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Riflessioni sull'Esoterismo

di Daniele Mansuino   indice articoli

Rumore di metalli in Massoneria

Novembre 2011

Di Giovanni Domma

 

Rumore di metalli in MassoneriaCi siamo sensibilmente allontanati dallo spirito iniziatico, dai principi fondamentali. Il lento e duro apprendimento che caratterizzava la Massoneria di un tempo è stato sostituito da un veloce accesso a titoli ridondanti e altisonanti, svuotati del loro senso. Questa è senza dubbio la “via” più lusinghiera per l’ego; ma poi?

Vorrei ricordare, a me stesso per primo e poi a tutti i Fratelli che sognano di essere grandi, che siamo muratori; naturalmente, anche un muratore può essere grande, ma sono i suoi Fratelli i soli accreditati a riconoscerlo come tale, e questo basandosi sulla qualità del suo lavoro.

La sola grandezza è relativa all'elevazione spirituale e all'avanzamento iniziatico, che si poggiano sul lavoro, l'umiltà, la tolleranza ed il dovere.

Si è grandi non perché si sia superiori agli altri, ma perché si è in grado di aiutarli, guidarli e amarli.

Si è grandi se sappiamo meritare la dignità del grado da noi raggiunto accompagnando nella loro crescita quanti ci seguono nel cammino, largendo a piene mani conoscenza, benevolenza e saggezza.

Un tempo, l’Articolo V dei Doveri di un Libero Muratore recitava così:

 

Nessuno deve manifestare invidia per la prosperità di un Fratello, né soppiantarlo o fargli togliere il suo lavoro se egli è capace di compierlo; nessuno può finire il lavoro di un'altro per utile del committente, se non ha piena conoscenza dei progetti e dei disegni di colui che lo ha cominciato.

 

In una Istituzione come la Massoneria, non bisognerebbe consentire a sé stessi che il naturale bisogno di affermarsi nella vita profana si trasformi in desiderio di apparire; si dovrebbe piuttosto gioire del fratello più preparato e capace, ma non tutti – purtroppo - hanno la maturità di capirlo.

Allora si sviluppano difetti come l’invidia e la maldicenza: in queste brevi riflessioni cerco a modo mio di comprendere tale fenomeno, e di fornire anche qualche spunto che valga a contrastarlo.

La “sciamanica” riluttanza manifestata dal mio amico Daniele Mansuino a trattare in questa rubrica temi di carattere morale trova, è vero, conforto nell’opinione di molti importanti autori, per i quali il piano esoterico e quello morale debbano essere nettamente separati, ma non sempre purtroppo ha lo stesso riscontro nella realtà.

In tutte le forme di esoterismo organizzato, e purtroppo in Massoneria più che altrove, il solo fatto che uomini debbano lavorare sotto lo stesso tetto è portatore, sì, di Fratellanza e letizia, ma anche inevitabilmente il veicolo per la manifestazione di quelle emozioni negative che, dalla corruzione di Eva e Adamo in poi, sono sempre state le compagne indesiderate del percorso umano.

Se ho scritto in Massoneria più che altrove è perché, innegabilmente, c’è un abisso tra i costrutti etici collegati al simbolismo muratorio e la loro applicazione quotidiana nel lavoro delle Officine: abisso la cui esistenza non è soltanto da imputare alle limitazioni umane, ma anche al percorso storico attraverso il quale il nostro simbolismo si è formato.

Al tempo degli Operativi, la dura fatica delle braccia valeva a bruciare le emozioni negative nel lavoro, e la legge dell’Uguaglianza che governava il lavoro nelle Cave e nei Cantieri imponeva a tutti di sacrificare i propri sentimenti egoisti, immolandoli alla santità della Grande Opera che era lo scopo comune. Non era vissuta come necessaria, a quei tempi, l’elaborazione di un corpo etico di valori che costituisse una specificità della Muratoria: la semplice applicazione dei più puri precetti cristiani era di regola sufficiente a garantire la piena armonia. Molte leggende massoniche, come quella di Hiram, testimoniano di quanto lo scandalo fosse grande ogni volta che la legge della Fratellanza veniva violata, e il loro senso simbolico intreccia indissolubilmente i valori etici a quelli spirituali senza nessun bisogno di rimarcare i primi con un’enfasi indebita, né di prenderli a pretesto per l’elaborazione di sistemi etici filosoficamente più complessi della pura, semplice e tradizionale legge del lavoro.

