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Riflessioni sull'Esoterismo

di Daniele Mansuino   indice articoli

Rudolf Von Sebottendorff e la “scienza delle chiavi”

Aprile 2007

 

Rudolf Glauer, figlio di un ferroviere e di una casalinga, era nato in Slesia nel 1875. Avendo perso i genitori molto giovane, tentò la fortuna sul mare. Dopo due anni di navigazione si fece sbarcare in Australia, dove provò a fare il cercatore d’oro, ma il suo tentativo non fu coronato dal successo.

La sua fortuna doveva manifestarsi in Turchia, dove approdò nel 1901. Subito riuscì a ottenere un incarico di sovrintendente presso un ricco proprietario terriero: fu proprio questi, Hussein Pasha, a introdurlo nello studio dell’esoterismo, creandogli un contatto con la tariqa sufica dei Medlevi.

A Burqa, in Anatolia, un noto commerciante ebreo – il signor Tarmudi – gli spalancò le porte della sua collezione di testi esoterici, ricca di pezzi unici di inestimabile valore, e favorì la sua iniziazione presso la locale loggia massonica, che lavorava secondo il Rito di Misraim.

Nel 1911 un nobile tedesco residente a Istanbul, il Barone Heinrich Von Sebottendorff, lo designò come erede del suo nome e del suo patrimonio. Forte del nuovo titolo e sollevato da ogni preoccupazione economica, Rudolf decise di dedicarsi a tempo pieno alle ricerche esoteriche, e fu con il nome di Rudolf Von Sebottendorff che, negli anni successivi, scrisse e firmò il libro che doveva garantirgli la celebrità: “La pratica operativa dell’antica Massoneria turca”.

In quest’opera, egli affermava di essere entrato in contatto con una misteriosa confraternita sufica: i Beni el Mim (letteralmente: “figli delle chiavi”), i quali praticavano da secoli un sistema operativo di trasmutazione interiore interamente fondato sull’uso dei segni d’ordine della Massoneria.

Secondo lui, tale sistema sarebbe giunto in Europa con le navi dei mercanti veneziani nel decimo secolo dopo Cristo, fornendo le basi per il sorgere della Massoneria e dell’Alchimia: queste due discipline non sarebbero, insomma, nient’altro che applicazioni e sviluppi degli insegnamenti contenuti nella “Scienza delle Chiavi”, ad esse preesistente.

Nelle intenzioni di Von Sebottendorff, la dettagliata descrizione pratica da lui tracciata nel libro avrebbe posto chiunque nelle condizioni di poter sperimentare il sistema. Dedicando non più di dieci minuti al giorno all’esecuzione degli esercizi da lui insegnati, un praticante di buona volontà avrebbe potuto realizzare la “Grande Opera” in un arco di tempo variabile dai tre mesi ai tre anni circa.

Descritta in breve, la Scienza delle Chiavi consiste nell’apprendimento di tre segni da eseguire con la mano destra: la “I”, la “A” e la “O” (ovvero la “u”, terza e ultima vocale dell’alfabeto arabo arcaico, che Von Sebottendorff tradusse “O” probabilmente perché più simile a quest’ultima nella forma grafica).

In base alla simbologia dei quattro elementi, il segno “I” serve ad attirare le energie del fuoco, la “A” quelle dell’acqua, la “O” quelle dell’aria, mentre la terra è simbolicamente rappresentata dal praticante stesso. Questi potrà sincerarsi di aver ben appreso i segni da particolari sensazioni fisiche, che segnalano lo scorrimento all’interno del corpo delle “correnti sottili” evocate.

Una volta che ciò si è verificato, potrà fissare le correnti mediante quattro tipi di “prese”, che Von Sebottendorff descrive scrupolosamente. Tra queste, la “presa del collo” è quasi identica al segno d’ordine massonico in grado di Apprendista, la “presa del petto” al segno del Compagno, la “presa del ventre” a quello del Maestro (la quarta presa, o “presa mediana”, non è altro che una leggera variazione della “presa del petto”).

La buona riuscita delle prese viene svelata da sensazioni visive di colori, che si susseguono nel tempo secondo un ordine che presenta notevoli analogie con le fasi del lavoro alchemico. Il successo finale è segnalato da un colore “bianco abbagliante, al quale i mistici orientali accordano un valore eccezionale”.

