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Gioco


I significati del gioco
Il gioco e lo sviluppo dell'intelligenza
Gioco e vita emotiva

 

Gioco, attività strutturata mirante a una gratificazione individuale o di gruppo, e svincolata da fini immediati di produzione (lavoro), cosi come da necessità immediate di difesa individuale o della specie. Può acquistare significati diversi, sia negli animali sia nell'uomo. Nei primi è parte tipica del repertorio di attività degli individui giovani, ed è strettamente legato all'esplorazione, così come all'apprendimento di moduli comportamentali socializzanti, difensivi o predatori. Negli animali le forme del gioco sono tipiche per ciascuna specie, e dipendono sia da schemi comportamentali innati, che man mano si strutturano proprio attraverso il gioco fino ad avvicinarsi a quelli propri dell'adulto; sia a induzioni comportamentali imitative e acquisite (in particolare dai genitori) e legate all'ambiente. Al tempo stesso, il gioco soddisfa le esigenze fisiologiche di sviluppo dell'organismo attraverso il movimento. Nel gioco animale sono di particolare significato gli schemi comportamentali aggressivi e di difesa, che si presentano però per lo più come inibiti nello scopo, cioè con caratteristiche precoci e precise di innocuità e di finzione: ciò è particolarmente evidente nei giochi fra cuccioli di predatori della stessa specie.

 

• I significati del gioco. Nell'uomo il gioco, pur essendo come negli animali caratteristico soprattutto di individui giovani, e pur seguendo schemi di sviluppo che presentano affinità con il gioco animale, tende a strutturarsi in modalità assai più complesse, che dipendono in prevalenza dalla trasmissione di comportamenti culturalizzati: come tale, esso è caratteristico anche di una parte significativa dell'attività quotidiana dell'individuo adulto. Il gioco umano (sia infantile sia adulto) raggruppa schemi comportamentali assai diversi fra loro. Esso può essere puro diverti­mento (paidia secondo R. Caillois) in quanto gioiosa improvvisazione motoria scarsamente strutturata; può assumere invece caratteristica di trastullo (in inglese play) quando si articola in regole informali e improvvisate per cui (come negli animali) finge, imita e partecipa di una continua invenzione; infine, può diventare gioco strutturato secondo regole formali (in inglese game; ludus secondo Caillois), per cui l'emozione gradevole nasce dal darsi un compito finalizzato (ancorché gratuito) o dal competere con altri secondo gli schemi codificati di una sia pur fittizia battaglia. Nel gioco umano si coglie, in particolare quando l'attività sia formalmente strutturata, una dialettica che mette fra loro in rapporto da un lato l'inventività, ovvero l'assenza di obbligo (tipici del fatto stesso di giocare), e dall'altro la presenza accettata di rischi, costrizioni, regole e punizioni.
In quanto al tempo stesso libero e vincolato, creativo e ripetitivo, il gioco si lega strettamente nelle società umane (e più chiaramente in quelle agricole e primitive) alla nascita del rito. Cosi nel carnevale, nell'albero della cuccagna, ma anche nell'altalena e nella mosca-cieca, il gioco si associa talora a significati simbolici di natura magico-religiosa, e può assumere, soprattutto nell'adolescenza, caratteri di vera e propria iniziazione a comportamenti culturali propri dell'adulto. Il gioco acquista nelle società industriali le caratteristiche dello sport quando si esplica prevalentemente attraverso lo sforzo o la destrezza fisica e quando al tempo stesso sia dominante l'aspetto della competizione, o della dimostrazione dì capacità personali. Nello sport, ma anche in altri giochi contraddistinti da competitività e da rischio, vengono a istituzionalizzarsi e a neutralizzarsi componenti aggressive. Quando a ciò si associno condizionamenti commerciali legati allo spettacolo, il gioco perde l'autonomia peculiare dell'attività ludica: e se si considera che il gioco formalizzato è già una istituzionalizzazione del divertimento, si comprende come si abbia qui una doppia istituzionalizzazione, per cui l'attività ludica adulta finisce facilmente col perdere, in quanto diviene meccanica e ripetitiva evasione, ogni caratteristica di reale spontaneità e creatività.

 

