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Franco Fergnani

 

 

Franco Fergnani (1927-2009), antifascista per tradizione familiare e una precocissima esperienza di resistente, si laurea all’Università degli studi di Milano nel 1953, con Antonio Banfi. Dopo un lungo tirocinio di insegnamento nei licei e una feconda collaborazione scientifica con Remo Cantoni, negli anni Sessanta viene chiamato alla cattedra di Filosofia morale II, la cui docenza terrà ininterrottamente fino al pensionamento.

Su «Società», rivista fiancheggiatrice del Partito comunista, nei primi anni Cinquanta fu protagonista, insieme a Fulvio Papi ed a Vittorio Strada, di una difesa di Dewey, nella quale riprendeva le posizioni antidogmatiche ed avverse al marxismo dottrinario avanzate da Preti e Cantoni su «Il Politecnico» e «Studi filosofici». Studioso dell’esistenzialismo (La cosa umana: esistenza e dialettica nella filosofia di Sartre, 1978; Mondo, esistenza e trascendenza nella filosofia di Karl Jaspers, 1980) e del marxismo critico (Marxismo e filosofia contemporanea, 1964; Lukács critico di se stesso, 1971), ha tradotto con Remo Cantoni l’Etica ed il Trattato teologico-politico di Spinoza (1972).

Spirito finissimo, di vasta erudizione, maestro delle distinzioni e cesellatore ostinato del lessico filosofico, Fergnani è ricordato con venerazione da quanti lo conobbero e ne poterono seguire le lezioni, anche negli anni più travagliati della vita universitaria milanese.

 

 

Un ricordo di Franco Fergnani
di Roberto Taioli

 

Franco Fergnani è stato un maestro di stile umano e di stile filosofico per moltitudini di studenti che si avvicendati con passione e meraviglia alle sue lezioni di filosofia morale presso l’Università Statale di Milano.

Stupiva il suo tratto umano e il suo modo di porsi, come un filosofo itinerante, un flaneur del pensiero che  filosofo era in ogni luogo del quotidiano, fosse un corridoio, un caffè, un cinema. Forse filosofava anche con se stesso, in lunghi monologhi che dallo studio in Università, lo portavano, carico di libri, alle aule, ove in qualche modo si ricomponeva per dar luogo alla lezione, che tuttavia pareva già iniziata, affabulata in quel fraseggio solitario.

Da pochi anni scomparso in solitudine, così come era vissuto,  refrattario ad ogni logica di potere anche accademico, affascinava per l’ethos che metteva nelle sue lezioni, affollatissime, e che costruiva sul momento, nel senso che la traccia da lui prefigurata, andava intessendosi di mille parentesi, di rinvii e peripezie linguistiche che, lungi dalla dispersione, davano l’impronta di un pensiero in movimento, elastico, mobile, sollecitato, come per l’oscillazione di un pendolo intellettuale. Rigorosissimo nel riscontro dei testi, non ne rimaneva prigioniero, sapendo sempre leggere tra le righe il non- detto o non ancora detto ma già in nuce annunciato, intuito, preformato, aprendo nuove avventure al pensiero.

Giunto a Milano agli inizi degli anni Settanta, dopo una lunga scuola di insegnamento in licei di provincia, si inserì in quel terreno fertile di ricerca filosofica che recepiva le voci di un marxismo antidogmatico e critico (posizioni già abbozzate nel suo lontano libro del 1964 Marxismo e filosofia contemporanea) e che lo condusse a dialogare con pensatori eterodossi quali BlochMerlau-Ponty, Sartre, con un Gramsci affrancato da una lettura ortodossa, le cui idee cominciavano allora a circolare in Italia e a penetrare anche nelle aule accademiche. Il suo impegno anche morale e politico (ma non nel senso di una militanza schierata) lo fece un punto di riferimento per molti giovani che cercavano in Università un sapere non paludato e incrostato, ma dialettico, aperto, utopico, nel senso usato da Fergnani in un suo bel corso sulla problematica dell’utopia in Bloch. Una dispensa forse oggi andata perduta ma preziosa. Ricordo che ad un esame (tra l’altro Fergnani fu correlatore nella mia tesi di laurea discussa con Enzo Paci) egli  notò che avevo fatto rilegare il fascicolo della dispensa e incuriosito mi chiese candidamente come mai. Non ricordo la mia risposta, se mai ci fu, ma da quell’accidente nacque un dialogo, un rapporto, anche perché ero l’ultimo studente esaminato e dopo salimmo insieme nel suo ufficio nell’Istituto di filosofia continuando in un certo senso la conversazione dell’esame. Quando andai a Parigi Fergnani mi chiese di cercargli alcuni libri su Sartre e su Gorz (fu il primo, credo, ad assegnare una tesi di laurea a questa figura di cui in Italia nulla fino ad allora era stato scritto) e al mio ritorno non smetteva mai di ringraziarmi, anche se non tutti li avevo reperiti. Era un uomo gentile, signorile, anche se pagava nel suo tratto umano un qualcosa di irrisolto, probabilmente dovuto alla sua esperienza di internato in un lager nazista.

Grande conoscitore del pensiero di Sartre, dedicò la sua vita allo scandaglio di questo pensatore. La sua opera La cosa umana. Esistenza e dialettica nella filosofia di Sartre, oggi purtroppo introvabile, è un dialogo serrato con le asprezze ma anche con le scoperte nascoste nei testi sartriani. Fergnani maieuticamente ne enucleava il senso sotterraneo, aprendo prospettive impensate anche a chi si incaponisse in letture stereotipate e di maniera. La sua lezione di rigore e di umanità non dovrebbe andare perduta. Per questo sarebbe auspicabile che qualcuno ritrovasse e salvasse dall’oblio i non pochi suoi scritti sotto forma di articoli su varie riviste come  “aut aut”, “Utopia” e altre ancora. Oggi reperibile è infatti solo il suo Antonio Gramsci. La filosofia della prassi nei Quaderni del carcere, pubblicato da Unicopli nel 2011 e che trae origine da un suo vecchio corso universitario.

 

Roberto Taioli

 

Roberto Taioli nato a Milano nel 1949 ha studiato filosofia con Enzo Paci. Membro della SIE - Società Italiana di Estetica, è cultore di Estetica presso l'Università Cattolica di Milano.
Il suo campo di ricerca si situa all'interno dell'orizzonte fenomenologico.
Ha pubblicato saggi su Merleau-Ponty, Husserl, Kant, Paci e altri autori significativi del '900.

Negli ultimi tempi ha orientato la sua ricerca verso la fenomenologia del sacro e del religioso e dell'estetica. Risalgono a questo versante i saggi su Raimon Panikkar e Cristina Campo.

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