Del tutto diversa, come sappiamo, fu fin dai primordi la situazione della Massoneria speculativa: era fatale in un certo senso che le energie dei Fratelli, compresse dall’inerzia fisica, inacidissero in una certa misura per scaricarsi nella discordia. I grandi conflitti che segnano la storia della nostra Istituzione fin dal Settecento ne sono la testimonianza: sempre di più, la stolta voglia di pochi Fratelli di primeggiare e sugli altri e imporre le proprie idee individuali diventò un veleno destinato ad amareggiare l’onesto e umile lavoro di tanti bravi Massoni.

Inoltre sul lavoro muratorio vennero a innestarsi, come era inevitabile, diverse interpretazioni culturali, filosofiche, politiche ecc. che se da un lato giovarono a facilitare la penetrazione della Massoneria nei più diversi ambienti dall’altro portavano come inevitabile conseguenza un aumento delle discordie.

Così, per esempio, quell’impagabile strumento di lavoro speculativo che è il dibattito in Loggia, concepito come metodo di scambio, ispirazione, reciproco arricchimento con la meditazione comune sui simboli massonici, diventò per molti una sorta di passerella dalla quale imporre fastidiosamente agli altri le proprie idee, e pavoneggiarsi esponendo provocatoriamente le proprie presunte qualità intellettuali. Come può non nascere la discordia da atteggiamenti del genere, volti a destare autentici focolai di invidia e maldicenza?

Entro certi limiti, l’invidia - se imbrigliata entro i limiti di un sano desiderio di emulazione - è un utile stimolo, che porta a aguzzare l’ingegno per migliorare sé stessi, sviluppando lo spirito di iniziativa: la maggior parte di noi, fortunatamente, appartiene a questa categoria degli invidiosi “buoni”, intenti a lavorare sulla pietra del proprio talento per il bene comune. Molte lodevoli iniziative nascono così, da un innocente desiderio di riconoscimento personale associato a nobili fini.

Ma quando invece l'invidia cessa di essere uno strumento di crescita e si fa avida, quando aspira segretamente addirittura a voler spegnere le gioie altrui, diventa un cancro che rode l’anima e la spinge in balia della cattiveria più sfrenata. Si perde il senso della realtà; si sogna di togliere agli altri quello che la nostra delirante immaginazione suppone sia nostro di diritto, regredendo in questo modo agli aspetti più irrazionali della mentalità infantile – forse al trauma mai rimosso di qualche bambino che aveva giocattoli più belli dei nostri.

Allora, l’invidioso vive continuamente sospeso tra rabbia e ammirazione, ostilità e desiderio. Di norma è una persona con forti tendenze competitive, desideroso di attirare l’attenzione, migliorare la propria posizione nel lavoro e nella società, guadagnare molto denaro. I successi conseguiti dagli altri lo disturbano, essere testimone delle loro vittorie implica automaticamente il desiderio di sostituirsi a loro.

Certo, un tale comportamento implica anche una forma di difesa: l’invidioso soffre irragionevolmente e non vuole più soffrire. Questo è legittimo, ma la ragione potrebbe offrirci strade migliori per sfuggire alla trappola dei nostri risentimenti, ridicolizzandoli mediante la rivelazione della loro assurdità. Perché l’invidioso non vuole ascoltare la sua voce?

Un’altra attenuante che bisogna riconoscergli è che, spesso, vorrebbe sfuggire al confronto – stando lontano dalla persona che involontariamente è causa del suo male – ma non può : la situazione non lo consente, le mille pressioni che la società impone a tutti noi gli impongono di vederlo ogni giorno, magari forzandolo a trascorrere con lui molte ore.

Può darsi pure che, al principio, il potenziale invidioso sia abbastanza intelligente da capire che porsi in competizione con una data persona sia per lui una scelta tatticamente errata, perché in quello specifico campo non è il grado di reggere il confronto ; può darsi pure che per un po’ riesca efficacemente a consolarsi pensando che sì, in quello specifico campo quella persona è migliore di lui, ma che lui in compenso se la cava meglio in tante altre cose…. Ma come fare se proprio in quello specifico campo è forzato a misurarsi con lui sul lavoro, o nello sport, o in qualunque altra situazione? Come fare se gli ossessivi stimoli alla competizione che pervadono la nostra società prendono il sopravvento?

In verità, viviamo davvero in un mondo che ci spinge a superare sempre i nostri limiti, e ci loda solo nella misura in cui riusciamo a farlo. Questa, tra l’altro, è anche la ragione per cui l’invidioso starà sempre bene attento a non farsi individuare, e farà carte false pur di nascondere i suoi veri sentimenti : perché ammetterli equivarrebbe ad ammettere il proprio senso di inferiorità, e sarebbe la fine – come avviene nel pollaio quando una gallina è debole e malata, tutti gli esseri come lui gli salterebbero addosso per farlo a pezzi.

