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Riflessioni sull'Esoterismo

di Daniele Mansuino   indice articoli

Guénon, Gurdjieff, Crowley e Castaneda

Gennaio 2009
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In questo articolo intendo accennare brevemente alla vita e alle opere di quelli che a mio parere furono i maggiori esoteristi del ventesimo secolo. Dissero cose molto diverse, spesso in apparenza opposte, e più di una volta tramite la parola scritta si combatterono a vicenda; ma a chi guarda con rimpianto e malinconia le loro figure di giganti perdersi in lontananza nel fluire del tempo che tutto cancella, ben poca cosa appare oggi ciò che in vita li divise a confronto del tributo inestinguibile che tutti e quattro seppero fornire alla conoscenza esoterica.
Nel sito Lucidzahor avevo dedicato a ciascuno di loro un articolo, ma ad essere sincero non fui molto soddisfatto dei risultati: si tratta di personalità tanto complesse e polivalenti che ogni tentativo di commentare la loro opera risulta infine, a confronto dell’opera stessa, ben misera cosa.
E tuttavia, l’enorme traffico che consacrò quelle pagine - molto al di là di quanto effettivamente meritassero - mi confermò una volta di più l’inesausto interesse che verte intorno a quei nomi. Mi giunse anche un vero tsunami di email, in maggioranza assai critiche, a conferma che ciascuno dei quattro – volontariamente o no – è riuscito a crearsi una corte di seguaci tanto fanatici e esclusivisti che per loro, credo, il semplice fatto che in questo articolo io abbia osato accostare il nome del loro idolo a quelli degli altri tre suonerà come un insulto.
Invece, la cosa che non dovreste proprio fare leggendo questo articolo è pensare “io preferisco questo” o “quest’altro non mi va” e così via. Non stiamo giocando con le figurine dei calciatori: stiamo parlando di gente che è venuta per cambiare la faccia della Terra, e qualunque giudizio superficiale nei loro confronti preclude la possibilità di valutare la loro opera con il distacco e l’obbiettività che sono necessari per coglierne fino in fondo le implicazioni.

 

