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Alexandra David-Néel

Vita, opere e recensione di: Magia d’amore, magia nera.
di Paola Mastrorilli

 

È il 1924 e, tra le vallate desolate del Tibet, si aggira una donna dalla carnagione chiara e lo sguardo penetrante. Gli abiti che indossa sono sporchi, trasandati, e chiunque la incontra sul suo cammino la scambia per una semplice pellegrina alla ricerca del suo tempio. In realtà, pochi o forse nessuno sa che quella viandante dai capelli scuri diventerà una famosissima esploratrice europea dei primi del ‘900, che sopraggiunge dalla Cina, che è appassionata conoscitrice dell’Asia e del pensiero orientale e che è diretta a Lhasa, cittadina proibita agli stranieri.

L’attitudine al viaggio e la voglia di fuga caratterizzano la donna fin da piccola, quando fuggì durante una vacanza estiva dai suoi genitori e, dopo aver raggiunto l’Olanda, si imbarcò per l’Inghilterra, dove rimase sin quando non ebbe esaurito le risorse monetarie. Da allora, la giovane ribelle non smise più di viaggiare e l’Italia, la Spagna e, ancora, l’Inghilterra divennero sue mete predilette.

Il nome di questa viandante dall’aria misteriosa e dalla vita movimentata è Alexandra David-Néel, figlia di una famiglia benestante, ma contrastata, parigina. Discendente di Jacques-Louis David, pittore prediletto da Napoleone, Alexandra mostra i primi segni di un caratteristico anticonformismo sin dalla tenera età, interessandosi a problematiche sociali, femminismo e tematiche esistenziali. Il suo sguardo acuto e il carattere acceso, tribolato, sono ben noti a quanti la conoscono da tempo e a quanti la incontrano, anche per caso, durante la loro vita. Fin da piccola, Alexandra sembra essere alla ricerca di qualcosa, una verità, un’idea, un rifugio forse ai suoi stessi pensieri. Figlia di madre borghese, cattolica e rigidissima nell’educazione, con velleità e abitudini salottiere, e di un idealista repubblicano iscritto a una loggia massonica, Alexandra probabilmente subisce il conflitto tra due realtà profondamente diverse tra loro e vi cerca una mediazione. O semplicemente una prospettiva di vita diversa.

Ben presto, grazie ai suoi viaggi e alle conoscenze frutto di incontri fortuiti (per esempio con la direttrice della “Società della Gnosi suprema”, Elizabeth Morgan e, poi, con Madame Blavatsky), la scrittrice-esploratrice entra quasi immediatamente nel circuito di esoteristi e occultisti dell’epoca. Nel 1892 si iscrive alla Società Teosofica, poi a quella Pitagorica, e inizia a studiare le discipline iniziatiche ed esoteriche che la portano lontano, col cuore e con la mente. Il passo per abbandonare il suo comodo cantuccio in Europa e trasferirsi in Oriente – alle cui discipline ha iniziato a interessarsi già da un po’ – è breve e, così, Alexandra si trasferisce in India. Con sé porta il pesante bagaglio di conoscenze e studi sul Buddismo, l’Induismo e le tradizioni misteriche d’Oriente. L’esperienza a contatto diretto col mondo orientale la folgora, la incanta e la segna profondamente nell’animo.

È a malincuore, infatti, che si vede costretta a tornare in patria, a causa di problemi economici ingenti. Musicista e cantante talentuosa, però, non si perde d’animo e si dà alla carriera artistica che la conduce a Tunisi, dove diventa direttrice del teatro della città. Qui conosce il suo futuro marito, Philip Néel, che l’accompagna nella sua febbrile attività di scrittrice d’ispirazione femminista, articolista e saggista intenta a sviscerare le problematiche sociali del suo tempo. In queste inclinazioni Alexandra eredita le inconfondibili doti letterarie del padre che ella amava moltissimo, Louis-Pierre David: insegnante dagli alti ideali, che aveva partecipato alla rivoluzione del ’48 e, in seguito, aveva abbandonato la sua professione per dedicarsi a un giornalismo politico che gli fece conoscere Victor Hugo.

Purtroppo, col tempo, l’attività artistica che mal si adatta agli umori altalenanti, la vita matrimoniale che non colma i vuoti provocati dalla morte dell’amatissimo padre, la personalità eclettica e lo spirito vagabondo di Alexandra, la spingono verso una forma di depressione dalla quale riesce a venir fuori soltanto sognando l’Oriente. Insofferente verso la sua stessa vita, la donna decide così di partire, nel 1911, alla volta della Cina, del Giappone, dell’India e del Nepal, dopo aver avvertito il marito con una veloce lettera di commiato. Respirando aria di libertà, finalmente scevra dai vincoli che l’avevano trattenuta troppo a lungo lontana dalla sua patria spirituale, Alexandra David-Néel entra in un turbinio di eventi e vicissitudini che la portano continuamente sulla stessa strada: quella della conoscenza esoterica del sé.