E’ una grande sventura per coloro che sono costretti a vivere situazioni del genere senza che la natura li abbia provvisti della forza interiore necessaria a sopportarle: la costante pressione allora cresce e sconquassa la struttura dell’anima, e la quotidiana necessità di confrontare il nostro comportamento con quello altrui finisce per diventare un supplizio insopportabile. Da questo punto di vista, possiamo ben dire che l’invidioso è una vittima, meritevole di tutta la nostra comprensione e pietà ; ma purtroppo, il male che riesce a fare è talvolta tanto grande da far passare queste considerazioni in secondo piano.

Tra l’altro, la sua fissazione si sviluppa non solo nei confronti delle persone che conosce direttamente, ma anche contro estranei, pur non sapendo nulla del loro percorso e delle qualità personali che li hanno resi degni del successo: a questo proposito sviluppa inevitabilmente un pregiudizio di condanna, dando per scontato che le loro vittorie sono frutto della fortuna o di agevolazioni di cui lui non ha goduto.

Si inventa allora dei pretesti per potersi lamentare della persona invidiata, senza sapere che la loro origine si trova in realtà nel suo inconscio: è dei propri limiti, non di quelli dell’altro che sta parlando.

E magari l’invidioso desiderasse soltanto essere al suo posto! No, questo non gli basta: sogna in silenzio che chi ai suoi occhi è più fortunato sia vittima di una sconfitta, godendo nell’immaginare il suo insuccesso e la sua umiliazione. A questi livelli, l'invidia trasborda addirittura nell’odio e raggiunge i confini di una vera e propria malattia della mente.

Queste forme estreme di invidia possono causare in chi ne viene aggredito sintomi paragonabili a quelli di certe malattie: prostrazione, comportamenti irragionevolmente aggressivi, mania di persecuzione. Lo sforzo di danneggiare la persona invidiata non conosce allora più nessuna barriera: in tutte le circostanze, anche le più socialmente inopportune, l’invidioso può scatenarsi contro di lui in perfidi e immotivati attacchi, al solo scopo di umiliarlo pubblicamente e godere della sua confusione.

E’ come se gli dicesse: tu sei la testimonianza vivente che io valgo poco, e questo mi causa dolore; quindi devo gridare forte che tu vali ancora meno di me, che sei piccolo e ridicolo, e la sofferenza che ti causerò allevierà il mio dolore.

Per mezzo di pseudo - giustificazioni di questo genere, l’invidioso si rafforza sempre di più nella segreta convinzione che danneggiare il prossimo sia un suo diritto. Diventa sempre più sottile nell’elaborazione di astuti piani volti a creare danno in modo indiretto, ma non per questo meno nocivo, conditi di machiavellici accorgimenti che gli consentono di uscirne sempre con le mani pulite, senza che nessuno possa accertare la sua responsabilità.

Questi piani spesso hanno il fine di precludere al rivale la disponibilità del bene che ha scatenato l’invidia – sia esso l’amore o la stima di una più persone, o un successo professionale, o un beneficio economico o una carica; fare la spia, corrompere, calunniare, perfino compiere ogni sorta di atti contro la legge, tutto pare lecito all’invidioso nella sua ossessione di spogliare l’avversario, turbare la sua quiete, devastare il suo campo.

Inutile rilevare quanto sia goffo e deleterio è il suo tentativo di recuperare l’autostima abbattendo quella degli altri, perché i fenomeni di questo genere sono contagiosi, e se la discordia si diffonde la diffidenza e la depressione contageranno tutti, e la caduta di credibilità sarà generale: pensando alla nostra Istituzione, quante Officine sono finite così?

Ma forse l’invidioso, più o meno consciamente, mira proprio a questo: se lui non può primeggiare, muoia Sansone con tutti i Filistei. Va in giro così, spargendo il suo veleno tra i Fratelli che si fidano di lui e mascherando la propria opera malefica dietro a un sorriso.

La maldicenza, purtroppo, è ovunque attorno a noi. A seconda della qualità dell’invidia che l’ha generata, può presentarsi sotto diverse manifestazioni: dal semplice pettegolezzo – il piacere, tutto sommato innocente, di mostrarsi al corrente di eventi che il prossimo non conosce – il quale però può diventare involontariamente pericoloso se non riflettiamo bene sulle possibili conseguenze della notizia che stiamo diffondendo.