Terminato da Von Sebottendorff nel 1916, l’ “Antica Massoneria turca” fu pubblicato in Germania nel 1921 con notevole successo.  Se infatti al giorno d’oggi l’ipotesi di un’origine sufica della Massoneria è tra le più accreditate (vedi in proposito le ricerche di Gabriele Mandel), a quei tempi niente ancora era venuto a scuotere la placida certezza dei Massoni circa propria discendenza dagli operai di Re Salomone; quindi il suo effetto sulla Massoneria può essere paragonato a quello che il “Dialogo sopra i due massimi sistemi” ebbe sulla Chiesa.

Non pochi Massoni si recarono in Turchia, per trovare le risposte agli interrogativi suscitati dal libro interrogando direttamente i misteriosi Beni el Mim. Contavano di rintracciarli perché da svariati paragrafi dell’ “Antica Massoneria turca” si poteva arguire abbastanza chiaramente dietro lo schermo di quale tariqa sufica essi si celassero: era la Bektashiya, fondata dallo sheikh  Hajji Bektash nel quattordicesimo secolo, presente a Istanbul e in tutte le maggiori città turche.

Disgraziatamente, il momento non era il più adatto. Si era infatti al culmine dello scontro che opponeva gli Ordini sufici al governo dei “Giovani Turchi” guidato da Kemal. La situazione di pericolo aveva spinto i Sufi a raddoppiare le loro precauzioni di sicurezza – già normalmente assai rigorose – fino a respingere ogni contatto con il mondo esterno.

A partire dal 1925, tutti gli Ordini sufici vennero posti fuori legge, disposizione che restò in vigore fino al 1950. In seguito a questo provvedimento, i più accreditati maestri della Bektashiya lasciarono il Paese per rifugiarsi sulle montagne albanesi, dove la tariqa era solidamente impiantata da molti secoli.

Durante la seconda guerra mondiale, anche quei luoghi tranquilli divennero poco sicuri, e i maestri Bektashi ripararono un’altra volta all’estero. Uno di questi, lo Sheikh Baba Rexheb (1901-1995) si trasferì negli USA, dove svolse opera di insegnamento fino alla morte; una  tekke  Bektashi molto attiva venne poi innalzata intorno al suo sepolcro nel Michigan, grazie alla quale il materiale disponibile in rete sulla Bektashiya è oggi abbondante e di ottima qualità. Ma a quanto mi risulta, non vi si trova alcun riferimento alla “Scienza delle Chiavi”; e lo stesso vale anche per la più interessante opera letteraria sui Bektashi, il romanzo “Nur Baba” di Kadri Karaosmanoglu, che pure contiene descrizioni abbastanza dettagliate dei loro rituali.

Malgrado il successo dell’ “Antica Massoneria turca”, l’autore del libro sembrava essersi dissolto nel nulla. I suoi ammiratori europei, che nel libro aveva scoraggiato dal cercarlo personalmente, pensavano forse che egli si fosse ritirato in qualche inaccessibile monastero; ma in realtà, sarebbero rimasti molto delusi se avessero conosciuto le ultime vicissitudini del loro eroe.

Infatti Von Sebottendorff, rientrato in Germania durante la guerra, aveva rinnegato la sua precedente esperienza di vita con quella drasticità che è uno dei tratti più appariscenti del suo carattere. Aveva investito gli ultimi soldi che gli rimanevano nell’acquisto di un giornale – il “Munchener Beobachter”- che presto divenne famoso per la sua virulenta propaganda di estrema destra, con forti toni antimassonici e antisemiti.

Nel 1918 lo ritroviamo tra i membri fondatori della Società Thule, dalla cui costola prenderà successivamente forma il Partito Operaio Tedesco di Adolf Hitler.

Molti anni dopo, quando il Nazismo era già asceso da circa un anno al potere e Von Sebottendorff aveva intrapreso con successo la carriera consolare, la “notte dei lunghi coltelli” lo sorprese schierato con la vecchia guardia del Partito, che era caduta ormai in disgrazia presso il Fuhrer.

Nel tentativo di risollevare le proprie sorti, scrisse un libro: “Prima che Hitler venisse” (da non confondere con l’opera omonima di D. Bronder, datata 1964), che ancora oggi è una fonte molto apprezzata dagli storici per quanto concerne le origini del Nazismo.

