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Riflessioni sull'Esoterismo

di Daniele Mansuino   indice articoli

Il professore, Abdel Khabir e il colto

Agosto 2010
di Enzo Ristagno

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Enzino Ristagno, responsabile vendite di una famosa azienda informatica italiana e mio amico da una vita, è un bravo esoterista che professa idee politiche molto lontane dalle mie.
Gli ho chiesto di poter pubblicare questo articolo innanzitutto perché lo trovo stupendo - é scritto col cuore, unico strumento per produrre qualcosa di valido in campo esoterico. Poi perché apre uno spiraglio di rara profondità ed erudizione su quell’universo semisconosciuto che è l’esoterismo evoliano, lasciando intravvedere le possenti correnti trasmutatorie che si agitano al suo interno.
Nei miei articoli, quando tratto di esoterismo tradizionale (di solito per attaccarlo : perché nulla potrebbe scuotermi dalla certezza che si tratti di un colossale bidone, come cerco vanamente di spiegare a Enzino ogni volta che lo vedo) faccio riferimento alla scuola guenoniana, che considero qualitativamente superiore e assai più coerente.
Ma tra i grandi tradizionalisti, Evola fu senza dubbio il solo a fornire strumenti operativi per un serio lavoro sul piano psichico, e trovo che questo articolo sia particolarmente utile per svelare il segreto della sua penetrazione nel cuore di migliaia di giovani.

 

Daniele Mansuino

 

 

Il professore, Abdel Khabir e il colto
di Enzo Ristagno

 

