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Riflessione


Riflessione, termine che, in Aristotele e negli scolastici, indica la conoscenza che l'intelletto ha di sé, in quanto non soltanto conosce, ma anche sa di conoscere. Questa conoscenza di secondo livello, implicita in ogni atto dell'intelletto, diventa esplicita allorché l'intelletto assume a oggetto se stesso (nel linguaggio scolastico si parla, a questo riguardo, di “seconda intenzione”). Nel solco del neoplatonismo, la capacità dell'intelletto di riflettere su di sé è assunta anche dagli scolastici quale segno della sua immaterialità. Nella filosofia moderna, Locke considera la riflessione, o “senso interno”, come una delle due fonti di tutte le nostre idee: attraverso la sensazione abbiamo le idee che ci vengono dall'esterno, con la riflessione abbiamo le idee delle nostre operazioni mentali, come percepire, dubitare, credere, ragionare, volere, desiderare ecc. Per Hume, invece, la riflessione riproduce nel pensiero le “impressioni” immediate (immagini ed emozioni) che già si siano avute, dando così origine alle “idee”, che si distinguono dalle impressioni corrispondenti solo per il loro minor grado di forza e vivacità. Kant distingue fra la riflessione “logica” e la riflessione “trascendentale”: la prima è la comparazione di molteplici rappresentazioni, per trovarne le note comuni oppure diverse; la seconda è la determinazione delle relazioni reciproche fra le cose, secondo quattro coppie di concetti: identità e diversità, comunanza e opposizione, interno ed esterno, materia e forma. Ma, a proposito di queste relazioni è essenziale distinguere fra le cose in quanto fenomeni, cioè come date dalla sensibilità, e le cose come pensate dal mero intelletto; giacché, se non si compie questa distinzione, si cade in quella “intellettualizzazione dei fenomeni” che Kant rimprovera a Leibniz. Si consideri, per esempio, a proposito della coppia identità-diversità, il principio leibniziano dell'identità degli indiscernibili: che due cose che non abbiano alcuna differenza interna siano una cosa sola, in quanto identiche, si può sostenere soltanto se le si considerano intellettualmente; ma, perché esse rimangano due, e non siano la medesima cosa, anche se intellettualmente sono indistinguibili, è sufficiente che si trovino collocate in due punti diversi dello spazio; il che però può essere appreso (secondo Kant) solo attraverso la sensibilità, essendo lo spazio una forma di quest'ultima (Anfibolia dei concetti della riflessione, in appendice all'Analitica trascendentale, nella Critica della ragion pura). Per Fichte, la riflessione è la considerazione astratta per cui l'Io si pensa come contrapposto al proprio oggetto, e quindi come limitato da questo, anziché comprendere che l'oggetto è prodotto dall'Io stesso. Questo significato sarà presente anche in Hegel: l'intelletto riflettente tiene separati soggetto e oggetto, in contrasto con la “ragione”. La riflessione è pertanto l'atteggiamento tipico del pensiero comune, delle scienze e della metafisica tradizionale, fino a Kant incluso. Tuttavia Hegel dà anche un altro significato alla nozione di riflessione, del tutto obiettivo: la riflessione è la relazione reciproca fra i concetti puri che si oppongono l'uno all'altro, in coppia, come rispettivamente positivo e negativo; dei quali ognuno contiene entro di sé l'altro ed è in unità con esso. In questo senso, la riflessione è per Hegel costitutiva del pensiero puro e del reale, significando l'immanenza reciproca degli opposti: acquisirne consapevolezza significa elevarsi alla ragione, di contro all'astrattezza in cui si mantiene l'intelletto. Le due accezioni di riflessione presenti in Hegel vengono quindi a contrapporsi: la riflessione quale atteggiamento intellettualistico consiste nel rifiuto di ammettere quella riflessione oggettiva, quale struttura del Logos, che viene invece consaputa dalla ragione. Per Husserl, la riflessione è identificata con la coscienza; e quindi si devono distinguere la riflessione “naturale”, prefilosofica, e la riflessione “fenomenologica”, la guale presuppone l'epoché come sua condizione.

 

fonte: Enciclopedia Garzanti di Filosofia - 1990

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