Questo secondo tentativo letterario, nel quale Von Sebottendorff rivendicava con vigore il discutibile merito di aver “seminato quello che il Fuhrer aveva fatto crescere”, non era destinato alla stessa fortuna del precedente. “Prima che Hitler venisse” venne subito ritirato dalla circolazione, e il suo autore arrestato. Solo le sue benemerenze di nazista della prima ora gli valsero a scampare per un pelo la condanna a morte.

Nel corso della seconda guerra mondiale lo ritroviamo nuovamente a Istanbul, tenuto a libro-paga dal servizio segreto tedesco, che lo manterrà sino alla fine dei suoi giorni in cambio di piccole delazioni.

 

La cosa che più colpisce è il modo brusco in cui la Scienza delle Chiavi sembra essersi ritirata dalla sua vita: non se ne trova traccia nel farneticante castello di teorie “ariosofiche” intorno al quale la Società Thule venne edificata, e neppure nelle oltre 200 pagine di “Prima che Hitler venisse”, libro peraltro abbastanza prodigo di dettagli circa le vicende personali del suo autore.

Le ragioni, se vogliamo, possono essere facilmente spiegabili. Innanzitutto la Scienza delle Chiavi si configura come una disciplina temporanea, destinata ad essere abbandonata nel momento in cui il praticante ritiene di aver portato a termine il processo di trasmutazione;  inoltre la sua natura strettamente operativa la rende piuttosto refrattaria a coniugarsi con qualunque ideologia, ed è quindi possibile che Von Sebottendorff abbia evitato di proporla negli ambienti ariosofici solo perché la considerava del tutto inadatta.

La mia sensazione, però, è che i motivi della sua rimozione siano più profondi. L’ “Antica Massoneria turca” era un libretto scritto con mano magistrale, sintetico e brillante, autentica opera di un giovane scrittore in stato di grazia; se lo confrontiamo con il contorto e arrovellato delirio di “Prima che Hitler venisse”, facciamo fatica a credere che sia frutto dello stesso autore.  Nell’arco di neppure un ventennio, Von Sebottendorff sembra essere caduto vittima di un imprevedibile e vertiginoso decadimento mentale.

E’ forse uno scherzo della fantasia, ma quando cerco di spiegarmene il motivo mi tornano in mente queste parole – che trattano della “presa del collo” – contenute nel terzo capitolo della “Antica Massoneria turca”:

…ben presto si constaterà che il dito comincia a riscaldarsi, e in quel momento, con un intervento della volontà, si può condurre la corrente nel corpo intero. (…) Ciò può essere fatto senza alcun danno, ma ci si guarderà tuttavia dall’esercitare un’influenza sulla testa, che deve restare libera: altrimenti  si potrebbe raggiungere uno stato di ubriachezza che non sarebbe senza pericolo…”

e più avanti:

“…taglia il collo a queste bestie feroci, dice un testo antico: non si può però esagerare la pratica di questa presa, perché si provocherebbe così una lenta consumazione del collo. Può accadere, e gli antichi Massoni hanno frequentemente descritto questo incidente, che il fuoco sfugga e si comunichi alle vertebre. (…) Se la fiamma si produce, si ha l’impressione che un demone terrificante impugni l’uomo per la nuca, e lo stenda al suolo…”

Forse il demone era presente il 9 maggio 1945, quando in un caffè di Istanbul Rudolf Von Sebottendorff apprese dalla radio la notizia che l’Ammiraglio Doenitz aveva firmato la resa senza condizioni. Senza proferire parola, pagò il conto e uscì.

Lo videro camminare con le mani in tasca lungo il ponte di Galata – un vecchio smagrito e curvo, assorto nei suoi pensieri.  I radi capelli bianchi, scompigliati dalle bizzose brezze del Bosforo, sembravano brillare sotto il sole.

Quando fu giunto in mezzo al ponte, scavalcò il parapetto e saltò. Finisce qui la romantica storia del giovane cercatore d’oro, che aveva trovato le chiavi per aprire parecchie porte, compresa quella sbagliata. Il suo nome, bollato dal marchio del tradimento, è stato cancellato per sempre dalla memoria dei Massoni; ma l’enigmatica disciplina da lui scoperta sopravvive ancora oggi,  praticata di nascosto entro ristretti cenacoli, senza che nessuno sia mai venuto a capo del suo mistero.

Tra le migliaia di immigrati albanesi che lavorano in Italia forse qualcuno, senza neanche sospettarlo, porta in tasca il segreto delle origini della Massoneria.

 

Daniele Mansuino

 

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