Una forma di maldicenza molto particolare è quella che ha per vittima persone gerarchicamente al di sopra di noi, che può contare su ampi margini di impunità dovuti al fatto che tutti siamo disponibili a invidiarle almeno un po’. Ben pochi tra i potenti ne sono immuni: per esempio, si salvano in genere quelli che rispondono al modello del “padre della Patria” – le persone avanti in età che stanno al potere ormai da così tanto tempo da essere riuscite a porsi psicologicamente “fuori della mischia”, facendosi accettare come modelli di comportamento – chi cercasse di calunniarli farebbe allora una figura ben meschina, e la sua malignità sarebbe immediatamente chiara a tutti.

Ne sono immuni anche i dittatori senza scrupoli, i prepotenti sempre pronti alla rappresaglia, quelli che incutono timore: chi si sente spinto a calunniarli allora si trattiene, ricordandosi per tempo che il potere ha mille orecchie e temendo l’effetto boomerang che ne può derivare.

Guai invece alle persone spensierate e sincere, quelle contente della propria vita e per nulla inclini a pensar male degli altri: questa è la vittima perfetta, anche perché l’idea che qualcuno possa tramare alle sue spalle è completamente estranea alla sua mentalità, ed è molto facile che trascorrano mesi e anche anni prima che si accorga che hanno già scavato la fossa; e quando se ne accorgerà sarà tardi, perché - come recita il malefico precetto attribuito, forse erroneamente, a Goebbels: calunniate, calunniate… qualcosa resterà.

E' davvero un triste momento quando ci capita di incontrare, il più delle volte, nella Sala dei Passi Perduti, qualche personaggio losco, viscido, vile e cattivo, che - del tutto dimentico dei Cinque Punti della Fratellanza, e venendo meno alla Promessa Solenne che un giorno ha prestato - ti si avvicina per rovesciarti addosso il suo veleno, dicendoti cose che fanno arrossire riguardo a un Fratello.

Certamente la maldicenza ed il maldicente rivelano un aspetto ripugnante dell'essere: come è possibile che un uomo possa trovare diletto nell’offuscare la reputazione di chi lo circonda, nel distorcere la verità, nel frantumare la serenità dell'esistenza altrui?

Cosa mai ci si può aspettare da esseri di questo genere, che non meritano di essere definiti con altri aggettivi salvo maldicenti e vigliacchi, perché non conoscono nessun altro modello di comportamento?

Carissimi Fratelli, cerchiamo di avere il coraggio delle nostre azioni: se si avvicinano a noi, allontaniamoci subito da loro. O se vogliamo fare del bene (assumendoci, in questo caso, notevoli rischi e pericoli), invitiamoli fermamente a recarsi subito dal Fratello che stanno calunniando (se necessario, possiamo accompagnarceli noi) e operiamo affinché abbiano subito un colloquio chiarificatore e risolutivo, che si concluda con un triplice fraterno abbraccio.

Purtroppo, mio malgrado devo registrare che non tutti i Fratelli hanno il coraggio di comportarsi così: c’è sempre qualcuno – per fortuna, una minoranza - che vanno dietro al maldicente ascoltando tutte le sue calunnie, quasi che ne provasse piacere, e provvedendo coscienziosamente a diffonderle di bocca in bocca, causando spesso danni irreparabili al Fratello che, per sua sventura, si è reso incolpevolmente degno degli strali dei maldicenti.

A tutti costoro vorrei dire: ricordiamoci sempre che la maldicenza e il maldicenti danneggiano l'immagine dell’Istituzione Massonica ancora di più di quanto non possano fare gli attacchi della Chiesa e del mondo profano. Possono distruggere in un attimo lavori portati avanti per tanto tempo con  stima reciproca, amicizia e affetto. Offendono i landmark, affievoliscono gli eggregori, contaminano il Tempio. Ci privano di tutti i doni che possono derivare dalla Fratellanza e dall’Unione.

La vita di un’Officina può allora diventare molto difficile, se non impossibile. Il clima di serenità si interrompe, i rapporti d'amicizia inaridiscono per la diffidenza e il timore. La maldicenza è un frutto perverso che impedisce di esercitare uno dei valori di cui la Massoneria va più fiera, ovvero la Libertà.

Non bisogna, del resto, pensare che i problemi sollevati dall’infuriare dei cattivi sentimenti non abbiano destato nell’ambito dell’Istituzione massonica importanti reazioni, alcune delle quali registrate anche a livello storico.

Per esempio, nella Massoneria settecentesca, una notevole corrente di pensiero sosteneva la necessità di una rivisitazione dell’etica cristiana in senso esoterico, e tra gli argomenti in favore un posto importante era occupato dalla considerazione che essa avrebbe contribuito a purgare i rapporti tra i Fratelli dal tarlo dell’ipocrisia.

