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Niccolò Machiavelli (Firenze 1469-1527)

 

Niccolò Machiavelli e la nascita del pensiero moderno.

Con il dissolversi dei concetti medievali dell'Impero universale e della Chiesa universale, la plenitudo potestatis passa allo Stato, piú esattamente al monarca o al popolo. Lo schiaffo di Anagni manifesta l'acme della crisi dei rapporti tra i nuovi Stati nazionali e la Chiesa di Roma, rappresentati rispettivamente da Filippo il Bello e Bonifacio VIII, e la volontà del potere laico di affermare la sua sovranità.
Tale situazione storica è alle spalle di Niccolò Machiavelli, con il quale il pensiero laico acquista piena consapevolezza, supportato dalla nascita della politica come scienza. Proprio l'affermazione che la politica è scienza, comporta che questa abbia leggi proprie, propri principi, propri obiettivi, sia quindi pienamente autonoma e indipendente dalla religione, dalla morale, dalla teologia, né abbia posizione ancillare rispetto a questa, ma una sua propria dignità in quanto "vera" scienza.
Niccolò Machiavelli, fondando la scienza politica, intendeva formulare una disciplina che studiasse le regole dell'arte di governo badando esclusivamente all'efficacia di tali regole indipendentemente da ogni remora religiosa o morale: laica politica o laica morale, quindi. Da tale premessa è poi derivato il principio per cui "il fine giustifica i mezzi", principio tuttavia non formulato da Machiavelli il quale orientava le sue simpatie verso la virtù e la prudenza nella vita civile e politica e perciò elogiava gli Stati retti su queste virtù come quello dei Romani(1).
Anche le "regole" di governo sono efficaci indipendentemente dal carattere morale o immorale delle stesse, quindi nella loro totale laicità. Il Principe di Machiavelli è un teorema politico in quanto ricerca quali siano le qualità necessarie per governare: perciò già Voltaire affermava che la storia "razionale" comincia col Machiavelli e col Guicciardini.
Da una particolare angolatura visuale, si può affermare che la dottrina del Machiavelli pone le basi del liberalismo moderno, inteso come la dottrina che si assume il compito della difesa della libertà, successivamente alla realizzazione della stessa, nel campo politico, come afferma N. Abbagnano(2).
Infatti il Machiavelli, così come il liberalismo, teorizza il "contrattualismo" che considera lo Stato frutto di una convenzione tra gli individui ed afferma altresì la coincidenza dell'interesse privato con quello pubblico(3).
L'individualismo, d'altronde, è la base stessa del liberalismo e il valore assoluto dell'individuo certamente è presente nella teoria machiavelliana(4).
Ciò che evidenzia la negazione del Medio Evo illiberale e la modernità del Machiavelli è proprio la delineazione degli ideali di patriottismo, gloria, libertà della patria. Il Machiavelli vede nel potere temporale del Papato il principale pericolo dell'Italia e, nei mercenari ed avventurieri, le prime cause della debolezza italiana(5). Di fronte alla teocrazia medioevale sorge l'autonomia dello Stato.
Il Cristianesimo, secondo il Machiavelli, ha svolto nella storia una funzione negativa, ha reso gli uomini meno virili ed ha allentato il loro attaccamento alle armi e alla patria, è stato instrumentum regni, mezzo di disciplina dei popoli: "chi considerasse i fondamenti suoi e vedesse l'uso presente... giudicherebbe esser propinquo la rovina o il flagello"(6). Nei "Discorsi" la religione è ricondotta dal Machiavelli alla sua sfera spirituale e, solo così, è considerata strumento di grandezza nazionale: quasi precorrimento della Chiesa nazionale nei movimenti riformistici seicenteschi. "La religione può bene costituire, con le leggi e le milizie, il fondamento della vita nazionale" afferma F. Chabod, il quale tra l'altro nota che nel Principe il valore politico della religione è enormemente ridotto di fronte ai "Discorsi"(7).
