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Sandro Penna

 

La vicenda biografica di Sandro Penna non presenta spunti caratteristici, momenti esternamente di qualche rilievo. E anche negli anni della sua maggiore notorietà, quando cioè la stima dei critici si era più decisamente consolidata attorno al suo nome, visse sempre rifiutando le consuetudini e i riti della società letteraria, rispetto alla quale, comunque, non poteva non sentirsi estraneo.

 

Vita e Opere

Sandro Penna era nato a Perugia il 12 giugno 1906, da famiglia borghese (il padre era commerciante) e il suo curriculum scolastico si concluse con un diploma di ragioniere. Nella città natale visse fino a ventitré anni, quando venne a stabilirsi a Roma, meta di sue frequenti fughe dall'età di sedici anni. Le prime poesie che scrisse furono lette da Umberto Saba, al quale il giovane Penna le aveva inviate in visione, senza conoscerlo personalmente. Fu appunto l'interessamento dei grande poeta triestino che gli consentì una prima pubblicazione dei suoi versi. La sua raccolta d'esordio apparve però soltanto nel 1939, con il titolo di Poesie, edita da Parenti.
Successivamente la sua vita ha continuato a svolgersi in modo piuttosto disordinato, ma anonimo, senza il preciso punto di riferimento di un lavoro stabile, tranne forse un periodo vissuto a Milano come commesso di libreria. Collaborò, ma saltuariamente, a quotidiani e riviste, come «L'Ambrosiano», e «Il Giornale d'Italia», «Oggi», «Corrente», «Il Mondo», su cui apparvero negli anni '40 alcune delle prose più tardi raccolte nel volume Un po' di febbre. li suo secondo libro di versi uscì nel 1950, nelle edizioni milanesi della Meridiana coi titolo di Appunti. Quindi, nel 1955, pubblicò il racconto Arrivo al mare (ed. De Luca) e nei due anni seguenti due raccolte essenziali per una definizione della sua personalità, già a quell'epoca, più precisa: Una strana gioia di vivere, edito da Scheiwiller appunto nel 1956 e, quindi, la raccolta completa delle sue Poesie edita da Garzanti, che gli valse nel 1957 il Premio Viareggio. Poi, nel 1958, Croce e delizia (Longanesi).
Per dodici anni Penna non pubblicò altri volumi di versi: fino al 1970, quando da Garzanti apparve il suo libro più corposo e che allora intendeva essere riassuntivo, con il titolo di Tutte le poesie. Il volume comprendeva le raccolte precedenti ed una scelta assai consistente di importanti inediti. A Penna fu assegnato quell'anno il Premio Fiuggi. Intanto, attorno al suo personaggio, alle sue difficili condizioni di vita, andava crescendo l'interesse di molti intellettuali, tanto che nel 1974 apparve sul quotidiano «Paese Sera» un annuncio nel quale si parlava di Penna e di una necessità di occuparsi di lui, ormai «ammalato e in condizioni di estrema indigenza». L'anno precedente, tra l'altro, era apparso il suo solo volume di prose, Un po' di febbre. Quindi, nel 1976, un gruppo di sue poesie fu pubblicato sull' «Almanacco dello Specchio» e, alla fine dello stesso anno, il volume Stranezze (1957-1976), al quale, pochi giorni prima della morte dei poeta, nel gennaio dei 1977, venne assegnato il Premio Bagutta.

