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Riflessioni sull'Esoterismo

di Daniele Mansuino   indice articoli

Guénon, Gurdjieff, Crowley e Castaneda

Gennaio 2009
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Georges Ivanovitch GurdjieffGeorges Ivanovitch Gurdjieff era nato il 1° gennaio 1877 a Alexandropol, in Georgia. Suo padre, un pastore seminomade di origine greca, era cantastorie e poeta; conosceva a memoria centinaia di racconti, canzoni e antiche leggende che trasmise al figlio fin dalla più tenera età, insieme alla conoscenza di una mezza dozzina di lingue mediorientali.
Dopo una breve esperienza nel seminario arcivescovile di Kars, l’indole inquieta e la passione per gli studi esoterici spinsero il giovane a entrare in rapporto con almeno tre importanti turuq sufiche: Mevleviya, Naqshbandiya e Qadiriya. Insieme ad altri Qadiri intraprese una serie di viaggi che lo posero in contatto con le realtà più disparate, dall’Essenismo allo sciamanesimo dell’Asia Centrale. Di questa felice stagione doveva lasciare testimonianza nel più bello dei suoi libri, Incontri con uomini straordinari.
Nel 1915 a Mosca avvenne l’incontro fatale con il giornalista Piotr Ouspensky (1878-1962), destinato a trasfondere l’insegnamento di Gurdjieff (fondato originariamente soprattutto sul controllo dei movimenti e sulla danza) in due libri memorabili: Frammenti di un insegnamento sconosciuto e La quarta via. Insieme, i due amici fondarono scuole un po’ ovunque in Russia, e dopo essersi trasferiti in Occidente a Londra e a Parigi.
La scuola di Parigi – il Prieuré – ebbe un successo che travalicò di gran lunga il piccolo universo degli appassionati di esoterismo, e attirò intellettuali di tutto il mondo – da Frank Lloyd Wright a Aldous Huxley – fino ad essere funestata dalla tragica fine della scrittrice neozelandese Katherine Mansfield, morta a causa – si disse – della massacrante disciplina cui Gurdjieff aveva sottoposto la sua fragile complessione, già minata dalla tubercolosi.
Questo scandalo segnò la fine di Gurdjieff come fenomeno alla moda, ma non delle sue “scuole”, che sono migliaia ancora oggi. Purtroppo, il proselitismo gurdjieffiano – affidato soprattutto all’opera di pie persone come Rodney Collin – risente non poco dell’errore che ho segnalato a proposito del gruppo di Pauwels: l’illusione che Gurdjieff sia stato un grande tradizionalista, anziché quel brillante e allegro smantellatore della tradizione che fu in realtà.
Mi è capitato di impegnare con amici appassionati di Gurdjieff lunghe discussioni per far loro notare quanto sia assurda la concezione di Collin, che identifica il concetto gurdjieffiano di “emozione positiva” con l’emozione religiosa: non potrei davvero immaginare peggiore insulto alla memoria di un uomo che definiva la quarta via “un cammino contro la Natura e contro Dio” e rammentava fermamente ai suoi discepoli di non credere a nulla.
Ma al gurdjieffiano-tipo, i problemi teorici non interessano molto. Il semplice segreto che egli ha scoperto nell’opera di Gurdjieff è come trasformare i piccoli eventi della vita di tutti i giorni in lavoro interiore: ben poco, se vogliamo, dal punto di vista aridamente “culturale”, ma pur sempre abbastanza per diventare la “grande opera” di una vita. Chi può godere di un simile dono, non dà molta importanza alle discussioni filosofiche: è troppo impegnato a lavorare sulle sue ottave.
Questo tipo di approccio - indubbiamente ortodosso, ma riduttivo - ha contribuito non poco a rimuovere un tema importante che ai giorni di Gurdjieff  fu oggetto di innumerevoli dibattiti e polemiche, ma che nel clima culturale di oggi tutti sono ben lieti di cancellare: ovvero che il suo insegnamento può essere considerato oggettivamente marxista.
Per la prima volta nella storia dell’esoterismo, la sua tecnica del ricordare sé stessi  – che ricava le energie necessarie per forgiare l’io reale dell’uomo dal perfezionamento del suo intercorso con il mondo esterno – non soltanto rende superfluo qualsivoglia ricorso ad angeli e dei, ma fa assurgere il rapporto sociale a unico strumento della realizzazione iniziatica.
Così insegnando, Gurdjieff si colloca ben al di là del famoso rovesciamento feuerbachiano tra concreto e astratto, e solamente un piccolo passo lo separa dall’esplicita identificazione tra coscienza umana e coscienza collettiva.
A mio giudizio, non poche allusioni “tra le righe” (riscontrabili soprattutto nel quinto capitolo de La quarta via) suggeriscono chiaramente che la tecnica del ricordare sé stessi sia stata formulata in quei termini in previsione di una esplicita adesione al marxismo: una possibilità che Gurdjieff accantonò soltanto dopo la fuga in Occidente, quando ebbe sperimentato l’avversione e l’ignoranza nei confronti del pensiero marxista che allignavano in seno all’ambiente esoterico occidentale.
Ignoranza che lui di certo non aveva. I gurdjieffiani religiosi citano volentieri i suoi anni giovanili da seminarista per dimostrare quanto fosse pio, ma forse non hanno mai letto le pagine scritte da Robert Conquest (biografo di Stalin) sul clima imperante nei seminari georgiani di allora:

 

