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Riflessioni sull'Esoterismo

di Daniele Mansuino   indice articoli

John  Frum

Luglio 2007

 

Nel 1980, all’età di 24 anni, attraversai in autostop la Nuova Zelanda, da sud verso nord. Fu un viaggio molto interessante, della durata complessiva di 2 mesi, svolto in un epoca in cui il turismo di massa non era ancora arrivato fin laggiù: mi capitò di attraversare certi villaggi dove la gente usciva di casa per guardarmi, perché non avevano mai visto un italiano da quelle parti.

Nel corso di quel viaggio ebbi occasione di fare amicizia con un principe Maori,  Wiremu “Bill” Kerekere, della tribù Ngatiponeke (nell’area di Wellington). Fu la più grande fortuna che potesse capitare a un appassionato di esoterismo, perché Bill era un uomo colto e vivace, e nelle indimenticabili serate trascorse a conversare nella sua villa sulle alture che circondano Wellington ricevetti le basi indispensabili per comprendere a fondo il complesso e semisconosciuto universo dello sciamanesimo nell’area del Pacifico.

Bill deplorava che la storia avesse congiurato per cancellare completamente lo sciamanesimo dalle isole. Per alcuni secoli, i soli Occidentali a farsi vedere nel Pacifico erano stati i naviganti, soprattutto i balenieri, che involontariamente ne decimarono gli abitanti diffondendo malattie, e alterarono l’equilibrio delle culture locali introducendo nuove tecnologie e nuovi valori che ne sconvolgevano la struttura. Poi arrivarono i missionari, che ebbero gioco facile a vendere la promessa di una vita migliore a piccole popolazioni indebolite e fiaccate: in nessun altro luogo del mondo le credenze precedenti all’arrivo degli Europei sono state sradicate a tal punto.

Ma qualcosa era rimasto, grazie soprattutto all’intensa rete di contatti che da sempre collega tra loro anche isole molto lontane: per quanto incredibile possa sembrare, tutti i popoli dell’immenso oceano fanno riferimento a una medesima base culturale di valori condivisi, giustificata in molti casi dalla consapevolezza di un’origine comune.

Un esempio tra i più clamorosi è quello riferito da Folco Quilici nel suo best-seller Oceano. Nel 1971, il famoso giornalista si trovava a Rangiroa (Polinesia francese), e di lì contava di recarsi all’Isola di Pasqua. La regina di Rangiroa, venutolo a sapere, gli disse che era la prima volta che qualcuno da Rangiroa si recava a Pasqua, e lo pregò di farle un favore: recarsi a pregare sulla tomba dei suoi antenati, che erano partiti da Pasqua cinquecento anni prima. Dai suoi genitori aveva appreso il nome della località in cui si trovava la tomba, e glie lo scrisse su un tovagliolino di carta.

Appena arrivato a Pasqua, Quilici mostrò il tovagliolino di carta a un nativo, che senza esitare lo indirizzò in quella località. Giunto sul luogo, ci trovò degli archeologi che scavavano: la tomba descritta dalla donna era stata riscoperta da poche settimane...

Secondo ciò che mi disse il mio amico Bill, esiste un’associazione - che lui chiamava del mana: una parola polinesiana (non Maori) sinonimo più o meno di “potere magico” – che copre non soltanto la Polinesia ma anche le altre due grandi aree del Pacifico, la Micronesia e la Melanesia; alla sua opera sono riconducibili tutti i principali reperti archeologici testimonianti la presenza di antiche civiltà (per esempio, le rovine di Nan Madol a Pohnpei) e tutte le principali sussistenze sciamaniche dei nostri giorni.  Mi elencò quelle che a suo giudizio erano più importanti:

- la John Frum Society dell’isola di Tanna (Vanuatu);

- il kula ring, confraternita itinerante di Venditori di Conchiglie nella Milne Bay (Nuova Guinea);

- i  tino faivailakau  di Tuvalu: rimasti assai pochi, si nascondono gelosamente, perlopiù sotto la copertura di un’intensa devozione cristiana. Sciamani di indicibile potenza, comandano sulle tempeste e possono apparire giovani o vecchi a piacimento.