Numerose sono le persone più o meno illustri che, in questi anni, Alexandra incontra: dal Dalai Lama in esilio allo yogi Aurobindo, all’eremita di Lachen, fino a colui che diventerà il suo figlio adottivo, Yongden. Nel frattempo, appoggiandosi alla Società Teosofica, studia incessantemente le arti e il sapere misterico d’Oriente, apprende la lingua sancrita, approfondisce gli studi di filosofia massonica che aveva intrapreso mentre si trovava a Tunisi. Alle sue spalle, da lontano, c’è suo marito che l’attende invano e la sostiene economicamente. Finalmente, nel 1924, riesce a entrare a Lhasa – città sacra d’Oriente – travestita da pellegrina.

Nel 1925 Alexandra torna in Francia, famosa e insignita d’onori dalla Légion d’honnoeur. Dopo qualche mese si separa consensualmente dal marito e pubblica i suoi libri più famosi: Nel paese dei briganti gentiluomini, Viaggio di una parigina a Lhasa, Mistici e maghi del Tibet. Si trasferisce così, assieme a Yongden, in una casa fattasi costruire appositamente a Digne (Provenza).

Nel 1937 di nuovo il bisogno di fuggire.

Come calamita, l’Oriente la richiama a sé e Alexandra cede alla seduzione d’Oriente tornando in Cina. Qui vi resta per lungo tempo, nonostante imperversi la guerra tra Cina e Giappone. In questi stessi anni apprende della morte del marito Philippe. Torna in patria nel 1947 e resta nella sua casa di Digne assieme a Yongden, che muore nel 1955 causandole un dolore profondissimo che la segnerà per sempre.

Nonostante le bufere della sua vita, però, la donna dal temperamento forte e impavido resiste e va avanti, imperterrita, camminando sul sentiero che era lei destinato fin dalla nascita. Scrive, cerca, esplora, tramanda ai suoi seguaci gli insegnamenti di un sapere legato alla Tradizione, cercando una mediazione tra il pensiero d’Occidente e quello d’Oriente. Medita a lungo, nella sua dimora di Digne, non si arrende alla vecchiaia che avanza, e succhia linfa vitale dagli incontri e dai confronti che la vita le offre. Il richiamo d’Oriente riecheggia ancora, costantemente nella sua mente e, come una sinfonia costante, la ispira e la guida. Per questo, affatto stremata dagli acciacchi dell’età e dagli strazi del cuore, Alexandra comincia a organizzare il suo ritorno “a casa”, ma il destino le sorride beffardo e la strappa al suo sogno: nel 1969, a 101 anni, la scrittrice-esploratrice più nota del ‘900 si spegne lasciando un senso di vuoto e di sgomento tra quanti l’avevano conosciuta e amata. Tutto sembrerebbe finito, ma la morte mette le ali allo spirito di Alexandra e la riconduce sulle rive d’Oriente per l’ultima e definitiva volta: il corpo dell’esploratrice viene infatti cremato e le sue ceneri vengono donate per sempre al fiume Gange.

 

 

Magia d’amore, magia nera

 

Magia d’amore, magia nera costituisce uno degli innumerevoli diari di viaggio dell’esploratrice di lande e di cuori perduti che fece delle sue spedizioni in Oriente, a contatto coi buddisti del territorio, un motivo di vita e di scoperta di sé. Sebbene il titolo potrebbe trarre in errore, Magia d’amore, magia nera non costituisce una guida alla magia e/o alla stregoneria con esercizi pratici di questo o di quel filone di scienze magiche, bensì un vero e proprio, piccolo compendio delle conoscenze esoteriche che, ancor oggi, praticano gli iniziati delle valli del Tibet. Al di là del suo valore come documentario di pratiche misteriche orientali, questo libro raffigura uno splendido spaccato sugli usi e i costumi, le tradizioni e l’etica di un popolo a noi lontano geograficamente, ma di cui avvertiamo un recondito richiamo attraverso affascinanti suggestioni che ci attirano verso est.