Uno dei motivi essenziali della singolarità dell'opera poetica di Sandro Penna risiede probabilmente nel fatto che è ben difficile, o addirittura impossibile o velleitario, tentare di ricostruirne una storia interna, che pretenda, cioè, di mettere in luce l'evoluzione o gli eventuali sviluppi della sua poesia. Già gli stessi libri di Penna costituiscono, nel senso reale della parola, raccolte di versi. Per questo Cesare Garboli, nella precisa post-fazione a Stranezze li ha paragonati alle mostre dei pittori, i quali, periodicamente, raccolgono il frutto dei loro lavoro e lo espongono a un pubblico. Penna, insomma, è sempre stato se stesso, con pochissime oscillazioni di tono e con lo svolgersi di una parabola, dalle primissime cose a quelle degli ultimi anni, la cui curva è risultata davvero minima. Come se Sandro Penna, cioè, fin dagli inizi possedesse interamente in se stesso il «segreto» della propria poesia, ne conoscesse già perfettamente, spontaneamente, i termini, le risorse; lontanissimo, come sempre si è dimostrato, da ogni tentativo di formulazione e giustificazione teorica. E casi, in effetti, è indubbiamente stato. La voce di Sandro Penna si è subito presentata nell'assoluta purezza del timbro, nella classica semplicità del canto. In ciò trovando, ovviamente, una sua precisa caratterizzazione, una fisionomia davvero riconoscibile come poche. La brevità delle sue strofe, la cantabilità a tratti provocatoria e sempre dolcissima dei suoi versi, il riproporsi continuo, del tema erotico che ha fatto delle sue poesie il canzoniere d'amore probabilmente più intenso e originale del Novecento, si sono opposti in modo alquanto deciso ai termini correnti della poesia del suo tempo, coinvolta, ai suoi esordi, nell'esperienza ermetica, rispetto alla quale la distanza di Penna è sempre apparsa nettissima. Una delle qualità assolute, per cosi dire, della poesia di Penna, è dunque indubbiamente emersa nell'indifferenza da lui dimostrata, sulla pagina, nei confronti delle diverse problematiche formali intrecciatesi nel corso dei decenni, a fronte delle quali egli ha sempre e soltanto esibito l'assoluta naturalezza dell'ispirazione, l'originalità senza supporti della sua voce. Unica possibilità d'aggancio può essere costituito dall'illustre precedente di Umberto Saba, rispetto al quale, peraltro, la poesia di Penna si differenzia nettamente, per la mancanza quasi totale della complessità narrativa propria del triestino; così come per il caratterizzarsi figurativo, impressionistico della lirica penniana, assai lontano anche o del tutto indifferente ad un tratteggio psicologico dei personaggi, figure evocate che appaiono in lui nella brevità luminosa di uno scorcio, nella grazia senza commento di brevissime composizioni, che eludono, tra di loro, ogni forma di legame o di esplicito collegamento. Una figura, insomma, quella di Penna, decisamente, positivamente eccentrica o anomala, per certi versi anarchica, nei confronti dei panorama letterario del nostro secolo. Una figura che, peraltro, rischia di non essere ben compresa se ci si limita a riproporre una volta di più l'immagine prevalente, che in fondo di lui si è cercato di dare, dell'artista che quasi per dono naturale, con un breve tocco stupisce o incanta per la raffinatezza a volte gioiosa, a volte malinconica o distratta dei suoi versi perfetti.

Ciò che in fondo può ancora permettere un accostamento a Saba, piuttosto che quello un po' scontate anche se non gratuito, che è stato più volte fatto, ai lirici greci, è quell'originale forma di realismo lirico della sua poesia, quella presenza costante di figure, luoghi, movimenti umani, fino all'improvvisa e sempre folgorante sentenziosità garbatissima di alcune quartine, che inducono a riflettere sul suo straordinario amore per la vita. Il suo osservare, da un luogo appartato e in ombra, o viceversa da una presenza incerta e precaria il muoversi delle cose, l'atteggiarsi degli uomini, dei ragazzi, nei loro attimi fuggenti che egli sa cogliere e fissare in modo inconfondibile, chiariscono il senso a volte difficile da penetrare, o troppo velocemente interpretato con l'unico ausilio della sua diversità erotica (filo conduttore autentico della sua opera, per quanto magicamente sostenuto in equilibrio da un senso di estrema dignità e di innata, trasparente, raffinatezza di modi), dei confondersi nei suoi versi di amore e dolore, di gioia di vivere e di cupa malinconia, di oppressione dolcemente esibita della fuggevolezza delle cose. Ed è proprio rispetto a queste ultime, alla realtà esterna vista nella complessità del suo articolarsi e del suo apparire, del suo toccare emotivamente l'attore o lo spettatore della vicenda, che si avverte l'angoscia del poeta, colto dal misterioso fascino della vita, dalla sua molteplicità riducibile in effetti a pochi modelli, a poche figurine esemplari, preso dal desiderio di esserne parte fino in fondo, ma al tempo stesso impossibilitato a parteciparvi, o addirittura escluso, tagliato fuori. Il valore complessamente metaforico e drammatico, quindi, di questa apparente commedia in versi, che Penna ha tessuto a lungo la sua vita ripetendosi volutamente all'eccesso, ma ogni volta riproponendosi come nuovo, supera d'un colpo ogni giudizio superficiale, ogni luogo comune critico cui ogni poeta va incontro (in questo caso sulla squisitezza dei suoi versi, sulla loro semplice chiarezza sulla loro orecchiabilità inconsueta) e inducono, come in ogni caso di poesia che sappia rivelarsi autenticamente tale, ad una riflessione ulteriore, ad una rilettura integrale e piena dell'opera. E i versi di questo grande lirico si presentano, rafforzati dal tempo, prodotto inimitabile di chi ha preferito nutrirsi dei proprio contatto diretto e quotidiano, ininterrotto col reale (il proprio, s'intende... ) o che scelta non ha comunque avuto (qui la riprova, dunque, della sostanza tesa e drammatica che è alla base di queste poesie, anche delle più incomparabilmente nitide o «leggere»), accrescendo sempre di più col tempo la distanza fra la propria dimensione autentica di vita e poesia e la "letteratura", i suoi problemi agitantisi nel corso dei decenni, ogni tipo di formulazione teorica a priori.