Quest’ultima informazione soprattutto destò in me un grande interesse, e quindici anni dopo fu all’origine di un viaggio a Tuvalu che segnò nella mia vita una svolta importante; ne parlerò senz’altro prima o poi. E’ mia intenzione tuttavia analizzare in modo sistematico tutte le realtà che Bill  mi aveva segnalato; quindi in questo articolo comincerò dalla prima, la John Frum Society di Tanna.

I cargo cults sono un fenomeno che si diffuse in varie zone della Melanesia in seguito allo choc culturale derivato dall’incontro con la civiltà occidentale e le sue ricchezze. Gli indigeni pensavano che le grandi navi dell’uomo bianco fossero cariche di doni mandati loro dagli dei.  In seguito, questa semplice idea si elaborò in varie forme di pensiero teologico contraddistinte da forti tendenze anticoloniali: gli Europei, messaggeri degli dei lontani, tradivano le loro aspettative tenendo per sé le ricchezze destinate agli indigeni.

Uno dei cargo cults più celebri del ventesimo secolo si sviluppò, su un’isoletta di cui non ricordo il nome, in seguito alla predicazione di un profeta secondo cui il principe Filippo di Edimburgo era Dio. Il principe, che ne fu informato, fece sapere ai suoi adoratori con una cortese lettera che si aspettava da loro di essere fedeli sudditi della Corona Britannica, trasformando così un movimento popolare potenzialmente eversivo in una leva di consenso.

tannaQualcosa di questo genere sembrò accadere a Tanna negli anni trenta, quando un crescente numero di indigeni prese ad allontanarsi dalle chiese protestanti fondate dai missionari per riunirsi a bere la kava, la bevanda tradizionale (ottenuta dalle radici pestate del piper methysticum) che è d’uso comune nella maggioranza delle isole del Pacifico Occidentale.

Ho provato la kava alle Figi. Stavo in un resort di Viti Levu rigurgitante di studenti inglesi. La sera le ragazze inglesi andavano a ballare in compagnia dei ragazzi indigeni (le Figi, con la loro splendida popolazione nera di altezza media sui due metri, sono la meta numero uno del turismo sessuale femminile) e i loro compatrioti maschi, ubriachi e malinconici, non erano di piacevole compagnia; andò a finire così che presi l’abitudine di trascorrere le serate coi dipendenti dell’albergo, dai quali imparai a preparare la  kava e il complesso rituale che bisogna osservare prima di berla.

Come droga è molto soft, ancora più soft del fumo, voglio dire: benché si dica che è allucinogena, le massime allucinazioni che ebbi furono un po’ di cerchi colorati nella penombra (in compenso, secca la pelle e non si suda più; sconsigliata se andate alla spiaggia, potreste prendervi un colpo di calore). Ma i missionari di Tanna, con le consuete esagerazioni dei proibizionisti, l’avevano vietata, e nella loro ottica andarla a bere nella foresta equivaleva a consegnarsi al demonio.

In effetti, bisogna ammettere una cosa: è una droga soft, ma a livello di testa ti prende molto. Ricordo che ogni volta che andavo a dormire dopo averla presa, prima di addormentarmi scrivevo il primo capitolo di un nuovo romanzo (che invariabilmente stracciavo la mattina dopo). Con un trip così mentale, non c’è da meravigliarsi più di tanto per la miriade di cargo cults che sorsero in Melanesia; ma quello che venne fuori dalle riunioni clandestine di quel gruppetto di Tannesi era destinato a un successo del tutto speciale.

Tutto ebbe origine da una sciagura improvvisa: un aereo da trasporto americano si schiantò nel cratere del vulcano Yasur (che domina la Sulphur Bay, sulla costa occidentale dell’isola). Quel giorno, gli abitanti del vicino villaggio di Ipekele corsero al cratere, guardarono giù e con enorme stupefazione videro un uomo in divisa militare, perfettamente incolume, che si sbracciava gridando loro di tirarlo fuori.