Nel Medio Evo non vi era il concetto di "patria", vi era il concetto di fedeltà e sudditanza: quello di patria è un concetto liberale e moderno che già trova spazio nel Machiavelli. La "patria" di Niccolò Machiavelli è, naturalmente, il comune libero, ma tale concetto ben presto gli apparve come cosa troppo piccola e perciò lo stesso propose la costituzione di una confederazione italiana che fosse baluardo contro lo straniero: il suo concetto di patria, quindi, si allarga.
Rigettata ogni causa soprannaturale nell'umano agire, Machiavelli pone come base di ogni azione umana l'immortalità del pensiero: è il "cogito" che si affaccia nella storia dando inizio alla scienza moderna ed a tutta la moderna età, fondamento esso stesso del pensiero laico e liberale moderno. È l'uomo libero, emancipato dal soprannaturale e dal sopraumano, che proclama la sua autonomia e prende possesso del mondo. Degna di nota è anche l'idea, tutta moderna e liberale, che il fine dell'uomo è il lavoro e che il maggior nemico della civiltà è l'ozio(8). Agere et pati fortia: è la base dello Stato autonomo e indipendente. Lavoro, patria, libertà, pensiero autonomo, sono idee-fulcro del liberalismo machiavelliano antipapale, antimperiale, antifeudale. Machiavelli, soprattutto nei "Discorsi", esalta il valore della libertà e la superiorità della repubblica sulla monarchia nell'organizzazione dello Stato in quanto non consente che prevalga la volontà di uno solo; egli sottolinea il fatto che il bene comune è bene promesso solo in una libera cittadinanza; questi Discorsi difendono la causa della democrazia e affermano che "la moltitudine è più saggia e più costante del capo unico"(9).
Antonio Gramsci sottolinea l'atteggiamento antifeudale del Machiavelli e vedeva questi in lotta contro l'organizzazione economico-corporativa della borghesia comunale e per la creazione del nuovo Stato borghese(10): posizione paradigmatica per le lotte politiche moderne. Lo Stato moderno è così liberato da tutti quei vincoli feudali che ne determinavano la sudditanza al potere comunale, opprimendo la sua autonomia.
Machiavelli è un tipico uomo del Rinascimento ed è, a pieno titolo, figlio del suo tempo. Da ciò deriva il rifiuto del dogmatismo scolastico-religioso medioevale e il recupero di un'intelligenza laica e di una tolleranza religiosa quale fondamento di un umanesimo che valorizzi la capacità dell'uomo di liberarsi dei pregiudizi e di cogliere la natura umana con un atteggiamento scientifico. Ma il Rinascimento è il fondamento stesso dell'età moderna e delle sua istanze e pertanto costituisce il loro momento genetico.
Max Horkheimer afferma che Niccolò Machiavelli sarebbe stato non solo il fondatore della scienza politica, ma anche il primo teorico dello Stato borghese. Horkheimer parte dall'assunto che lo Stato borghese è uno Stato avente in sé la propria razionalità: autonomo nelle sue strutture, funzionale e finalizzato all'emergere dell'economia borghese in quanto ha la funzione di garantire lo sviluppo delle forze e delle attività economiche. Per questo, secondo Horheimer, Machiavelli rifiuta il sistema gerarchico medioevale e il potere aristocratico e, nella stratificazione sociale, considera la nobiltà "oziosa" e concede un posto privilegiato alla borghesia, soprattutto cittadina, attiva e collegata al denaro. Secondo Horkheimer, Machiavelli sollecita gli scambi del commercio e il libero gioco delle varie forze economiche; per questo sottolinea l'importanza della "virtù" che è laboriosità e capacità di guadagno(11). Il borghese ha la propria regola nel perseguire il proprio utile e questo stesso consegue solo agendo in un modo razionale: per sapere come agire, non alza certo gli occhi al cielo, ma opera in piena autonomia e laicità. Nell'opera su citata si legge: "Machiavelli chiede la subordinazione di ogni scrupolo allo scopo che giudica supremo: la conservazione di uno Stato forte come condizione del benessere borghese"(12) mettendo a fuoco la sua tesi. Il liberalismo, borghese ed economico, con l'abolizione del mercantilismo e del protezionismo, è un tutt'uno con il