Da tempo gli studenti manifestavano insofferenza nei confronti delle autorità. Nel 1885, quando il rettore russo Cudeckij fece un’osservazione offensiva sulla Georgia, lo studente Sil’vestr Dzibladze lo schiaffeggiò (…). Nel giugno 1886 il rettore cadde ucciso sotto i colpi da arma da fuoco di uno studente da poco espulso, che venne giustiziato (…). A quanto pare, nel 1890 ci fu una specie di sciopero, e nel 1893 (…) gli studenti scesero di nuovo in sciopero. Ne furono espulsi oltre ottanta (…). In Georgia, l’iniziatore del movimento marxista era stato Noe Zordanija quand’era studente in seminario (…); soltanto cinquanta studenti, sui trecento iscrittisi prima del 1900, portarono a termine il corso di studi…

 

Ne parleremo un’altra volta. Il legame tra coscienza collettiva e ricordare sé stessi; la storia della “scuola” aperta da Gurdjieff in Unione Sovietica con l’autorizzazione del Partito; la leggenda dei suoi incontri con Stalin – cortina fumogena sapientemente creata ad arte su misteri ben più grandi della Seconda Guerra Mondiale – sono temi più che bastanti per un corposo articolo che un giorno o l’altro mi piacerebbe scrivere.

Mi ha trattenuto finora il timore che spostare il dibattito sul piano storico possa valere a complicarlo piuttosto che a chiarirlo; mentre sul piano filosofico sarebbe facile far chiarezza sui legami tra il pensiero di Gurdjieff e il marxismo, se solo qualche filosofo prendesse sul serio l’argomento.
Solo una cosa vorrei aggiungere: mi capita spesso di essere criticato dai miei amici esoteristi “tradizionali” per la mia tendenza a trattare in modo intrecciato di esoterismo e politica. Ma forse non si rendono conto di quanto spesso la medesima cosa sia stata fatta, in passato, per trasformare (purtroppo con successo) l’esoterismo nel vettore privilegiato di un messaggio politico reazionario.
Io, poi, parlo apertamente: invece chi mi ha preceduto non aveva scrupoli e operò soprattutto a livello subliminale, pur essendo ben consapevole che la sottile ideologizzazione dell’esoterismo ne avrebbe inevitabilmente limitato le potenzialità operative, con grave danno di chiunque aspiri ad impararlo per migliorare sé stesso e per il bene dell’umanità.

 

Come Gurdjieff, anche un altro grande esoterista del ventesimo secolo incentrò il suo lavoro sulla sovrabbondanza dell’attività mentale “meccanica”, croce e delizia della civiltà occidentale: fonte primaria ad un tempo tanto del nostro sbalorditivo “sviluppo” quanto della smarrita consapevolezza di sé dell’uomo moderno.

L’approccio da lui riservato al problema era però diametralmente opposto. Il suo sistema, anziché uccidere l’immaginazione, puntava su di essa, conducendola a fissarsi su obbiettivi che le fossero graditi e a trasformarli gradatamente in paesaggi mentali multicolori. Da un giorno all’altro, da un esercizio all’altro le visioni acquistavano forza e vita propria, fin quando magicamente il discepolo
non si ritrovava ad essere egli stesso un elemento dell’universo da lui immaginato.
Era necessaria senza dubbio una buona dose di pazzia per assaltare la roccaforte dell’inconscio in modo tanto diretto, senza nessuna precauzione tesa a scongiurare il risveglio dei suoi demoni; ancora di più se pensiamo che l’esoterista occidentale medio non è in nessun modo attrezzato per questa prova, dopo molti secoli in cui la progressiva razionalizzazione dell’esoterismo ha favorito l’affermarsi di tecniche operative ben più modeste tanto riguardo agli obbiettivi quanto ai risultati.
Chi se ne è reso conto, ha scagliato su Aleister Crowley l’accusa di aver cospirato per dissolvere le strutture della civiltà. Marshall McLuhan avrebbe potuto definirlo un alfiere del neotribalismo, e Guénon lo avrebbe accusato (come i suoi discepoli non mancarono di fare) di aver scientemente contribuito, per mezzo del suo insegnamento, a spalancare le fenditure della Grande Muraglia.
In verità, il giudizio su Crowley è strettamente legato a quello che ci immaginiamo debba essere un maestro. Se pensiamo con Guénon che debba essere un frenatore incaricato da Dio di invertire il corso della storia, è doveroso ammettere che Crowley fu tutto il contrario; ma se crediamo che a un maestro debba essere riconosciuto il diritto di incarnare lo spirito del tempo per regolare su di esso il suo insegnamento, allora nessuno fu mai più maestro di lui.
Tutto ciò che Gurdjieff era venuto a insegnare all’uomo moderno - imprigionato e compresso dalla solidificazione del mondo nella corazza della sua razionalità –  venne da Crowley riadattato alla natura dell’uomo postmoderno, coi suoi vizi, i suoi sogni e la sua debolezza davanti alla realtà.
Potrà forse sembrare stupido, ma ho sempre trovato sconvolgente il dettaglio – rivelatore ai miei occhi di una sorta di legame edipico – che nel corso di un viaggio a Parigi Crowley sia andato al Prieurè per conoscere Gurdjieff, e che Gurdjieff si sia rifiutato di riceverlo.
Nelle brevi note che seguono non intendo accennare tanto alle sue opere quanto alla sua vita, lo studio della quale mi ha sempre fatto uno strano effetto. Ho sempre visto nelle sue tormentate vicende qualcosa di “cristico”: una sorta di “vita esemplare”, tracciata dalla mano di un destino beffardo, per rappresentare con l’ausilio di un’allegoria vivente il vagabondaggio senza meta di un’umanità senza più radici.

E sono giunto anche a una conclusione. Non so se Guénon, Gurdjieff e Castaneda erano davvero ciò che pretendevano di essere; probabilmente sì. Ma su Aleister Crowley sono pronto a mettere la mano sul fuoco: egli aveva veramente realizzato in sé la Grande Opera, come affermava, e come nella storia soltanto pochi uomini hanno fatto.

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