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Psicologia

  • Origini e storia della psicologia

  • Il dibattito epistemologico in psicologia

  • La diffusione della psicologia in Italia

Psicologia, scienza che studia la condotta degli uomini e degli animali; nel caso di questi ultimi il termine condotta equivale a comportamento rilevabile dall'esterno, mentre nel caso degli uomini include le funzioni psichiche o processi mentali (intelligenza, memoria, percezione ecc.) e le esperienze interiori o soggettive (sentimenti, aspettative ecc.), sia coscienti sia inconsce.

 

Origini e storia della psicologia

Benché le conoscenze psicologiche siano state fin dagli albori della civiltà un elemento fondamentale delle costruzioni religiose, sociali, politiche e culturali (nell'Estremo Oriente schematizzate in apposite discipline strettamente legate all'esperienza religiosa) e abbiano trovato, nella cultura occidentale, una prima sistemazione all'interno della filosofia (da Aristotele alla scolastica, alla psicologia “razionale” ed “empirica” di Ch. Wolff), la storia della psicologia come scienza viene generalmente fatta cominciare nella seconda metà dell'Ottocento, quando l'indagine psicologica si apre alle metodologie delle scienze naturali. Da parte di alcuni storici, soprattutto di impostazione non positivistica, sono state però poste in luce le numerose linee di continuità esistenti, sul piano degli oggetti di indagine e talora persino dei metodi, tra le antiche psicologie filosofiche (in particolare quella aristotelica, ripresa e approfondita nel medioevo dai tomisti) dell'Occidente greco-latino e le correnti contemporanee della psicologia scientifica: tanto nelle prime quanto nelle seconde, infatti, si ritrovano la preoccupazione classificatoria e l'osservazione empirica, sia introspettiva sia comportamentale; e l’antica suddivisione della mente umana in “facoltà” rivive sostanzialmente inalterata nella moderna suddivisione in “funzioni” e “processi” psichici. Bisogna tuttavia riconoscere che a partire da W. Wundt, verso il 1870, la psicologia acquista una dimensione radicalmente nuova assumendo i criteri metodologici della sperimentazione e della quantificazione; in questo senso appunto, identificando la storia della psicologia con la storia della psicologia sperimentale e quantificata, è lecito dire che quest'ultima ha poco più di cent'anni di vita.
Inizialmente, la psicologia scientifica ebbe come proprio centro la Germania (a Lipsia sorse il primo laboratorio psicologico moderno) e si sviluppò come disciplina accademica lontana dalle preoccupazioni utilitarie o applicative e focalizzata sullo studio della “mente generalizzata”: ossia non tanto sulle differenze interindividuali, quanto sulle leggi regolatrici dell'attività mentale comune a tutti gli uomini. Successivamente, spostatosi il centro degli studi psicologici negli Stati Uniti, verso l'inizio del secolo, l'influenza evoluzionistica e pragmatistica favori il costituirsi di una psicologia interessata alle differenze interindividuali e sempre più applicata al contesto sociale, educativo, industriale. La ricerca pura non fu tuttavia abbandonata e, soprattutto a opera del comportamentismo, ci si sforzò di migliorare le condizioni della sperimentazione in laboratorio e il rigore della quantificazione delle variabili sperimentali. A questa impostazione non mancarono le critiche, formulate soprattutto dagli psicologi di orientamento fenomenologico (in primo luogo i gestaltisti), secondo i quali l'eccessiva quantificazione uccide la qualità e la specificità del dato psichico. Negli anni Trenta la psicologia nord americana, leader indiscussa della psicologia internazionale, si presentava suddivisa in correnti o scuole antagonistiche: soprattutto il funzionalismo, il comportamentismo e il gestaltismo. Negli anni successivi queste scuole hanno sempre più attenuato la loro contrapposizione o addirittura si sono sciolte, come già era accaduto ai primi del Novecento nel caso dell'introspezionismo, la prima scuola della storia della psicologia. Le ragioni di questo particolare sviluppo sono soprattutto le seguenti. In primo luogo, le speranze riposte nel metodo sperimentale andarono scemando a mano a mano che gli psicologi prendevano coscienza della complessità delle variabili da manipolare, anche negli esperimenti più semplici come quelli relativi alla percezione. In secondo luogo, il crescente successo delle teorie psicoanalitiche, costituite in una prospettiva radicalmente diversa da quella della tradizionale psicologia accademica, in certo modo espropriò gli psicologi di alcuni dei temi più rilevanti della loro ricerca. In terzo luogo, la psicologia dovette confrontarsi con discipline giovani e in pieno rigoglio, quali la sociologia, l'antropologia culturale, la neurofisiologia, la cibernetica, e da questo confronto uscì sostanzialmente indebolita. Negli anni recenti, essa ha scelto la strada della specializzazione: rinunciando alle grandi teorie del passato, si va sempre più occupando di microproblemi all'interno dei diversi settori della ricerca sperimentale, e non disdegna l'apporto di concettualizzazioni e tecniche extrapsicologiche, come la teoria dell'informazione, l'etologia o le tecniche microelettroniche di esplorazione cerebrale.

