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Estetica

Il termine "estetica", come disciplina specifica della filosofia (teoretica), venne coniato da Baumgarten intorno alla metà del diciottesimo secolo.
L'estetica è quella disciplina che si occupa di indagare la reale consistenza dei dati sensibili.
Nell'ottica di Baumgarten l'estetica avrebbe dovuto chiarire il modo in cui il mondo fisico, ossia il mondo oggettuale, potesse rappresentarsi alla
coscienza sotto forma di percezioni.
Era noto ai fisiologi del tempo che gli organi di senso (occhi, pelle, etc.) non erano che recettori specializzati di afferenze fisiche (luce, suoni, etc.).
Le interazioni tra le forze fisiche e gli organi di senso erano già allora definite come "sensazioni", oppure "elementi sensibili semplici".
I problemi di cui avrebbe dovuto occuparsi l'estetica concernevano essenzialmente la questione di come da questi elementi sensibili semplici che, già si sapeva, venivano condotti al cervello attraverso i filamenti nervosi, si potessero venire a formare delle rappresentazioni mentali complesse.
A metà ottocento molti dei problemi investigati dall'estetica erano fuoriusciti dal suo terreno di indagine, per affluire in quello della fisiologia e della
psicologia fisiologia.
Rimaneva in sospeso la questione, ancora perfettamente attuale delle "qualità" sensibili, ossia il misterioso salto tra un fenomeno meramente quantitativo, come ad es. l'urto di un fotone con una certa carica di energia contro un cono della retina ed il conseguente sgretolamento di un pacchetto di pigmenti, dopo aver originato un impulso nervoso, potesse divenire, infine, una sensazione qualitativa non misurabile, quella ad es. del "rosso".
Dal problema dei "qualia" gli ambiti dell'estetica, che avevano perduto terreno dal lato fisico e fisiologico, si estesero, nel secolo scorso nella direzione della filosofia critica dell'arte, invadendone parzialmente il campo.
Nel novecento la principale questione dell'estetica fu quella relativa alla
morte dell'arte: dal "come" l'esperienza estetica potesse costituirsi in rappresentazione di senso e di significati, fino ai limiti concettuali dell'impossibilità del senso nella comunicazione del messaggio artistico.
Rammento, e sottolineo, che già dal principio dell'ottocento, la rivoluzione romantica aveva spezzato il
paradigma fondamentale dell'arte classica per il quale l'opera doveva avere per principio ispiratore la rappresentazione del bello.
Dal
romanticismo in poi il bello (ed evidentemente anche il brutto) cessarono di essere lo scopo dell'arte, riducendosi al ruolo di semplici mezzi espressivi.
Il fine dell'arte romantica divenne l'espressione di un senso, di un sentimento del mondo che poteva veicolarsi attraverso il bello, il brutto, ma potenzialmente anche dell'orrido, del sublime, del tragico, del vero o del vuoto (come poi accadde nelle molte correnti che da quel pabulum si svilupparono nei due secoli a venire).
Dunque, in sintesi, noi possiamo certamente interrogarci sul fatto se il sentimento del bello sia riconducibile a dei criteri comuni a tutti gli esseri umani oppure no: cioè se esso possa dirsi, in un certo senso, "oggettivo" oppure no (meglio, e più appropriato sarebbe tuttavia il termine "universale").
Ma sull'oggettività dell'estetica non vi è discussione possibile: ciò che la rende tale rende possibile il fatto stesso che noi ce lo possiamo comunicare, e che possiamo attingere ad un (qualsiasi) linguaggio.

tratto dal forum

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