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Riflessioni sull'Esoterismo

di Daniele Mansuino   indice articoli

Dalla musica a Gurdjieff

Febbraio 2009
Di Brian Guerra

 

Daniele Mansuino e Brian GuerraBrian Guerra (Sanremo, 1954) ha studiato composizione al Conservatorio di Alessandria e alla Royal Academy of Music di Londra, ed è oggi uno dei più stimati operisti italiani.

Perlasca (2004) e l'Inferno di Dante (2006) sono state rappresentate con successo in Italia e all'estero. Vive e lavora a Sanremo.

Non ancora diciottenne incontrò casualmente Ramachandra, e il grande maestro – colpito dal suo interesse nei confronti della tradizione indù – scrisse di suo pugno una lettera di raccomandazione.

Con pochi soldi e quella preziosa lettera in tasca Brian andò in India, dove ebbe il suo primo approccio con l’esoterismo nell’ambiente assai propizio delle migliori scuole brahmaniche.

Negli anni ottanta, a Londra, ha ricevuto l’insegnamento di Gurdjieff (nella versione che fa riferimento a Rodney Collin e Maurice Nicoll) e ha approfondito gli aspetti della sua opera relativi alla musica.

Le sue conoscenze in questo campo sono pressoché illimitate, e sono fiero che abbia accettato di rompere il suo abituale silenzio per trasfonderle in questi brevi barlumi e sprazzi sul presente: dal quale ogni lettore potrà attingere, pensare, fare obiezioni o quello che sia.

La Danza della Fortuna è un brano inedito che Brian offre ai lettori di Riflessioni.it in anteprima, consigliando di ascoltarlo durante la lettura del suo articolo come esperimento.

 

Daniele Mansuino


Il player scaricato da www.enricolai.com è utilizzato sotto Licenza Creative Commons

 

Dalla musica a Gurdjieff

 

“O frati” dissi “che per cento milia
Perigli siete giunti all’Occidente,
a questa tanto picciola vigilia
dei nostri sensi ch’è del rimanente,
non vogliate negar l’esperienza
di retro al sol, del  mondo sanza gente.
Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e conoscenza.”
(Inferno, XXVI 111-120)

 

Quando mi venne proposta dal caro amico Daniele l’idea di parlare della musica e del lavoro interiore accettai con molto entusiasmo, per poi rendermi conto che avrei dovuto riunire le varie parti di me per poter dare una visione sincera e non egocentrica; ovvero evitare di calarmi nella parte del Maestro (è una trappola che alletta molto la vanità di questo essere biologico), quindi il primo sforzo è stato cercare di raccontare come vivo soggettivamente questa esperienza con l’umiltà del discepolo (facile in teoria…), semplicemente parlando dal punto di vista della mia limitata comprensione.
Il “limite di comprensione” deve essere chiaro e presente, perché l’illusione di sapere e quindi di essere il sapere è così grande e coinvolgente che devo sempre fare notevoli sforzi per non lasciarmi convincere da tutti quelli che, qui dentro (e vi assicuro sono tanti) volgono più verso la personalità e tutte le sue sfaccettature.
Chiarito che io non sono un maestro bensì un piccolo discepolo, che cerca – con molti sforzi e pochi risultati – di vivere in sintonia con il presente, mi collego alla musica perché – essendo musicista – ricevo molto aiuto dalla musica e dalla concentrazione richiesta per eseguirla.
Vorrei partire dal concetto che l’essere biologico è un trasmutatore di energia, come tutto ciò che esiste sul pianeta è energia mobile, in trasmutazione: tutto ciò che ci passa attraverso è energia in varie forme che viene consumata, usata, trasformata o sublimata, e a volte, dopo tentativi, tramite tecniche acquisite e sforzi, può essere contenuta.
L’arte è una forma di cibo/input che alimenta parti di noi, le quali a loro volta trasmutano queste impressioni in energia (siamo ciò di cui nutriamo, se me lo concedete).
La musica è una forma d’arte che esiste solo nel momento presente. Perciò bisogna esserci, nel presente, per potere assimilare l’impressione di un concerto musicale. Quando i musicisti posano i loro strumenti/sintonizzatori non rimane più nulla… se non quello che siamo riusciti ad assorbire, e questo è direttamente proporzionale a quanto siamo riusciti a esserci durante il concerto.
Riguardo al cibo/nutrimento, dovremmo porre una specie di confine nella velocità delle molecole per definire cosa è materia e cosa non lo è, e servirebbe solo (dal mio punto di vista) ad uno scopo dialettico: diciamo quindi, per convenzione, che esiste materia più fine e materia più grezza, tipo un profumo o una mela, un quadro del Caravaggio, una sinfonia di Beethoven o una bistecca al sangue.
I musicisti concentrati nell’esecuzione catalizzano energie che diventano musica. Qui ho la visione del musicista quale medium – tramite passivo – che attraverso educazione-disciplina musicale capta l’energia presente e ce la trasmette come musica (onde sonore).
Essendo musicista e compositore ho potuto verificare su me stesso e con altri colleghi che la musica cambia aspetto/forma anche a seconda di quanto ego/personalità è dominante al momento dell’esecuzione. Più ci si sente importanti come musici e più cambiano le energie che trasmettiamo al pubblico. In fondo il musicista e/o tutta l’orchestra è un po’ come un’antenna radio che, se ben sintonizzata, ci trasmette un’energia che può (se glie lo concediamo) andare oltre la corazza della vita orizzontale, per stimolare parti più profonde e spesso a noi sconosciute di noi stessi. Come dire che, se riusciamo a essere umilmente concentrati nell’ascolto/percezione lasciando che queste onde ci passino attraverso, riusciremo a nutrire quel poco di vero di noi che non è ancora soffocato dalla nostra personalità/corazza per la vita ordinaria.
C’è musica che stimola di più la nostra parte biologico-motoria, altra quella intellettuale o emozionale; purtroppo queste sono solo parole finché non si riesce a verificare su noi stessi quale musica stimola quale parte. Andare oltre nella definizione di questo concetto darebbe adito solo a sterile polemica: le esperienze vanno verificate su di sé, nessuno può essere al posto nostro… ma attenzione: conoscere, sapere non è essere!
Riguardo alle energie, devo dire che non siamo in grado di contenerle e quindi tendiamo a consumarle (contenerle senza sapere come sarebbe ancora più deleterio); pian piano, sforzo dopo sforzo, fallimento dopo fallimento, attraverso la costanza ed un corretto insegnamento orale si sviluppano la vera volontà e la comprensione (in partenza, siamo tutti convinti di saper volere, ma questo è solo desiderio, identificazione) che ci permettono di raggiungere stati di coscienza interiore diversi, più intensi, più profondi, più micro/macroscopici.
Ogni virgola è come una piazza che apre a varie vie di interpretazione, e mi è impossibile proseguire in un semplice scritto come questo: rischierei di diventare mentale, sterile, monofonico… come dire? Perderei il senso della polifonia delle varie voci che contrappuntano il canto, questo significherebbe perdere il contatto con il presente, con la realtà.
Preferirei lasciare una finestra aperta ad eventuali prossimi chiarimenti, se ci sarà l’occasione: allora questo nostro sforzo comune sarà stato utile, e non solo una sequenza di belle parole che riempiono d’orgoglio il palato lasciandoci con la bocca asciutta e lo stomaco vuoto.

 

Un abbraccio sincero a tutti – Brian Guerra
brianwar44@libero.it

 

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