liberalismo politico, pungolo per rimuovere gli ostacoli al libero interscambio. La proclamazione dello "Stato forte", in Machiavelli, si fonda sulla fede nel progresso spirituale, morale e culturale, elementi-fulcro del liberalismo e il grado della cultura umana è rapportabile alla misura della libertà borghese. Machiavelli tuttavia, secondo Horkheimer, commette l'errore di considerare la violenza come necessaria per l'ascesa borghese. Machiavelli tuttavia, secondo Horkheimer, commette l'errore di considerare la violenza come necessaria per l'ascesa della borghesia e, in generale, per la necessità dello Stato. C'è da chiedersi, però, se le considerazioni di Horkheimer siano da condividersi in pieno o se siano puro frutto del pieno coinvolgimento dell'Autore nel momento storico che stava vivendo, ossia del periodo attorno al 1930, allorché con i suoi collaboratori, Theodor Adorno ed Herbert Marcuse, ispirò l'indirizzo di studi marxistici che va sotto il nome di "teoria critica".
Su questa critica alle teorie di Horkheimer che, come già abbiamo detto, considera Machiavelli il primo teorico dello Stato borghese, si fondano le tesi di quegli studiosi che ritengono invece che le condizioni storiche dell'Europa e dell'Italia del periodo di Machiavelli non consentono di parlare di accumulazione capitalistica e di sviluppo delle forze borghesi. Tuttavia, anche per costoro, l'affermazione dell'Horkheimer che vede nel Machiavelli "il primo teorico dello Stato borghese" è un elemento per confermare nello stesso il momento "genetico" del pensiero laico e liberale moderno.
P. Stanislao Mancini sintetizza acutamente gli elementi che fanno del Machiavelli il padre della politica moderna. "Egli ha emancipato le discipline politiche dall'autorità teologica, ha applicato alle medesime il metodo storico sperimentale"(13).
Tuttavia anche su questa asserzione ci sono voci non del tutto concordi. F. Chabod sottolinea il carattere intuitivo del pensiero machiavelliano e la differenza dal modo d'impostare il problema di altri pensatori quali Locke, Montesquieu, Rousseau(14).
Forse, proprio per il "taglio" liberale "Il Principe" non piacerà al fascismo e verrà considerato "eretico" dalla mentalità degli anni Venti. Per la forte portata di laicismo non piacerà neppure alla Chiesa della Controriforma che ne censurerà la matrice aristotelico-materialistica. Si è chiamato "machiavellismo" quella deformata interpretazione dell'opera del Machiavelli che accentua le finalità bassamente pratiche del trattato, secondo la nota massima, di cui si è già detto, "il fine giustifica i mezzi" che, come afferma L. Russo "è dei suoi falsi scolari, i gesuiti"(15), massima pregna del falso pedagogismo della Controriforma. Ma questi aspetti, a nostro avviso, sono certamente ciò che è accessorio, relativo nella dottrina del Machiavelli, come bene ha visto il De Sanctis. "Ciò che è morto nel Machiavelli, non è il sistema, è la sua esagerazione". Quindi così continua: "... il suo Stato non è contento di essere autonomo, ma toglie l'autonomia a tutto il rimanente. Ci sono i diritti dello Stato: mancano i diritti dell'uomo. La "ragione di Stato" ebbe le sue forche... fu Stato di guerra, e in quel furore di lotte religiose e politiche, ebbe la sua culla sanguinosa il mondo moderno. Da quelle lotte uscì la libertà di coscienza, l'indipendenza del potere civile e, più tardi, la libertà e la nazionalità"(16). Il De Sanctis quindi afferma che, col concetto machiavelliano dello Stato nasce, anche se "più tardi", quello della Nazione. Questa filiazione è considerata errata dal Russo, il quale sostiene che quello di "Nazione" è un concetto di formazione posteriore e di lentissima costituzione. L'"errore" del De Sanctis sarebbe imputabile al fatto che egli stesso era un uomo del Risorgimento, per cui vedeva adombrato, in Machiavelli, il sogno delle generazioni di tutto l'800.