• Il gioco e lo sviluppo dell'intelligenza. Già verso la fine del secolo scorso il gioco è stato fatto oggetto di studio particolare da parte della psicologia infantile. L'americano G. Stanley Hall (1844-1924), nell'ambito della teoria dell'evoluzione, ha tentato di spiegare i comportamenti ludici che appaiono nel bambino alle diverse età come un riapparire di attività che hanno caratterizzato lunghi periodi della evoluzione della specie e la cui esecuzione rappresenterebbe la premessa necessaria per il passaggio ad altre forme più evolute. Il tedesco K. Groos (Il gioco dell'uomo, 1899) ha invece avanzato l'ipotesi che il gioco costituisca un pre-esercizio di attività proprie della vita adulta: il bambino giocherebbe con la bambola preparandosi a svolgere funzioni paterne o materne.
Per quanto riguarda lo sviluppo intellettuale, notevole rilevanza hanno le tesi dello psicologo svizzero J. Piaget. Egli sostiene che nel progressivo adattamento del bambino all'ambiente (sia fisico sia culturale) il gioco si verificherebbe tutte le volte che, avendo acquisito un'abilità o compiuto una scoperta, il bambino cerca di far aderire allo schema motorio o cognitivo appena acquisito oggetti nuovi, con il risultato di esercitare l'abilità e la scoperta stesse. Proprio da questo esercitare “schemi” acquisiti da poco deriverebbe quel “piacere funzionale”, quel senso di soddisfazione e di potenziamento della personalità che spinge anche molti adulti a ripetere con gioia operazioni che hanno appreso da poco con fatica (per esempio guidare un'auto). Questa impostazione teorica di base permette di spiegare il parallelismo esistente fra le caratteristiche che il gioco assume col progredire dell'età e le caratteristiche dei processi mentali di cui il bambino diviene via via capace, e quindi di distinguere varie fasi nell'evoluzione del gioco infantile, in parallelo con le fasi dell'evoluzione mentale, schematizzabili come segue.
a) Dall'età di un anno a quella dei diciotto mesi è il periodo del gioco percettivo-motorio puro: prendere gli oggetti, batterli l'uno contro l'altro, disporli l'uno sull'altro o dentro l'altro, lasciarli andare, gettarli lontano ecc. sono attività ludiche che consolidano acquisizioni recenti e, per ciò stesso, rafforzano nel bambino il senso di sicurezza nelle proprie capacità di modificare l'ambiente, di «produrre eventi».
b) Verso i diciotto mesi al gioco percettivo-motorio si affianca il "gioco simbolico". Gli oggetti vengono considerati non più soltanto per ciò che sono, bensì come simboli di altri oggetti non presenti: servono cioè di base per l'evocazione di situazioni passate, o di eventi immaginari. Così il bambino esercita la capacità appena acquisita di immaginare realtà non presenti, e con essa il linguaggio verbale, che accompagna il gioco simbolico e che talvolta si presenta anche come attività autonoma nei giochi consistenti in semplici “tabulazioni”, cioè nel “raccontarsi storie” o nel raccontarle a un “compagno immaginario”.
c) Un importante progresso si verifica quando i giochi simbolici, dapprima individuali, assumono, verso i cinque anni, con l'acquisizione della capacità di tener conto delle esigenze degli altri, i carattere di “giochi sociali”, richiedendo la collaborazione di più bambini (o dell'adulto), con ruoli complementari.
d) Più tardi, dai 7-8 anni in poi, man mano che si acquista la capacità di porsi “nei panni degli altri” e di coordinare vari punti di vista, si assiste allo svolgimento di “giochi con regole”, in cui la comprensione e il rispetto di determinate norme divengono l'elemento dominante.
e) Alcuni giochi con regole richiedono poi un tipo di pensiero più evoluto, che si sviluppa solo a partire dagli 11-12 anni, e implica la capacità di immaginare con facilità situazioni ipotetiche (per esempio una serie di mosse, in una partita a scacchi) per dedurne delle conseguenze (le possibili risposte dell'avversario).

 

• Gioco e vita emotiva. La ricerca psicologica, come ha analizzato i rapporti fra attività ludica e sviluppo intellettuale (e anche sociale, dato che la socializzazione richiede la maturazione delle capacità cognitive or ora considerate), così ha cercato di delineare quelli fra attività ludica e sviluppo affettivo ed emotivo. È nota l'interpretazione che Freud ha dato del gioco, e in particolare del gioco simbolico (ma, per Freud, anche giochi percettivo-motori possono caricarsi di un simbolismo inconscio). Da un lato, il timore o l'ansia che un bambino prova nei confronti di determinate cose possono venire ridotti, e quindi gradualmente dominati, attraverso la ripetuta rappresentazione ludica della situazione che è alla loro origine. Da un altro lato, impulsi o desideri che non potrebbero trovare soddisfacimento sul piano concreto, perché l'ambiente fisico o sociale non lo consentono, possono esprimersi su oggetti-simbolo (per esempio, l'aggressività verso un membro della famiglia può trovare espressione nel trattamento riservato a un bambolotto). In entrambi i casi il gioco assicurerebbe un migliore equilibrio emotivo. Anche l'utilizzazione ludica di particolari oggetti può costituire un elemento di facilitazione, una importante fase di transizione per il costituirsi di positivi rapporti affettivi. D.W. Winnicott ha proposto appunto il termine di “oggetti transizionali” per indicare quei bambolotti, fazzoletti, coperte ecc. che molti bambini desiderano avere sempre con sé e dai quali ricavano un senso di sicurezza, quel senso di sicurezza che più avanti verrà loro dai buoni rapporti affettivi che saranno in grado di stabilire con le persone. La natura del gioco in quanto attività sostitutiva è stata sottolineata anche da K. Lewin. Il bambino, osserva Lewin, passa più facilmente dell'adulto dal piano della realtà al piano dell'irrealtà, cioè della rappresentazione modificata delle situazioni in cui è immerso nella vita reale; e su tale “piano di irrealtà” si muove in modo libero e con ritrovato senso di sicurezza. Il gioco offrirebbe la possibilità di esprimere desideri o tensioni che non avrebbero sfogo altrimenti.
La consapevolezza degli stretti rapporti fra attività ludica e vita psichica ha portato all'utilizzazione del gioco, in sede sia psicodiagnostica sia psicoterapeutica. L'analisi del comportamento ludico di un bambino offre infatti indicazioni sul livello del suo sviluppo motorio e intellettuale e permette di cogliere aspetti essenziali della sua vita emotiva e affettiva. Inoltre, la graduale presa di coscienza da parte di un bambino dei sentimenti da lui vissuti o fatti vivere ai personaggi del gioco può (come é stato sottolineato da Anna Freud e da Melanie Klein) avere una funzione terapeutica, o costituire un importante momento diagnostico.

 

fonte: Enciclopedia Garzanti di Filosofia - 1990


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