Nell’affrontare tre bellissimi testi: H. Corbin “Il paradosso del monoteismo” edizioni Marietti, Miguel Serrano “La resurrezione dell’eroe” edizioni Settimo Sigillo e G. Casalino “L’origine” edizioni Arya, cercherò di essere sintetico per quanto l’argomento lo permetta e cercherò di farlo nel modo più semplice possibile anche se come dice un mio caro amico, di giorno insegnante di filosofia di notte viandante in cerca di luce, citando Platone “tutto ciò che è bello è difficile”.
La dissertazione in essere non vuole dare risposte e tanto meno prendere una “posizione”, semplicemente vuol far si che di fronte a 3 diverse interpretazioni della Via, e vedremo quanto simili e quanto diverse, ognuno pensi con la propria testa. Tutti e tre i testi affrontano il tema in modo ortodosso e perfettamente fedele alla Tradizione ma allo stesso modo ognuno dei tre ne incarna una visione specifica.
Henry Corbin, d’ora in poi HC, a noi noto per altri importanti testi e nello specifico quello su Ibn Arabi, analizza l’aspetto esoterico delle tre cosiddette religioni del libro mettendo a nudo in modo esemplare un significato profondo, esoterico, ben diverso da quello che i loro exoterismi  lasciano intendere.
La prima falsa contrapposizione che viene affrontata è monoteismo-politeismo e il titolo del primo capitolo è molto esplicativo in tal senso, “Il Dio Uno e le molteplici divinità”, cita tra l’altro il bellissimo “La morte degli Dei” di Merezkovskij su Giuliano detto l’apostata. Le accuse di idolatria lanciate dall’exoterismo islamico e quelle di politeismo assunte a più riprese dall’exoterismo cristiano vengono qui risolte all’interno della propria tradizione con una sorta di pluralismo metafisico, alla base dell’assunto le definizioni di essere e di ente, questione ben trattata dai teosofi mistici, in primis Ibn Arabi nella formula dell’uno e del molteplice.
Nel prosieguo del testo più volte l’interpretazione di Proclo di Platone sarà d’aiuto per chiarificare la cosa. Da una parte Dio, Signore dei Signori, dall’altra la gerarchia dei nomi divini, gerarchie che “presuppongono l’Uno unico che li trascende perché li unifica, l’essere che trascende gli enti perché conferisce loro l’essenza, la vita che trascende i viventi perché li vivifica” (HC, pag. 8) o in Ibn Arabi “L’Uno trascendentale e l’Essere trascendentale si reciprocano nel concetto stesso di Luce delle Luci, origine delle origini, ma in entrambi i casi la processione dell’essere è essenzialmente teofania” (HC, pag. 9).
L’immagine più bella che viene evocata in proposito è il paragone delle lettere e dell’inchiostro, inchiostro cosmico e calamaio primordiale, l’inchiostro è unico, le lettere sono molteplici, sebbene l’inchiostro sia unico non si può certo affermare che le lettere non esistano, non ci sarebbe niente da leggere! Il limite è nel non essere in grado di cogliere simultaneamente l’uno e il molteplice, la Via qui è cogliere il divino e il creaturale, l’unico e il molteplice integrando la totalità e attualizzando quest’integrazione.
Il teosofo mistico possiede sia l’intelletto sia la visione, vede la divinità nelle creature, l’uno nel molteplice e il creaturale nella divinità, il Dio unico e le molteplici teofanie. “Il fatto è che l’angeologia o l’imamologia sono radicalmente necessarie per sottrarsi alla doppia insidia dell’agnosticismo e dell’antropomorfismo” (HC, pag. 70). Altrettanto interessante la riproduzione del diagramma dell’Uno unifico e delle teofanie molteplici, diverse le interpretazioni del suo senso nascosto, ma abbiamo un cerchio e 72 “spicchi”, si parla invero in modo ricorrente del numero 73, e qui sta al teosofo interpretare e reintegrare, per lui i 72 legami sono un velo, immagine ricorrente nei mistici sufi - “le 72 caselle cessano di essere dei veli allorché, a partire dall’una o dall’altra, si raggiunge il centro”.
Il problema non è di passare, di convertirsi, da una casella all’altra, bensì di raggiungere il centro, perché solo il centro invera e l’insieme e ognuna delle 72 caselle. Essere nella verità significa aver raggiunto il centro” (HC, pag. 26); il centro è il 73. Siamo ben distanti dall’immagine fuorviante ed esclusivista dei rispettivi exoterismi, è nell’interpretazione sufi che i veli scompaiono.
Segue una bellissima ontologia delle gerarchie divine, nella puntuale lettura dell’autore, sia nella teosofia islamica (conoscenza spirituale dei gradi delle gerarchie celesti e terrene) di come sia il “combattimento in cielo” a decidere “del ricongiungimento della necessaria pluralità dei loro gradi con l’essere Uno” (HC, pag. 29), sia da parte giudaico cristiana con uno studio a dir poco esaustivo della cosiddetta angeologia. Ed è sempre il commento di Proclo a Platone, ultima eco della Tradizione in occidente a venirci in aiuto, mostrando come “abbandonato dall’Uno, il tutto si riempie di disordine e di una confusione davvero gigantesca” e chiarisce HC “talvolta le anime sono colme degli Dei, gli “entusiasmi”, talaltra diventano figli della terra, soccombono ai tiranni e diventano i tiranni di se stesse”.
Altre gemme che fanno di questo testo un fondamentale, sono la parte sulla filosofia della Luce professata dai sapienti dell’antica Persia zoroastriana, dove la Fravarti è il doppio celeste, l’archetipo, l’angelo di ogni essere di luce, e quella su Avicenna e i tre atti di contemplazione di ogni intelligenza, su cui qui non entreremo nel merito, da cui procede ogni grado di essere, e anche qui ci si può facilmente rapportare a Proclo.