Machiavelli fu apprezzato dall'Illuminismo, ma anche da Hegel che, nel IX cap. della Costituzione della Germania, afferma che Machiavelli ha anticipato il disegno dell'unificazione dell'Italia, superando il frazionamento regionale cinquecentesco. È questo il "nobile segno purificatore" dello scrittore de "Il Principe", di cui parla anche M. Vanni(17).
Tale asserzione, però, è contraddetta da L. Russo, il quale, riesaminando l'ultimo capitolo del Il Principe, laddove si è voluto vedere nel Machiavelli il caldo profeta dell'unità nazionale, sostiene che l'Autore non pensa all'Italia nella sua unità intima e storica, ma pensa soltanto ad alcune province di essa.
C'è da notare, inoltre, che il "pessimismo" individuato da Prezzolini nell'opera machiavelliana, è da iscriversi piuttosto ad un atteggiamento denigratorio nei confronti dell'opera stessa, in quanto non è frutto di una personale antropologia, ma deriva dalla realtà concreta presa in esame. Secondo G. Prezzolini, troppo il Machiavelli è ancorato alla fiducia rinascimentale nell'uomo(18).
Machiavelli è, a nostro avviso, specchio dei tempi, "troppo" figlio del Rinascimento per poter cadere nelle secche di un pessimismo antiumanistico: non bisogna mai dimenticare che stiamo parlando dello stesso autore de "La mandragola".
Costituisce voce a sé quella del Russo che parla di una "concezione fortemente pessimistica... ma di un pessimismo che comanda all'azione"(19).
Quello che mi sembra condivisibile in questa affermazione è soprattutto la seconda parte. La concezione dell'uomo, quale appare nel Machiavelli, più che "pessimistica" sembra essere realistica e scientifica. Il Machiavelli parte infatti dall'analisi della situazione storica dell'uomo e ne ravvisa "il modo naturalistico di concepire la stessa vita morale e politica"(20).
Come molto bene precisa lo Chabod: "Le osservazioni di carattere generale hanno nel Machiavelli un fondo concreto, preciso, umano: dietro ad esse avverti un'esperienza precisa, ricca di uomini e di eventi... una pienezza di cose concrete che toglie qualsiasi nota di astrattismo intellettualistico"(21).
Lo stesso Hegel, nella "Kritic der Verfassung Deutschlands", sottolineava l'importanza dell'opera machiavelliana quale interprete dello spirito rinascimentale nella conseguita autonomia dalla religione e dalla morale. Lo Stato ha in sé i suoi fini, tanto in Machiavelli quanto in Hegel. Il binomio Machiavelli-Hegel viene stabilito dal Meinecke che afferma che Machiavelli, fondatore della "ragion di stato", avrebbe intuito la profonda dialettica della storia che è bene e male allo stesso tempo. Tuttavia L. Russo, anche nell'aspetto formale dell'opera del Machiavelli, individua una "modernità": afferma infatti che la sintassi machiavelliana è una sintassi adulta, a differenza del ragionamento medioevale e scolastico "a piramide", inaugura il ragionamento "a catena" che sarà poi di Galileo e di tutta la prosa scientifica moderna.
Infine i tanti nessi presenti tra "Il Principe" e i "Discorsi" ci inducono a superare la contrapposizione tra un Machiavelli "repubblicano" e un Machiavelli "teorico dell'assolutismo" che è stata classica per tanto tempo, avallata anche da tanta critica romantica che definiva Machiavelli un pensatore "ancipite", "duplice", al tempo stesso precettore di principi e difensore della libertà. "Il Principe" e "i Discorsi", infatti, sono i due momenti inscindibili di ogni politica: il momento dell'autorità e il momento della libertà. Da ciò l'apparente contraddizione delle due opere perché in realtà, nel problema della autorità è implicito quello della libertà e, nel motivo della libertà, quello dell'autorità.
Antipapale, antimperiale, antifeudale, civile, moderno, democratico: questo è Machiavelli. "La serietà della vita terrestre, col suo strumento, il lavoro, col suo obiettivo, la patria, col suo principio, l'uguaglianza e la libertà, col suo fattore, lo spirito o il pensiero umano, col suo organismo, lo Stato, autonomo e indipendente: ecco ciò che vi è di assoluto e di permanente nel mondo di Machiavelli"(22).
Machiavelli, quindi, come antesignano dell'Ottocento liberale.

