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Riflessioni sull'Esoterismo

di Daniele Mansuino   indice articoli

Il professore, Abdel Khabir e il colto

Agosto 2010
di Enzo Ristagno

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Per HC, in Avicenna e in Sohravardi, perché questo Selbst, questo Kristos, sia risvegliato occorre che incontri l’angelo dell’umanità, della rivelazione, che è alla base di ogni iniziazione. Quella che per i filosofi è l’intelligenza agente, il nous platonico, e nell’esoterismo islamico è l’angelo che illumina i filosofi e ispira i profeti, la natura perfetta di cui sopra.
E ancora HC : “L’angeologia neoplatonica ci ha insegnato che gli angeli, in quanto teofanie del loro Dio rispettivo, potevano essere designati con il nome stesso di questi, così come nella gnosi valentiniana, gli angeli del cristos sono riconosciuti come il cristos stesso in rapporto a ogni esistenza individuale” (HC, pag.121). Potremmo andare avanti a cercare analogie e differenze, ma il luogo non è questo breve scritto, tra queste due differenti visioni, ciò che vogliamo rimarcare è come entrambe siano ammissibili in ambito tradizionale.
Tornando a MS, “L’immortalità individuata, personalizzata, con un volto, dovrà essere conquistata dall’Eroe, in un combattimento senza quartiere di tutti i giorni…ed unicamente coloro che furono divini, di quella prima casta o varna che entrò qua, hanno possibilità di accesso all’arte reale, il matrimonio d’A-mor e la gravidanza magica del figlio dell’uomo.” (MS, pag. 97). “Nella tomba dei maghi taoisti neppure apparivano resti del cadavere. Hanno lasciato li una spada per segnalare che vinsero in quella guerra contro la morte e per l’Eternità. È questo il risultato dell’alchimia, dell’arte reale praticata dai re e dagli Eroi.” (MS, pag. 98). “Non è facile raggiungere questo punto. La pietra, lapis, liquore di vita, il vino segreto, il sangue ariano purificato, l’oro potabile, il gral, sono imprescindibili.” (MS, pag. 99). Servirà un aiuto dall’alto, da Asgard, dal Walhalla delle valchirie e di Wotan, gli stessi Dei seguono ansiosi, e secondo MS l’aiuto essenziale arriverà da chi è passato prima e ha lasciato una lanterna che illuminava con i loro sogni.
Altrettanto interessante la lettura de “L’origine” di GC, e se in MS il luogo è quello dell’iniziazione nel mondo dell’alchimia, si scorgono anche Mithra, Budda e i tre re magi, mentre in GC la spiritualità è ancora più aria che indo e ad accompagnarci in questo affascinante viaggio sono Hegel e Nietszche, la contrapposizione è ancora con “il pensiero unico figlio secolarizzato del Dio unico giudaico cristiano”, a guidarci con nostra soddisfazione è sempre Platone.
È l’affascinante apoteosi della tradizione ermetica, della via secca di Evola, sempre partendo dal nous, il pensiero, l’intelletto (per usare l’espressione di Parmenide, “le idee sono Dei”), tutto questo è qui “Occidente ed Europa, è l’uno è il tutto, è religiosità virile e paterna indoeuropea, dove il sacro è comunitario” (GC, pag. 48) e che subito dopo diventa per mezzo del numen (il cabalista qui direbbe Shekinah : in HC la cabala è ammessa come ortodossa mentre non è considerata tale da MS al pari della Bibbia stessa - infatti in “Recuerdo y reflexiones”, Calcutta 1979 ed edito a Barcellona per i tipi di Cedade nell’89, nel monografico “La llama eterna”  Savitri Devi, sua sodale, descrive il Dio unico dei giudei come trascendente ma non immanente) Jahvè. Ma il demiurgo di MS è fuori dalla Naturalezza, non è l’anima dell’universo come nei greci e nei popoli indoari, quindi in quest’ottica metafisica i fenomeni non possono essere considerati come espressioni del Dio unico.