Lo raccolsero con il massimo rispetto, come si deve a un essere tanto potente da scampare senza un graffio a un disastro simile; lo portarono al loro villaggio e lo ospitarono il tempo necessario perchè gli Americani localizzassero il relitto dall’alto e venissero a recuperarlo. In quel periodo, John Frum (così disse loro di chiamarsi) ebbe occasione di fornire numerose prove della sua natura sovrumana, facendo miracoli e comparendo in luoghi diversi simultaneamente.

E parlò molto. Se il suo aereo si era schiantato nello Yasur, disse, non era stato a causa di un incidente, ma per informare il popolo tannese del meraviglioso destino che lo attendeva. Sarebbe venuta molto presto una grande guerra, e gli Americani sarebbero arrivati in forze a Tanna; allora i Tannesi avrebbero imparato da loro molte cose. Se si fossero comportati bene, gli Americani avrebbero vinto la guerra, si sarebbero ricordati dell’amicizia dei Tannesi e avrebbero mandato loro molti aerei carichi di doni.

John Frum disse anche di aver portato con sé nell’aereo caduto ventimila soldati, tutti immortali e semidivini come lui, che ora stavano nascosti nelle viscere del vulcano. Quando gli aerei carichi di doni sarebbero arrivati, i soldati sarebbero usciti festosamente dal cratere; si sarebbero uniti ai Tannesi, avrebbero insegnato loro a usare le meravigliose macchine che gli Americani avevano portato, e sarebbero vissuti per sempre insieme in pace e prosperità.

Bandiera John Frum SocietyIl culto di John Frum rimase per alcuni anni limitato al villaggio di Ipekele e ai bevitori di kava della foresta; poi venne il 1941 e i Giapponesi invasero il Pacifico. In quegli anni di privazioni e spavento, la realizzazione della profezia aveva spinto la maggioranza dei Tannesi  a aderire al culto, per cui non furono affatto sorpresi quando gli Americani arrivarono davvero e fondarono una base sulla vicina isola di Efate; allora un migliaio di Tannesi si offrirono volontari per lavorare con loro.

Bisogna sapere che John Frum, prima di andarsene, aveva scelto tra gli abitanti di Ipekele il suo successore, che era diventato capo del culto. Questo nativo, che si chiamava Manehivi, si fece assumere dagli Americani per lavorare alla base; essendo molto intelligente, imparò il funzionamento dei motori a scoppio e divenne meccanico. Per tutto il tempo che gli Americani restarono sull’isola, osservò attentamente le loro usanze militari; pensava infatti che, se anche i Tannesi le avessero adottate, gli Americani  si sarebbero sentiti più invogliati a ritornare sull’isola con gli aerei carichi di doni.

Fu in questo modo che, ad opera del profeta Manehivi, il modesto cargo cult delle origini compì il salto di qualità e divenne una vera religione, corredata di un calendario ben preciso di complesse celebrazioni annuali.

A livello etico, il fedele di John Frum doveva astenersi dallo spergiuro, dal furto e dall’adulterio, pena severe punizioni (anche corporali). Doveva mantenere pulita la sua capanna pulendola tutti i giorni. Doveva astenersi il più possibile dal vestire abiti moderni, indossando ogni volta che fosse possibile il perizoma tradizionale.

Il movimento gli concedeva bensì di usare alcuni strumenti moderni, come asce e coltelli, perché questi erano ormai diventati indispensabili all’agricoltura, ma l’uso di biciclette e moto era fortemente disapprovato. E più di tutto, era vietato ai fedeli di collaborare in qualsiasi forma con l’amministrazione coloniale dell’isola, perché la sola autorità da essi riconosciuta era il governo americano.

I giorni sacri, dedicati al riposo, erano due: il venerdì e la domenica. In questi giorni i fedeli dovevano ritrovarsi in una grande spianata di cenere approntata presso il vulcano, e lavorare tutti insieme per mantenerla in ordine: doveva essere pronta per quando gli aerei americani fossero atterrati.

Ogni venerdì sera arrivava a Ipekele una delegazione per ciascuno dei villaggi che avevano dichiarato la loro fedeltà al movimento. I gruppi suonavano la chitarra e danzavano le canzoni che John Frum aveva loro insegnato.