Réné GuénonBisogna per forza cominciare da Réné Guénon, per quanto egli abbia sempre ammonito i lettori di non fare caso alla sua persona, che a suo dire non pretendeva di esprimere nessuna idea originale: la sola funzione che egli riconosceva a sé stesso era quella di fornire un’umile voce alla Tradizione.
Nato a Blois nel 1886 da una famiglia di viticultori, il suo aspetto fisico rispecchiava pienamente l’originalità del personaggio: era alto quasi due metri, magro ma atletico, con un gran faccione oblungo da cui occhieggiava uno sguardo gentile.
Avendo dimostrato un notevole talento per la matematica, si trasferì a Parigi per frequentare l’Università e qui subito entrò in contatto con il fervido milieu occultista della capitale, che da tempo si era lasciato alle spalle l’atmosfera pionieristica dei giorni di Eliphas Levi e stentava non poco a raccapezzarsi nel gran numero di nuove scoperte nel campo delle discipline orientali che affluivano da ogni parte; inoltre, l’età dei nazionalismi riverberava sul mondo occultista inquietanti interrogativi ideologici, in aperto contrasto con le tendenze socialiste dei padri fondatori.
Dopo esperienze piuttosto scapestrate nel campo dello spiritismo e brevi militanze nel Martinismo e in Massoneria, Guénon si consacrò anima e corpo agli studi sull’Induismo, e le sue prime opere – caratterizzate da uno spirito più “libertario” rispetto alle seguenti – svelarono un pensatore di livello incomparabilmente superiore a quello di tutti gli occultisti francesi che lo avevano preceduto.
Difficile trarre una sintesi dei temi fondamentali della sua opera: innanzitutto il connubio tra metafisica e matematica, che gli consente – nelle parole di Massimo Scaligero – distinzioni concettuali singolarmente precise. Poi l’adesione incondizionata alla dottrina indù dei cicli cosmici, che lo porta ad adottare il concetto di Tradizione come faro assoluto: tutto ciò che è del passato quanto più è del passato è buono, tutto ciò che è del futuro quanto più è del futuro è cattivo.
A questi temi possiamo aggiungere la sconfinata erudizione in materia di simbolismo, della quale oggi gli è grata soprattutto la Massoneria, cui l’apporto di Guénon – per quanto ne abbia trattato in una parte relativamente piccola dei suoi scritti – sortì l’effetto di innescare un poderoso rinascimento degli studi massonici i cui effetti sono oggi ben lungi dall’essere esauriti.
Secondo il Guénon di questo primo periodo, nessuna forma di esoterismo può essere praticata con successo dagli Occidentali se non è preceduta dall’adesione a una “religione tradizionale”: sono validi a tale scopo soltanto il Cristianesimo Orientale e l’Islam, perché Cattolicesimo ed Ebraismo – per quanto “regolari” nella trasmissione – hanno visto spezzarsi nel corso della storia il legame che li ricollegava alle rispettive vie iniziatiche.
Di conseguenza, per l’Occidentale che voglia dedicarsi all’esoterismo le scelte sono due: o farsi Ortodosso per praticare poi l’Esicasmo, o farsi Mussulmano per abbracciare il Sufismo. Per chi non intenda abbandonare il Cattolicesimo, una terza possibilità (sebbene in qualche modo imperfetta) si configura nell’adesione alla Massoneria.
Con l’adesione all’Islam si entra in un nuovo capitolo della vita intellettuale di Guénon, che va a vivere al Cairo e consegue il grado di sheikh, maestro spirituale. Fonda una sua tariqa, alla quale vanno a farsi iniziare soprattutto Occidentali, ma anche giovani intellettuali arabi occidentalizzati. Muore nel 1951: come per tutti i maestri sufi, il suo sepolcro è meta di devoti pellegrinaggi.
Negli scritti di questo secondo periodo, pare a tratti che avesse mutato opinione riguardo alla possibilità di conseguire la realizzazione iniziatica per mezzo delle vie cristiane. Non tutti i suoi esegeti sono d’accordo con questa tesi, e i guenoniani si dividono su questo punto in due famiglie, delle quali quella islamica è la più numerosa.
E’ ovvio rilevare che la maggior parte dei guenoniani, in virtù del loro tradizionalismo, aderisce più o meno apertamente a ideologie politiche di destra. A costoro ho spesso domandato, senza mai ricevere risposte soddisfacenti, perché il marxismo -  che agli effetti della dottrina dei cicli cosmici rappresenta il punto più estremo della solidificazione del mondo – venga da loro invariabilmente stroncato come “aberrazione moderna”, in luogo del ruolo (che Guénon gli aveva implicitamente riconosciuto) di estremo baluardo contro le fenditure della Grande Muraglia; e in base a che cosa essi ritengano che l’allinearsi su posizioni conservatrici possa rendere giustizia al messaggio che Guénon ci ha lasciato, visto che ciò equivale ad attribuire al capitalismo - che le fenditure della Grande Muraglia le produce e poi le rivende - l’improbabile ruolo di difensore della Tradizione.
E’ vero in effetti che le idee del giovane Guénon - spirito ironico e libero – attingevano al grande fiume di quella destra francese “storica” il cui tramonto politico, anche se nessuno ai suoi tempi lo immaginava, era già imminente: precipitata nella trappola del collaborazionismo, non sarebbe sopravvissuta alla seconda guerra mondiale.
Era questa però una destra contrassegnata da uno spessore culturale oggi impensabile, che si era fatta le ossa nelle polemiche dell’Età dei Lumi e contava tra i suoi numi tutelari tanto De Maistre quanto Lafayette, dividendosi soprattutto sul problema del rapporto tra Chiesa e Stato; mentre dalla nuova destra apparsa sulla scena nel primo dopoguerra Guénon prese subito le distanze e non volle mai avervi nulla a che fare, rimarcando sovente come il concetto di Tradizione di cui era l’araldo non fosse suscettibile di nessuna applicazione politica.
Suona ancora più riduttivo definire il pensiero guenoniano “di destra” se si pensa ad esempio alla vibrante polemica anti-coloniale che lo contrassegnò fin dai primordi; in tempi abbastanza recenti, notevole è stata la sua influenza sui movimenti di liberazione dei popoli del Terzo Mondo, e un argomento imbarazzante – posti dinnanzi al quale, i guenoniani islamici si trincerano dietro un muro di mutismo – è il ruolo non secondario che ebbe nella genesi dell’integralismo mussulmano.
Comunque sia, più che riguardo alle interpretazioni politiche, negli ambienti esoterici le maggiori controversie sul messaggio di Guénon vertono sul problema che un’interpretazione letterale della sua opera preclude di fatto ogni forma di operatività.
Infatti, l’accettazione letterale della dottrina indù dei cicli cosmici implica la convinzione che il mondo stia oggi vivendo un tale periodo di decadenza, per cui qualsiasi forma di lavoro sul piano psichico comporta il rischio di cadere preda delle forze infernali. Questo taglia fuori tutte le forme di attività esoterica salvo quelle in uso presso le tradizioni “autorizzate” da Guénon: le quali però, oltre a pretendere dal discepolo una cieca fede religiosa e imporgli un clima settario che lo pone in conflitto con l’ambiente sociale, fondano la loro azione soprattutto su esercizi di preghiera che ben poco hanno a che vedere con la vera tradizione dell’esoterismo.

 

Da questo punto di vista, l’opposto di Guénon era Gurdjieff, per quanto le similitudini che legano tra loro i due personaggi siano tante: entrambi avevano prelevato la linfa del loro insegnamento dal Sufismo, entrambi vennero consegnati dall’intellighenzia esoterica tra le due guerre allo scomodo ruolo di araldi della tradizione. Ma Guénon era un teorico che teneva lontani i suoi discepoli da ogni forma di operatività, Gurdjieff un operativo che metteva in guardia contro ogni forma di teoria.
Tra loro non si potevano vedere. “Evitateli come la peste” ebbe a dire Guénon dei gurdjieffiani; ma questo non scoraggiò parecchi giovani entusiasti (e non stupidi, se è vero che tra loro c’era Louis Pauwels) dal credere per un po’ che la rinascita della Tradizione passasse per il crogiolo della fusione dei loro insegnamenti. Fossero stati più esperti si sarebbero resi conto che, se nel caso di Guénon il titolo di paladino della Tradizione era ben meritato, nel caso di Gurdjieff erano caduti nel classico abbaglio di chi confonde la realtà con i suoi desideri.

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