Nella primavera del 1973 apparve un libro insolito e per Sandro Penna, un libro di prose e racconti intitolato Un po' di febbre. Come egli stesso precisa, in un'avvertenza che conclude il volume, esso comprende racconti e foglietti sparsi che gli amici gli chiedevano da tempo, inutilmente, di raccogliere e pubblicare. Prose scritte per lo più tra il '39 e il '41, apparse in parte su giornali e riviste, altre (il numero maggiore) del tutto inedite. Un po' di febbre non è un libro marginale nella non vasta bibliografìa penniana. Non è, cioè, un semplice strumento aggiuntivo, qualcosa di cui servirsi per meglio accostarsi ai suoi versi. Vi si trovano, infatti, luoghi e impressioni tipiche della poesia di Penna, che in Un po' di febbre ci ripropone in prosa, nelle sue pagine più alte, quel carattere di grazia e di limpidità proprio della sua poesia, rispetto alla quale riesce, data la diversità del mezzo di cui dispone, a diffondersi maggiormente sui dettagli e sulle sfumature di una realtà che in essi era volutamente accennata, proposta in un tocco, in un'apparizione più rapida e fuggevole. E, per citare Pasolini, "è ben difficile parlare di Un po' di febbre come di un libro: esso è un brano del tempo ritrovato. E' qualcosa di materiale. Un delicatissimo materiale fatto di luoghi cittadini con asfalto ed erba, intonaci di case povere, interni con modesti mobili, corpi di ragazzi coi loro casti vestiti, occhi ardenti di purezza innocente, totale disinteresse di Penna per ciò che accadeva al di fuori di questa esistenza tra il popolo». Un capitolo importante, quindi, nell'insieme dell'opera di Penna, un capitolo nel quale questo lirico ha occasione di presentarci il suo modo particolare di intendere e di vivere luoghi e situazioni delle città nelle quali è vissuto o che ha amato: Perugia, Milano, Roma, nei tram, nelle piazze, nelle osterie, nei cinema, nella stessa intensità febbrile di rapporto con gli uomini e le cose. Penna, insomma, non diviene in questo libro narratore, né tanto meno si improvvisa tale. Si conserva pienamente poeta e poeta lirico, aggiungendo a quanto di lui già si conosceva, una assoluta padronanza della presa, mossa in questo caso ad uno scopo che continua ad essere poetico, fino a renderla quasi una magistrale variazione sui terni più consueti, un'occasione in più di partecipe incontro con una realtà, al tempo stesso ordinaria e magica, trasparente e misteriosa, quella autentica di ognuno e la sua, entro quella visione di mitezza inequivocabilmente parziale e soggettiva, che i suoi versi ci avevano saputo stupendamente documentare.

Appunto la posizione eccentrica e appartata, e anche indifferente, di Sandro Penna nel panorama della poesia del Novecento, ha reso non sempre facile un pieno riconoscimento del suo autentico valore. E in effetti la fortuna critica di questo poeta, per buona parte della sua vita, è stata alquanto inferiore ai meriti. Tra i più convinti sostenitori della sua eccezionalità è sempre stato Pier Paolo Pasolini, che a Penna dedicò due capitoli del suo volume di saggi più noto e apprezzato: Passione e ideologia (1960) e che seguì le sue sorti con vivissima partecipazione, fino a definirlo il miglior lirico italiano del secolo. Tra gli altri critici che seppero cogliere e mettere in evidenza i tratti essenziali della poesia di Penna vanno ricordati Solmi, ancora nel 1941, in Tesoretto, Anceschi in Saggi di poetica e poesia (1943), Bigongiari, in Il senso della lirica e altri studi (1952), G. De Robertis, in Altro Novecento (1962), Alfredo Giuliani in Immagini e maniere (1965). Peraltro, dopo l'apparizione di Tutte le poesie, nel 1970, i consensi critici attorno alla sua opera si sono notevolmente accresciuti ed accanto alle numerosissime recensioni che sempre hanno accolto i suoi libri, fanno spicco il saggio di Giovanni Raboni, pubblicato in "Paragone" e poi nel suo libro Poesia degli anni sessanta, quindi la lettura della sua poesia di Giacomo De Benedetti, apparsa nel '74, seppure riferibile ad anni precedenti, in Poesia italiana del Novecento e la postfazione a Strapiezze di Cesare Garboli. Manca, peraltro, su Sandro Penna, uno studio dell'opera più complessivo e meno occasionale, un lavoro che sappia compiutamente sottrarlo ai non pochi luoghi comuni e alle schematizzazioni di cui, spesso, la sua opera ha sofferto presso i critici.

Fonte: www.la-poesia.it

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