Ma il momento più importante dell’anno, nella Sulphur Bay, cadeva il 15 febbraio: John Frum aveva indicato questo giorno come data delle celebrazioni annuali. I preparativi cominciavano con circa un mese di anticipo, e per il giorno stabilito tutti i villaggi preparavano danze e giochi.

La parte più importante dell’avvenimento era la parata militare. Si sceglievano fra ottanta e cento seguaci del movimento. Essi indossavano calzoni militari e si dipingevano la scritta USA in rosso brillante sul petto. Tenevano fucili di bambù con punte dipinte di rosso al posto delle baionette.

Dapprima rendevano omaggio alla bandiera del movimento, innalzata sulla spianata (sulla quale però non era raffigurato il simbolo più importante, che è segreto: si tratta di una croce rossa. Alcuni Tannesi ritengono che si tratti della croce di Cristo coperta di sangue, altri affermano che durante la guerra un milite americano della Croce Rossa avesse regalato a Manehivi la sua giacca); poi, per alcune ore, compivano evoluzioni militari, obbedendo ai secchi comandi di un “sergente istruttore”. Secondo i principi della magia simpatica, questo rituale sarebbe servito ad affrettare l’arrivo degli Americani.

A Tanna, la John Frum Society prosperò per alcuni decenni dopo la guerra, originando clamorose manifestazioni di disobbedienza civile e anche qualche rivolta. Un agente coloniale di nome Nicol si distinse per la severità della repressione: alcuni capi del movimento furono da lui incarcerati o mandati in esilio, e quando credette di aver individuato il successore di Manehivi lo lasciò per alcuni giorni legato a un albero, perché i cristiani potessero farsi beffe di lui; ignorava però di essere stato ingannato, perché la vera incarnazione di John Frum era rimasta libera. Ancora oggi, per i fedeli di John Frum, il nome “Nicol” è sinonimo di demonio, e rifiutano di aver rapporti con chiunque si chiami così.

Le persecuzioni ebbero tregua solo a partire dal 1980, quando le Nuove Ebridi entrarono a far parte della neonata Repubblica di Vanuatu; ma insieme ad esse, come sapeva bene Ignazio da Loyola (che dal letto di morte disse ai suoi discepoli: “vi auguro persecuzioni”) sembrò venir meno anche il principio coesivo del movimento.

Sopravvissuta fieramente alle forze coalizzate di missionari e autorità coloniali, la John Frum Society  trovò assai maggiore difficoltà nel difendersi dal consumismo. L’afflusso di denaro portato dai turisti, la televisione, l’aprirsi dei giovani al mondo della cultura globale furono per lei colpi pesanti: ci fu anche una scissione ad opera della frangia più moderata del movimento, che contava nelle sue file molti giovani, i quali sostanzialmente rimproveravano ai “duri e puri” della Society di non volersi accorgere che i doni degli Americani erano già arrivati.

Gli anziani tornarono allora a riunirsi nelle foreste per bere la kava, come era stato nei tempi eroici prima della guerra. In tutte le pubblicazioni degli anni ottanta che sono riuscito a trovare, la John Frum Society veniva data per spacciata: se ne parlava come di uno stravagante movimento folkloristico destinato a soccombere sotto i colpi del modernismo.

Ancora più inspiegabile appare quindi il boom degli anni novanta, quando le nuove leve di Tanna ricominciarono a affollarsi per entrare a farne parte. Nel giro di pochi anni, la Society ridivenne abbastanza forte da potersi trasformare in un partito politico (rappresentato oggi al Parlamento di Vanuatu dal signor Song Keaspai).

In seguito a questa svolta, per la prima volta nella sua storia incominciò a diffondersi anche nelle altre isole dell’arcipelago. I riti del venerdì e della domenica, le pubbliche riunioni a base di kava, la parata del 15 febbraio sono stati fieramente ristabiliti; in varie parti dell’isola sorgono superbe le croci rosse, che l’ultimo successore di Manehivi ha dichiarato non più segrete.

