 

Di Luciano Peccarisi in questo stesso sito:
- La rubrica d'Autore: Riflessioni sulla Mente

e gli articoli:

- La mente può davvero conoscere se stessa?
- L’Anima e la sua faccia

 

Riguardo l'argomento coscienza suggeriamo:

Sulla Coscienza di Astro Calisi

Che Cos'è la Coscienza? di Francesco Albanese

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NOTE

47) Damasio A. (1999) The Feeling of What Happens. Body and Emotion in the Making of Consciousness, tr. it. 2000, Emozione e coscienza, Adelphi, Milano, p. 270

48) Damasio A. (2003) Looking for Spinosa: Joy, Sorrow and the Feeling Brain, Orlando, tr.it. 2003, Alla ricerca di Spinoza. Emozioni, sentimenti e cervello, Adelphi, Milano, p. 250

49) Damasio A. et al. (2002) Subcortical and Cortical Brain Activity During the Feeling of Self-generated Emotions, “Nature Neuroscience”, 3, pp. 1049-1056

50) Chomsky N. (2000) New Horizons in the Study of Language and Mind, tr. it. 2005, Nuovi Orizzonti nello studio del Linguaggio e della Mente, Il Saggiatore, Milano, p. 592.

51) Chomsky N. (1972) Language of Mind, Harcourt Brace Jovanovich, New York, trad. it. 1977, Mente e linguaggio, in Id., Saggi linguistici, vol. III, Boringhieri, Torino, p. 212

52) Donald M. (1991) Origins of the modern mind, tr. it. 1996, L’evoluzione della mente, Garzanti, Milano, p. 413

53) Donald M. (2001) A Mind So Rare: The Evolution of Human Consciousness, New York, Norton, p. XIII

54) Deacon T.W. (1997) The Symbolic Species. The Co-evolution of Language and the Brain, tr. it. 2001,  La Specie Simbolica.Coevoluzione di linguaggio e cervello, G. Fioriti, Roma, p. 443

55) Humphrey N.K. (2006) Seeing Red. A Study in Consciousness, tr. it. 2007, Rosso. Uno studio sulla coscienza, Codice, Torino p. 95

56) Humphrey N.K. (1974) Vision in a monkey without striate cortex: A case study, in “Perception”, 3, pp. 241-255

57) Weiskrantz L. (1986) Blindsigth. A Case Study and Implictions, Oxford, Clarendon Press

58) Humphrey N.K. (1976) The social Function of Intellect, in P.P.G. Bateson, R.A. Hinde (a cura di) Growing Points in Ethology, Cambridge University Press, Cambridge, p. 307

59) Di Francesco M. (2008) E’ possibile una scienza della coscienza? In Sistemi Intelligenti, Anno XX, n.3 dicembre p. 390

60) Peccarisi L. (2008) Il miraggio di “conosci te stesso”. Coscienza, linguaggio e libero arbitrio, ed. Armando, Roma, 2008, p. 12

61) Hofstadter D. (2007) I Am A Stranger Loop,  tr. it. Anelli nell’Io. Che cosa c’è al cuore della coscienza, Mondadori, Milano, p. 334

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