Antonella Rizzo III H
Liceo Giuseppe Palmieri di Lecce
* Il lavoro è stato guidato dal prof. Luigi Guerrieri.

Bibliografia

Opere di N. Machiavelli
Il Principe, Bur, Milano 1950.
Discorsi, in Tutte le opere, Sansoni, Firenze 1971.


Saggi critici
M. Vanni, Introduzione e note in N. Machiavelli, Il Principe, Signorelli, Milano 1933.
F. Chabod, Introduzione in N. Machiavelli, Il Principe, Utet, Torino 1944.
F. Landogna, Antologia della critica storica, Petrini, Torino 1951.
A. Gramsci, Note sul Machiavelli, sulla politica e sullo Stato moderno, Einaudi, Torino 1953.
L. Russo, Machiavelli, Laterza, Bari 1958.
F. De Sanctis, Storia della letteratura italiana, Laterza, Bari 1958.
G. De Ruggiero, Storia del liberalismo europeo, Feltrinelli, Milano 1962.
N. Abbagnano, Dizionario di Filosofia, Utet, Torino 1964.
M. Fubini, Antologia della critica letteraria, vol. II, Petrini, Torino 1964.
G. Petronio, Antologia della critica letteraria, Laterza, Bari 1964.
F. Chabod, Scritti sul Machiavelli, Einaudi, Torino 1964.
H. Kohn, Ideologie politiche del ventesimo secolo, La Nuova Italia, Firenze 1964.
M. Horkheimer, Gli inizi della filosofia borghese nella storia, Einaudi, Torino 1978.


NOTE
1 N. Machiavelli, Il Principe, Bur, Milano 1950, cap. III, p. 24.
2 Cfr. N. Abbagnano, Dizionario di filosofia, Utet, Torino 1964, p. 509.
3 Ibidem.
4 Cfr. De Ruggiero, Storia del liberalismo europeo, Feltrinelli, Milano 1962, p. 46.
5 N. Machiavelli, Il Principe, cit., cap. XIII, p. 60.
6 N. Machiavelli, Discorsi, I Libro, cap. XII, in Tutte le opere, Sansoni, Firenze 1971, pp. 95-96.
7 F. Chabod, Scritti su Machiavelli, Einaudi, Torino 1964, pp. 80-81.
8 N. Machiavelli, Discorsi, cit., libro I, p. 136.
9 Ivi, p. 140.
10 A. Gramsci, Note sul Machiavelli, sulla politica e sullo Stato moderno, Einaudi, Torino 1953, p. 7.
11 Cfr. M. Horkheimer, Gli inizi della filosofia borghese nella storia, Einaudi, Torino 1978, pp. 7-13.
12 Ivi, p. 10.
13 Cfr. M. Vanni, Machiavelli, Il Principe, Signorelli, Milano 1933, p. 146.
14 F. Chabod, Introduzione in N. Machiavelli, Il Principe, Utet, Torino 1944, p. IX.
15 L. Russo, Machiavelli, Laterza, Bari 1957, p. 188.
16
F. De Sanctis, Storia della letteratura italiana, Laterza, Bari 1958, p. 102.
17 M. Vanni, op. cit.
18 Cfr. G. Prezzolini, Vita di Niccolò Machiavelli Fiorentino, Rusconi, Milano 1982, p. 62.
19 L. Russo, op. cit., p. 48.
20 L. Russo, op. cit., p. 191.
21 F. Chabod, Scritti sul Machiavelli, Einaudi, Torino 1964, p. 233.
22 F. De Sanctis, Storia della letteratura italiana, cit. p. 102.

fonte: www.clio.it/sr/ce/palmieri/annuario/95-96.html

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