Quando lo venni a sapere, non potei non ripensare a ciò che mi aveva rivelato il mio amico Bill tanti anni prima. Secondo lui, la storia della John Frum Society non si limita agli avvenimenti che ho raccontato: sarebbe molto più antica, affonda le sue radici nella  preistoria.

In base a ciò che mi disse, la principale attività dei Tannesi prima dell’arrivo dei missionari consisteva nell’adorazione dello Yasur (che è, tra parentesi, uno dei principali vulcani attivi del mondo); quando poi venne messa in crisi dal diffondersi del cristianesimo, gli sciamani - con un’abile operazione di marketing – sfruttarono l’impressione suscitata dall’arrivo degli Americani e le vicende della guerra per rilanciarla sotto una veste nuova.

A sostegno di questa tesi citava alcuni fatti poco noti: innanzitutto, l’adorazione delle pietre laviche del vulcano, che i fedeli di John Frum considerano una magica sorgente di saggezza. Sebbene il cratere ai giorni nostri sia talvolta visitato da comitive di turisti, impossessarsi delle pietre viene tuttora considerato alla stregua di un furto, e le guide tengono d’occhio i turisti per accertarsi che nessuno le raccolga.

Inoltre c’è la faccenda dei ventimila soldati, che anche a un’occhiata superficiale appare come un elemento superfluo del mito di John Frum: si tratterebbe in realtà dei ventimila spiriti del vulcano, che da tempo immemorabile compaiono ai Tannesi durante i sogni (ogni famiglia ne conosce centinaia per nome). Ai nostri giorni, alcuni di essi vengono ancora evocati per mezzo di rituali che la fede in John Frum ha riesumato; anche le danze e i giochi per la festa del 15 febbraio sarebbero in realtà trasposizioni letterali di vecchie leggende.

Se tutto questo è vero, possiamo affermare che l’operazione degli sciamani ha raggiunto il suo scopo: a fronte della scomparsa dei riti tradizionali da migliaia e migliaia di piccole isole del Pacifico, Tanna rappresenta oggi una fortunata eccezione.

E ancora, se questo è vero, la John Frum Society acquisterebbe una connotazione unica al mondo: la sola forma di sincretismo conosciuta che non ha tratto ispirazione dalla religione dei conquistatori, ma …dal loro esercito; su questo esempio della duttilità dello sciamanesimo farebbe bene a meditare chi suppone che non abbia un domani.

Qualche anno fa trovai in rete una “John Frum Homepage” ( http://enzo.gen.nz/jonfrum/ ) curata da un giovane antropologo neozelandese, che confermava l’interpretazione del mio amico e aggiungeva altri dati. L’origine del culto andrebbe ricercata nella leggenda tannese della creazione:

“Tanna era un tempo l’unica isola dell’Universo, creata dal dio Kerapenmun, che vive nello Yasur con ventimila assistenti. Poiché c’erano a Tanna molti animali pericolosi – leoni, tigri, elefanti e bisonti – il capo Mahdikdik raccolse quattro manciate di terra e le scagliò nelle direzioni dei punti cardinali, creando i continenti; un po’ di terra fu sparpagliata dal vento e diede origine a tutte le isole del Pacifico (non credo sia necessario portare all’attenzione degli esoteristi l’inconfondibile marchio della “tradizione primordiale” in questa parte del mito).

Poi i Tannesi caricarono gli animali pericolosi su grandi canoe, e li portarono a popolare i continenti. Purtroppo alcune canoe furono lungamente trascinate dalla deriva, e gli uomini a bordo sbiadirono i colori della pelle, diventando bianchi: erano quelli che avrebbero popolato l’Europa.”

Ebbi uno scambio di email con il giovane autore del sito, laddove si osservò che la dipendenza dai regali degli Americani non è un fenomeno limitato alla sola gente di Tanna. Ne traemmo la conclusione che la religione di John Frum è fatta su misura per gli uomini del nostro tempo, e se fosse più conosciuta si espanderebbe in tutto il mondo in un batter d’occhio; fenomeno che fino a oggi – per quel che ne so – non si è ancora avverato.

Ma domani, non si sa mai.

 

Daniele Mansuino

 

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