Innanzitutto, non facendone uso come di uno strumento polemico – cosa che avrebbe fomentato lo scontro tra deisti e teisti, tra cristiani o agnostici, tra materialisti e spiritualisti, tra atei e credenti e così via; ma partendo dall’idea che, nell’arco di quasi due millenni, il simbolismo alchemico/ermetico della Grande Opera si era innestato sulle tematiche introdotte dal Cristianesimo in modo tanto indissolubile (vedi ad esempio le scuole gnostiche) da renderne possibile l’utilizzo in termini esoterici: considerando quindi l’etica cristiana come una forma di estensione del simbolismo massonico, anziché viceversa.

Molti importanti esoteristi, come Martinez de Pasqually, Cagliostro, Willermoz, Saint Martin eccetera, diedero voce a questa corrente che – purtroppo - era destinata dai rivolgimenti della storia a sostenere nella storia della Massoneria un ruolo sempre più marginale. Ma può essere interessante concludere questo modesto lavoro con una breve rivisitazione del tema dell’invidia come venne interpretato dall’ultimo, grande esponente di questa scuola oggi quasi estinta: il Fratello Robert Ambelain (1907-1997), nel suo capolavoro L’Alchimia spirituale.

 

Nella Qabbalah ebraica, è detto che all’Albero della Vita (Otz Chiim) corrisponde nel mondo manifestato il Piccolo Albero di Vita, che si chiama Kallah, “la Fidanzata”. Rovesciato e in opposizione a lui, corrisponde il Piccolo Albero di Morte, “la Prostituta”, Quliphah.

Sull’Albero della Vita fioriscono e raggiano le Sephirot o sfere della manifestazione evolutiva. Sull’Albero della Morte fioriscono e raggiano le Quliphot o sfere della manifestazione involutiva.

E’ dunque evidente che alle sette Virtù essenziali (quattro cardinali e tre teologali) corrispondono sette Virtù (dal latino virtus = potenza) opposte. Sono i sette peccati capitali (…): l’Avarizia, la Ghiottoneria, la Lussuria, la Pigrizia, l’Invidia, la Collera e l’Orgoglio (…).

L’Invidia porterà lo pseudo-iniziato a fargli desiderare, non solo i primi posti o i falsi onori, ma pure non esiterà a far ritardare, magari a impedire, l’avanzamento degli altri, se egli indovina in questi ultimi una superiorità che può eclissare la sua.

Passerà sotto silenzio le dottrine, gli insegnamenti, i libri e gli avanzamenti suscettibili di nuocere al suo interesse. Non avrà tregua di possedere tutto ciò che gli altri posseggono, considerando un’offesa il fatto che ci sia qualcosa che egli non possiede, anche se in anticipo è ben deciso a non servirsene, pure se vi è intellettualmente opposto.

(Alchemicamente) l’Invidia corrisponde al principio del Sale e si oppone alla Carità (…).

 

Ambelain passa poi ad illustrare come, per mezzo del Vetriolo filosofico, l’Alchimista spirituale possa ottenere la trasmutazione dei peccati nelle loro virtù corrispondenti: per cominciare il lavoro gli occorrerà tutta una serie di attrezzi, i cui principali sono il Silenzio, la Solitudine, la Fame, il Digiuno e la Veglia… sinceramente, migliori medicine per gli invidiosi non saprei indicare.
O meglio: sì, un’altra c’è. Per superare l'invidia, occorre conoscere l’Amore: bisogna veramente saper gioire del successo dell'altro, in tutta sincerità, senza riserve né ipocrisie. Succede più facilmente se si collabora attivamente alla costruzione di tale successo: soltanto in questo modo riusciremo a viverlo come se fosse anche nostro, e il nostro contributo al bene e al progresso dell’umanità sarà riconosciuto ed apprezzato da tutti i Fratelli.

Allora l’Amore che avremo investito sarà ricambiato con gli interessi, e ci sarà rivelato un altro dei mille segreti della Massoneria: che la porta del Tempio può essere, per il Fratello che sa varcarla con  lo spirito giusto, anche la porta della più sconfinata Felicità.

 

Ho scritto questo articolo non per avvertire o rimproverare, ma solamente affinché tutti i Fratelli ed io per primo si possa compiere un esame interiore e una profonda riflessione: così, chi inconsciamente soffre di questo male potrà reagire e correggersi, per il bene dell'Istituzione.

 

   Giovanni Domma

 

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