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Denis Diderot

Denis Diderot, filosofo e scrittore francese (Langres 1713-Parigi 1784). Nato da famiglia piccolo-borghese, venne messo a studiare dai gesuiti prima a Langres, poi al collegio d'Harcourt di Parigi. Destinato alla carriera ecclesiastica, preferì l'avvocatura cui si dedicò però, conclusi gli studi, solo per pochi anni (1732-34). Denis Diderot Condusse vita da bohémien, che gli inimicò il padre e gli alienò la sia pur modesta pensione che questi gli passava; il matrimonio con una donna del popolo, Anne-Antoinette Champion, contribuì ad alimentare il disaccordo con la famiglia, che neppure la nascita della figlia, la futura M.me de Vandeul, poté appianare. Tra i numerosi impegni per guadagnarsi da vivere (lezioni private, traduzioni, rifacimenti di opere scientifiche), Denis Diderot aveva intanto pubblicato una Epître in versi e la traduzione della Storia della Grecia di Temple Stanyan. Sono le premesse di quella che sarà la sua vocazione letteraria di poligrafo originalissimo e spesso paradossale, che troveranno conferma nella libera traduzione dell'Inquiry Concerning Virtue or Merit di Shaftesbury, le cui tesi lo rafforzano nell'idea di separare i precetti morali da ogni influsso divino per conservare loro una base puramente umana. Sarà questo un punto fermo nell'opera di Diderot, riconfermato dalla scoperta fatta da un gruppo di critici nei numerosissimi inediti del Fondo Vandeul. Pur assorbito fino al 1772 dal grandioso lavoro dell'Encyclopédie, soprattutto dopo il 1758, quando, condannata l'opera dal Parlamento di Parigi, d'Alembert abbandonò la collaborazione, Diderot non tralasciò di scrivere altro, con una varietà e ricchezza di intenti uniche. La maggior parte delle sue opere uscì postuma: in vita, tra i suoi scritti più noti, pubblicò soltanto Les pensées philosophiques (1746), che per la loro arditezza (condanna dei dogmi e dei culti) vennero date al fuoco per mano del boia, Les bijoux indiscrets (1747), libro erotico-satirico, la Lettre sur les aveugles à l'usage de ceux qui voient (1749), che gli valse tre mesi di carcere a Vincennes per le idee professate a proposito di Dio e della Natura, la Lettre sur les sourds et les muets (1751), anonima, come i precedenti scritti, Les pensées sur l'interprétation de la nature (1754), aforismi di stile baconiano di concezione ateistica. Scrisse anche due mediocri lavori teatrali: Le fils naturel (1757) e Le père de famille (1758), seguiti dagli Entretiens sur le fils naturel e dal Discours sur la poésie dramatique (1758). Incapace di dare ordine alla sua vita, anche per le grosse difficoltà economiche in cui si dibatteva, nel 1763 ottenne l'aiuto di Caterina II di Russia che gli acquistò la sua biblioteca, lasciandogliene l'uso e nel 1773, anche per ringraziarla, egli si recò, invitato da lei, a Pietroburgo e vi rimase circa un anno, postillando di osservazioni il nuovo codice e proponendo un piano di riforma scolastica (Observations sur le Nakaz, pubblicate in parte nel 1899 e complete nel 1921). Rientrato a Parigi, per altri dieci anni, pur scrivendo ininterrottamente, fu il più seducente conversatore dei principali salotti letterari del tempo, ammirato sia dagli amici di M.me d'Épinay, sia da quelli del barone d'Holbach. Le sue idee filosofiche si ritrovano tanto nelle opere, quanto nella vastissima corrispondenza, e persino nelle opere altrui, come nella Histoire des deux Indes del Raynal, di cui scrisse numerosi frammenti. Materialista convinto, fedele alle leggi della "natura", Diderot è soprattutto un "seminatore di idee", che daranno frutto assai tardi. Le sue relazioni sui biennali Salons parigini di pittura, tranne una, quella del 1759, furono pubblicate sul finire del sec. XVIII e nel XIX. Si tratta di corrispondenze critiche che Diderot indirizzò all'amico Grimm (ivi compresi gli Essais sur la peinture, scritti nel 1765-66), che rivelano in lui il padre della critica d'arte moderna. Il Supplément au voyage de Bougainville, scritto nel 1772, apparve come gli Essais nel 1796. Il Rêve de d'Alembert, scritto nel 1769, fu stampato nel 1830 e consente di collocare Diderot tra i precursori del trasformismo scientifico. Nel 1796 vengono contemporaneamente pubblicati due romanzi: La Religieuse (La monaca), scritto nel 1760, che è un atto di accusa contro la vita conventuale del sec. XVIII e che il Manzoni avrà presente per la monaca di Monza dei Promessi Sposi, e Jacques le fataliste et son maître (Giacomo il fatalista e il suo padrone), dove alla trama si sostituisce il dialogo tra servo e padrone, sulle loro storie d'amore, che stanno a dimostrare come in realtà nell'ampio concetto di natura venga a essere superata ogni antinomia. Nel 1823 apparve Le neveu de Rameau (Il nipote di Rameau), tradotto dal tedesco, e solo nel 1891 G. Mondal scoprirà il manoscritto originale. È questo il capolavoro letterario di Diderot, in cui tutta la sua vivacità dialettica erompe, come fuoco d'artificio, in una serie di paradossi che coinvolgono filosofia, uomini, arte, musica, morale e i nemici dell'Encyclopédie. Lo stesso Paradoxe sur le comédien (Paradosso sul commediante), scritto nel 1773, apparve solo nel 1830 e getta le basi dell'estetica intellettualistica. Documento notevole, infine, per la conoscenza dell'uomo sono le lettere, soprattutto quelle dirette all'amata Sophie Volland, quelle a Naigeon, allo scultore Falconet, tutte riunite da poco tempo nell'ampia raccolta della Correspondence. Con la pubblicazione dei Textes politiques a cura di Yves Benot (1960), delle Œuvres politiques a cura di Paul Vernière (1963) e, specie, del Commentaire alla Lettre sur l'homme et ses rapports di Frans Hemsterhuis (da lui conosciuto all'Aia durante il suo viaggio di ritorno dalla Russia), commento scoperto e pubblicato solo nel 1964 e in cui sono confermati il suo monismo materialistico e il suo ateismo ben presenti nella Réfutation d'Helvétius, scritta nel 1773 e rimasta anch'essa inedita a lungo, Diderot venne a essere ampiamente rivalutato come pensatore politico. Il suo pensiero è più moderno del suo tempo. Sconfessata la concezione politica dell'Illuminismo, Diderot si stacca dalle idee di Voltaire per avvicinarsi a quelle di Rousseau sul filo della tesi ribadita nei Mémoires pour Cathérine II, in cui l'assolutismo illuminato è addirittura giudicato come il peggiore dei mali, tale da sprofondare in un sonno di morte chi a esso s'abbandona, poiché perde, nella totale fiducia in chi lo guida, il sentimento della libertà, così indispensabile a ogni progresso umano e sociale.

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