 

Il dibattito epistemologico in psicologia

Sul piano epistemologico, tuttavia, la psicologia contemporanea continua a presentare numerose fratture e contraddizioni. Epistemologi o filosofi della scienza tentano di definire da un lato le caratteristiche che accomunano la psicologia alle altre scienze naturali e umane, e dall'altro le caratteristiche che configurano il tipo specifico, attuale o ideale, della scientificità psicologica. Tra i principali punti di disaccordo sul piano epistemologico e metodologico, è possibile individuare per lo meno le seguenti contrapposizioni. In primo luogo vi sono quegli psicologi (e sono la maggioranza, specialmente nei paesi anglosassoni) che aderiscono alla linea scientifica tradizionale, quella naturalistica, che studia i processi psichici estraendoli dal loro contesto storico: prima ancora che in Wundt, è in J.F. Herbart e nel suo psicologismo antistoricistico che questa prospettiva trova le proprie radici prossime; d'altro lato, un numero inferiore di studiosi, soprattutto europei (da G. Politzer e H. Wallon fino ai giorni nostri, a K. Holtzkamp), hanno tentato d'inserire l'indagine psicologica nella prospettiva del materialismo storico-dialettico, ribaltando il naturalismo classico e assegnando come oggetto a tale indagine non già l'individuo astratto, bensì la condizione storica specifica che caratterizza e dà senso alla condotta dell'individuo; una soluzione di compromesso fra queste due prospettive contrapposte è stata formulata dalla cosiddetta “etologia umana”, che tenta d'integrare la tesi darwiniana relativa alla storicità della natura con la tesi materialistica relativa alla storicità della cultura. In secondo luogo si può individuare una contrapposizione tra gli psicologi di orientamento “mecanomorfico” e quelli di orientamento “antropomorfico”: i primi tendono a considerare l'evento psichico come assimilabile a un qualunque altro evento naturale; i secondi tentano invece di fornire modelli interpretativi quanto più possibile prossimi alla complessità dell'individuo concreto nella realtà quotidiana. Alla prospettiva mecanomorfica aderiscono le correnti classiche della psicologia accademica e soprattutto il comportamentismo, mentre alla prospettiva antropomorfica aderiscono correnti psicologiche più recenti, come la “psicologia della personalità” di W. Stern e G. Allport, le psicofenomenologie e le psicologie esistenziali di R. May e L. Lecky, la teoria della personalità di C.R. Rogers e soprattutto la “psicologia umanistica” di A.H. Maslow. In terzo luogo, esiste una contrapposizione fra gli psicologi di orientamento riduzionistico e quelli di orientamento antiriduzionistico. In quarto luogo esistono psicologi (come i gestaltisti) che fanno ricorso al metodo fenomenologico, nel senso che recepiscono i dati psichici (percettivi, affettivi ecc.) nella loro immediatezza, cosi come appaiono di primo acchito al soggetto percipiente; mentre altri psicologi, di orientamento opposto, sottopongono i dati dell'esperienza immediata a una sorta di “filtro” o di esame logico preliminare. In quinto luogo, le psicologie di orientamento soggettivistico, prevalentemente cliniche, si contrappongono a quelle di orientamento oggettivistico (il comportamentismo, anzitutto). In sesto luogo, va registrata la notevole tensione fra gli psicologi di orientamento quantificazionistico - che prediligono la sperimentazione di laboratorio e la ricerca sul campo con metodologie statistiche, nella convinzione che i dati psicologici possano e debbano essere tradotti in costrutti misurabili ed esprimibili sotto la forma di funzioni matematiche - e quelli di orientamento antiquantificazionistico, secondo i quali i dati psichici non sono suscettibili di misurazione come i dati fisici perché non costituiscono “continuità” omogenee. In settimo luogo, esiste un disaccordo di fondo fra autori di orientamento teoreticistico e quelli d’orientamento antiteoreticistico: secondo i primi, tra i quali vi sono molti neocomportamentisti (a partire da C. Hull, negli anni Trenta) e i cognitivisti, la psicologia sperimentale ha bisogno, per progredire, di “teorie” e di “modelli” che presentino un alto livello di coerenza interna e di formalizzazione matematica (in questo senso esiste da molti anni quella che viene chiamata “psicologia matematica”) e servano a costituire schemi esplicativi, interpretativi e soprattutto predittivi dì eventi psichici quali i processi dell'apprendimento o i processi mnestici; al contrario, secondo gli psicologi antiteoreticisti, il cui più autorevole rappresentante é B.F. Skinner, la psicologia deve rifuggire dalle costruzioni teoriche, che rischiano di condurla su un piano di astrattezza e di inverificabilità, e deve attenersi rigorosamente alle regole dell'esperimento codificato dalla tradizione baconiana e galileiana. Infine, un problema la cui soluzione divide gli psicologi contemporanei di orientamento sperimentalistico è quello relativo alle conseguenze e implicazioni etiche e deontologiche degli esperimenti condotti sull’uomo; infatti in molti casi occorre che il soggetto sia coscientemente ingannato dall'operatore sulle vere finalità dell'esperimento, il quale può richiedere che si induca nel soggetto uno stato psicologico spiacevole, come ansia, paura ecc. Per ovviare a questi problemi si è fatto ricorso alla psicologia animale e comparata, settore in cui fin dal secolo scorso i metodi sperimentali hanno avuto la massima diffusione e applicazione, come nel caso dei celebri esperimenti sul condizionamento condotti da I.P. Pavlov.