Il potere divino interviene nella vicenda umana : “l’ascesi dell’Azione è l’anima eroico guerriera del mondo indoeuropeo e della romanità che si costituisce quale sovranità sacrale del pubblico e quindi del popolo romano, res publica = res populi = res sacra” (GC pag. 49). L’uomo indoeuropeo se guardato dal punto di vista del soggetto moderno è un uomo cosmico aperto al mondo, è attraversato dal mondo e dalle sue potenze, egli non sa nulla di interno ed esterno, la sua coscienza è cosmica, universalizzata, anzi è universale nel senso che coincide con gli Dei.
L’uomo dopo la caduta nella modernità come categoria dello spirito, nella convinzione prometeica di aver conquistato la libertà ha perduto la universalità della coscienza e la stessa si è ridotta al piccolo io che crede di decidere, guardando con sufficienza ed alterigia l’uomo omerico che considera schiavo degli dei.
Il suo piccolo io convinto di decidere e di essere autonomo è sempre nelle mani di qualcos’altro da esso ed è sempre qualcosa di non conosciuto e quindi di oscuro che gli proviene sia dal suo interno, che suo non è, che dall’esterno mondo altrettanto alieno…l’uomo vedico, omerico o arcaico romano non necessitano pertanto di iniziazioni, ne di percorsi misterici, poiché appartenendo spiritualmente alla natura eroica non conoscono fratture né separazioni né dualismi.
È la modernità vedantina postvedica nell’India aria, postomerica e sofistica nella grecità, postarcaica ed ellenizzante nella grecità che impedisce di vedere l’idea del mondo nella realtà, nei Reali, poiché ormai l’uomo di tale età è preda di convinzione che l’idea gli provenga da fuori, dall’esterno, e che, pertanto, sia qualcosa di estraneo alla sua intima natura qualcosa che di conseguenza lo condiziona, e ne libera o coarta la libera volontà, determinazione o capacità di conoscenza” (GC pag. 53-54). È quella stessa assenza di legame che denuncia HC nella parte sul nichilismo, ma la Via che indica GC per re-integrare l’unità è quella di ricerca e fabbricazione eroica, è la virtus eroica, la Gloria dell’Eroe.
Nella terza parte abbiamo il rito, quello che M. Eliade definisce una teofania in quanto riproduce  ciò che illo tempore fu l’atto creatore per eccellenza. In GC il superamento del bene e del male in senso exoterico viene superato nell’oggettivismo esoterico del jus, del rito, dove è l’unica realtà, del vero e del falso dell’atto secondo il rito che produce il Vero. Roma creò nel mondo la Forma che è la Luce con il rito giuridico religioso e questa è la res publica, il kosmos dei greci, che altro non è che l’ordine della legge e del rito da difendere accrescere diffondere elargire donare a tutti i popoli.
Scrive ne “La resurrezione dell’eroe” MS che l’universo è come una regina prigioniera dell’orco che aspetta il bell’eroe che dovrà risvegliarla, solo i miti possono avvicinarci alle vivenze di questi misteri. Solo a partire dalla resurrezione dell’Eroe si potrà rimontare il tempo e riconquistare quell’eternità che K. Hamsun definiva “il tempo non ancora utilizzato, tempo in riserva”. Per GC la Forma romana si crea ogni giorno mediante la legge che si promulga e reiterandola nel rito. Bello anche il richiamo finale a Wagner e a Beethoven, ci ricorda la citazione di Beethoven fatta da Goebbels su “quell’universo ancora più antico che resta al di là delle stelle”.
Questa precisa scelta di campo, magistralmente espressa porta in sé un rischio, che noi che sul comodino abbiamo “Religiosità indoeuropea” del Gunther accettiamo di correre, che è quello di cadere nella stesa trappola dell’esclusivismo degli exoterismi tanto bistrattati, tra i cui esoterismi HC così bene ci ha guidato e dimenticare così gli altri 71 “spicchi”, le altre 71 caselle del famoso diagramma citato da HC, in quanto tutti portano al centro. E mentre il ternario di Proclo si ripresenta noi faremo tesoro di tutte queste volitive documentate poetiche affermazioni fatte nei tre testi.