Il tutto è narrato sotto forma di romanzo, pur essendo un racconto di fatti concreti e reali vissuti da Garab in persona e riportati ad Alexandra durante uno dei loro incontri. La voce di Alexandra si fonde, così, a quella di Garab. I due orizzonti talvolta coincidono e altri si separano, dando vita a una sorta di fiaba per adulti, in cui la voce narrante (che, pur essendo in terza persona, vede il mondo con gli occhi dell’ex brigante) si esibisce sul palcoscenico della narrazione, in piena luce, e la voce della scrittrice le fa da spalla, accompagnandola con discrezione e con qualche timido accenno che viene dall’ombra. Il racconto si snoda, così, agevolmente attraversando, di pagina in pagina e di vallata in vallata, i pensieri e le emozioni dei due personaggi principali, amanti inconsapevoli di un destino negato dalle loro stesse anime, compagni appassionati a cui il lettore finisce inevitabilmente per affezionarsi, menti tormentate dal dubbio e dai rimorsi, unite in un viaggio lunghissimo che li porterà a condividere esperienze mistiche e magiche al tempo stesso.

È nelle loro avventure che giace il segreto del romanzo, negli incontri quotidiani con ciò che eccede l’ordinario e supera l’immaginabile, soprattutto per noi occidentali così poco avvezzi (seppure con un’ampia tradizione alle spalle di questo genere) a credere nel “sovrannaturale” e nell’invisibile.

Cavalcando con Garab e Detchema verso Lhasa, apprendiamo così le tradizioni dei pellegrinaggi al Dalai Lama, l’Onnisciente, e accediamo al suo appartamento privato, dove egli accoglieva con benevolenza le merci (stoffe, turchesi, fucili, selle per cavalli ecc.) che i viaggiatori gli portavano in dono, mentre i chape (1) sedevano attorno adagiati su bellissimi tappeti; si dice che il Dalai Lama emanasse un fluido benefico che scorreva lungo un piumino che teneva in mano e col quale sfiorava il pellegrino venuto a rendergli omaggio. Conosciamo Lhasa, la splendida città immersa tra le montagne, fatta di case basse bianche che sembrano “un’immensa folla genuflessa in preghiera”. Andando a ritroso nella vita dei due protagonisti, scopriamo che il Khang Tisé è un luogo sacro, punto di confine tra il mondo degli umani e degli dei, abitato da demoni ed esseri disincarnati e che, in queste zone misteriose, sia credenza comune che “in realtà la vita non si spiega che per mezzo della morte e viceversa. L’una e l’altra sono facce […] di una medesima realtà: è questa realtà che si deve afferrare”. Attraverso l’amico indiano di Garab impariamo che, nella filosofia induista, le forme vitali sono considerate come la facciata superficiale della realtà delle cose ma che, dietro alle ombre che l’occhio umano percepisce sotto forma di cose reali, si nasconde la vita vera, forza sottile e robusta al tempo stesso che anima l’Universo.

Di pagina in pagina Garab incontra personaggi singolari, ognuno con un vissuto esoterico importante o con un insegnamento da far proprio: appartenenti alle alte o medie schiere di medici-maghi (come quelli del So Sa Ling) impegnati a trovare l’elisir di lunga vita attraverso rituali feroci e crudeli; nagspa (2) in grado di riconoscere gli spiriti e i demoni che succhiano, a mo’ di vampiro, la linfa vitale dai corpi umani; importanti asceti che donano perle di saggezza; compagni di viaggio fedeli.

Come se venisse fuori da Le mille e una notte, Magia d’amore, magia nera si presenta, così, come un’intricata fiaba per adulti in cui il viaggio diventa metafora della lotta perenne che l’uomo imbastisce con se stesso dal momento in cui mette piede sulla terra, ma col valore aggiunto di un racconto realistico che mostra l’estrema complessità del sistema di pensiero e di credenze orientali. Il viaggio di Garab e di Detchema è un viaggio a ritroso nel tempo e nello spazio, alla ricerca delle proprie origini perdute, senza le quali nessuno dei due è in grado di andare avanti. La morale che risuona come nota costante del libro è, infine, quella secondo cui la vita attuale, con le sue innumerevoli ingiustizie apparentemente senza senso, si genera da noi stessi e dalle nostre azioni passate. Le persone che ci accompagnano, e i nodi che dobbiamo sciogliere con loro e con l’ambiente circostante, sono i frutti della nostra condotta e della condotta di coloro che alla nostra vita hanno permesso di prendere forma. Ricercare quel “punto d’inizio” può essere utile a comprendere meglio i segnali che la Vita ci manda e a trovare la “via di salvezza”.

 

Paola Mastrorilli
dicembre 2006

 

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