 

La diffusione della psicologia in Italia

Come negli altri paesi europei, in Italia la psicologia cominciò a diffondersi intorno al 1870, prevalentemente sotto forma di psicologia sperimentale. Il suo principale portavoce fu il filosofo R. Ardigò, coadiuvato da altri positivisti come G. Sergi e G. Buccola. Successivamente, fino alla prima guerra mondiale, la nostra psicologia perse gradualmente l'iniziale impronta positivistica e si aprì all'influenza del pragmatismo inglese e nord americano; autore molto letto all'epoca fu lo statunitense W. James, la cui opera venne tradotta e commentata dallo psichiatra e psicologo G.C. Ferrarotti, fondatore nel 1905 della “Rivista di psicologia”, che divenne l'organo principale e per molto tempo esclusivo degli istituti di psicologia delle università italiane. Con l’avvento del fascismo le sorti della psicologia italiana declinarono, in particolare sul piano della ricerca pura, esplicitamente contestata dal neohegelismo e più specificamente dall'attualismo gentiliano. Nel 1923 la riforma Gentile della scuola decretò l'abolizione dell'insegnamento della psicologia nelle scuole italiane di ogni ordine e grado, e la sua sostituzione con la filosofia e la pedagogia di orientamento idealistico. Negli anni successivi, anche a causa dell'autarchia culturale imposta dal fascismo, la psicologia italiana perse sempre più terreno sul piano scientifico e istituzionale rispetto alla psicologia internazionale, e scelse la via meno impegnativa della psicologia applicata. Nei settori applicativi, pur affrontati senza adeguate basi scientifiche, si segnalarono tuttavia studiosi come A. Gemelli, F. Banissoni, G. Vidoni. Ma la produzione psicologica propriamente scientifica era ormai riservata a pochissimi ricercatori, tra i quali spicca C. Musatti, erede della più importante scuola psicologica italiana degli anni precedenti, quella patavina di V. Benussi. Dopo il 1945 la psicologia italiana si è aperta in modo via via più accentuato alle influenze nordamericane, tanto sul piano sperimentale quanto su quello clinico e applicativo.
    Sadi Marhaba

 

fonte: Enciclopedia Garzanti di Filosofia - 1990

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