In tutti e tre i testi abbiamo molto in comune essendo tutti e tre stati scritti da autorevoli interpreti della tradizione, ma, se partiamo ancora dal famoso assunto guenoniano delle influenze che arrivano dall’alto e sono spirituali o arrivano dal basso, come conciliare l’interpretazione di HC sull’esoterismo giudeocristiano con l’interpretazione più che catara del Serrano ? E quell’Asia che in HC e in Serrano è oriente metafisico in Casalino diventa una categoria dell’anima : è forse questa limite, oppure nemica, della spiritualità indoaria?
Concluderei con un leniniano “che fare” ; se poi chiosare con un punto interrogativo o con un esclamativo, lo deciderà ognuno dopo aver letto i testi in questione e dopo aver pensato “con la propria testa”. Per il caro amico Abdel Khabir, che ha scelto la Via sufi, tutto questo pensare è un limite, un vizio di marca guenoniana, che toglie al fare. Forse ha ragione il colto quando dice che siamo ancora qui a parlare a leggere e a scrivere come quando da ragazzini dissertavamo su Tex Willer, non sarà questo a farci raggiungere il centro o a farci incontrare il nostro Virgilio, mentre forse l’apologia del fare accomuna la visione sufi alla visone eroica di Casalino, ma alla fine anche la sua è dissertazione e quindi in definitiva intellettualità, altro da un Dikhr.
Alla fine sarà la presenza divina a squarciare i veli, di certo come ha sottotitolato il bravo Buttafuoco nel suo “L’Islam e l’occidente”, citando Battiato : “Quando verrà la fine non servirà parlare inglese” (e diamo alla parola “inglese” il senso più esteso possibile, sinonimo di qualità moderne).
Abbiamo parlato di tre testi e tra le righe ho citato tre amici, costoro sono, come direbbe Guénon, una funzione, ogni incontro non è casuale, e porta con sé dei segnali che sta a noi decodificare, sta a noi scegliere e dare priorità, appartarci e restare in piedi, lontano dai centri urbani e dalla loro decadenza che produce solo lattine di coca cola usate gettate ovunque e cibo spazzatura che crea obesità e nuove malattie all’uomo e ricchezza alle multinazionali, e la cui espressione è la te-levi-sion-e…  cercare vette innevate, notti stellate e il fuoco che brucia, cercare una concezione sacra della vita che altro è dalla vita mediocre e borghesemente felice che il mondo moderno richiede e dove conta solo la comodità, intendo boschi e alberi e animali che questa società votata al suicidio sta lentamente distruggendo e che per noi è parametro di degenerazione quanto il numero di disoccupati che questa società produce, intendo tutto quello che rafforza la nostra volontà e tutto questo non è stato ma è, oggi, qui, per noi e per chiunque abbia la forza di intraprendere questo cammino così radicale ; e anche se la nostra lotta non è così visibile all’esterno, pure noi manteniamo intatta la nostra coscienza di lottatori.
Quindi come primo dei 100 passi per essere nella Via, cogliamo i segnali nonostante la confusione che ci circonda, che sia un fare, un agire e non essere agiti, che questo fare non sia frutto di alcuna separazione, in quanto come nella pratica, nel divenire, nel molk, siamo noi la causa della nostra condizione – allo stesso modo lo siamo in senso sottile nel mundus imaginalis, uso il presente per entrambe le percezioni poiché non vi è nessun tempo storico che qui entra in gioco, si tratta come quando si vede un albero di cogliere la foresta e quando si vedono le lettere, senza le quali non potremmo leggere, di cogliere il famoso inchiostro. Ognuno troverà la Via in conformità all’ordine tramite l’esercizio della funzione cui è naturalmente destinato.
Dice il Profeta: “Le Vie verso Dio sono numerose quanto i respiri delle creature”

Enzo Ristagno

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