Viene poi la parte su Sohravardi, il cui Cristo Angelo è il punto d’incontro nel mundus imaginalis tra cielo e terra dell’angeologia zoroastriana della Fravarti e allo stesso tempo dell’angeologia neoplatonica, è la parabola astronomica, quella stessa astrologia che vedremo in Serrano (d’ora in poi MS), di natura perfetta, “la natura perfetta è una forma angelofanica dell’Angelo della razza umana. La tradizione ermetista la descrive come l’Angelo del filosofo (e avremo modo di incontrarla in Casalino, d’ora in poi GC). Essa segna per eccellenza l’individuazione del rapporto dell’angelo della razza umana con ognuno dei membri di quest’ultima. Le metamorfosi delle sue angelofanie sono ogni volta in funzione della natura di colui al quale si manifesta.” (HC, pag. 121).
Appare evidente che questa fenomenologia dello spirito altro è rispetto a quanto concepito da Hegel e citato da GC. A questo proposito vedi Evola “L’uomo come potenza” (Ed. Atanor), e la precisa introduzione di Vincenzo Mungo a “Il problema di oriente e occidente” (Quaderno di testi evoliani n° 26, della fondazione Julius Evola).
Dove poi HC si fa esplicito è nella parte finale sul nichilismo “che procede dall’agnosticismo radicale, dal rifiuto a riconoscere qualche realtà trascendente l’orizzonte empirico e le certezze razionali” (HC, pag. 132), il contrasto è tra sacralizzazione dove “intendiamo qui l’annuncio, riconosciuto dall’intimo sentire, di un mondo sacro trascendente nei fenomeni e nelle apparenze di questo mondo” (HC, pag. 133) e la secolarizzazione che mira alla distruzione del piano metafisico. Qui possiamo davvero mettere d’accordo tutti: “sono le modalità del suo essere interiore che l’uomo proietta all’esterno per costruire il fenomeno del mondo, i fenomeni del suo mondo, nel quale decidere della propria libertà o schiavitù. Ove l’uomo perda coscienza della responsabilità di questo legame, e proclami, con disperazione o con cinismo, che sono chiuse quelle porte che lui stesso ha sbarrato, si ha allora il nichilismo” (HC, pag. 133-134), e questo ovviamente va al di là del nome che vogliamo dare a questo legame, che sia quello indagato da HC in questo testo o quello della spiritualità indoeuropea degli eroi immortali di MS e GC.
Miguel Serrano è l’ultimo sacerdote dell’hitlerismo esoterico e “La resurrezione dell’eroe” è dedicato alla sua omologa Savitri Devi, sacerdotessa del culto hitleriano. Usiamo noi ora come metodo di indagine il guenoniano “le influenze o sono spirituali e vengono dall’alto o vengono dal basso” e possiamo dire che tra le prime MS mette Wotan, Mitra, Gesù (o meglio il cristo ario nel testo Kristos), prima della mistificazione paolina (e in questo è perfettamente in linea con l’interpretazione islamica, il cristianesimo nasce come tariqa e non come sharia, è verticale e non orizzontale) e la tradizione alchemica, tra le seconde il mondo, che lui chiama del demiurgo, Jahvè-Jehova.  I primi “discendono a combattere le forze demiurgiche, prima di regredire negli eroi e prima che l’asse si deviasse, prima che il Dio si mescolasse con le figlie degli uomini e regredisse in Eroe.” (MS pag 22) e ancora “si è preteso di fare apparire il cristianesimo in apparente opposizione con la storia nazionale dei giudei, i Vangeli con l’Antico Testamento, entrambi inventati e falsificati dall’inizio alla fine.
Quest’opposizione non è tale, è venuta a manifestarsi agli inizi della presente Era dell’Acquario, quando il papa ha visitato la sinagoga di Roma per rendere omaggio ai suoi fratelli maggiori, i rabbini giudei. Resta così definitivamente in chiaro, per tutti quelli che abbiano occhi per vedere, e cuore valente per riconoscerlo una volta per tutte, che mai in quasi duemila anni, esistette quella pretesa opposizione tra cristiani e giudei, entrambi lavorano per un’identica causa e per lo stesso signore assoluto, per l’Uno. Entrambi furono sempre monoteisti, servitori dell’Uno, del demiurgo, Jahvè, e nemici dei Goti, degli Ariani, della razza pura degli Ariani” (MS, pag. 63). Questa visone del monoteismo è quella degli exoterismi, e non indaga gli esoterismi di cui tratta HC nel suo testo.
Bisogna ricordare che MS fu protagonista del cosiddetto cerchio ermetico con C. G. Jung e con H. Hesse, il Cristo ario di MS, Kristos, è quello stesso Kristos che Jung, qui citato dall’autore, dichiara essere dentro l’uomo, perché Kristos è il se stesso, il Selbst, e questo ne rende possibile la resurrezione.
Certo non si tratta del Cristo del cristianesimo exoterico e paolino, anzi il Kristos in questione è quello stesso che da certi cristiani tradizionalisti viene definito prometeico nonché satanico. In un successivo testo, “Manù, por el ombre que vendra”  che completerà l’opera dell’hitlerismo esoterico, edito in Cile nel 1991 (anno 101 dell’era hitleriana, come specifica l’autore) e purtroppo non ancora tradotto in italiano, MS in amorevole disaccordo con Jung, definirà il Fuhrer Prinzip come una proiezione collettiva dell’anima della razza e quindi non “incosciente colectivo” come in Jung ma “superconsciente colectivo” e quindi un fenomeno che non va dal basso in alto ma che viene dall’alto, e infatti ne “l’ultimo Avatara” il Fuhrer è un “liberato”, un Eroe risorto, un Boddhisattiva, un Shakravarti, un Tulku, un ombre assoluto, che viene a risvegliare gli Eroi prigionieri e ad aiutare i camerati nella lotta, il Virgilio per Dante, e torniamo a quell’iniziazione di cui secondo GC “l’uomo non necessita” (sic).


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