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di Daniele Mansuino   indice articoli

Thomas Dunckerley: un Massone dimenticato

Agosto 2009
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La cosa più notevole è che le scelte di Dunckerley non suscitarono a Londra reazioni negative (le polemiche sarebbero arrivate più tardi, quando Dunckerley avrebbe cercato di trapiantare le sue idee in patria); anzi, a quanto ci è dato di sapere, la Gran Loggia lo sosteneva incondizionatamente. Per esempio, quando egli ristabilì nel Quebec la pratica operativa delle Letture (già in uso nella Grand Lodge of All England) pensò bene di cautelarsi chiedendo a Londra un’autorizzazione, e il documento che gli arrivò dà la misura della fiducia che l’uomo era stato in grado di ispirare: si dà piena facoltà al Fratello Dunckerley di revisionare i rituali esistenti mediante un cauto inserimento delle forme Antient (si noti che era la Gran Loggia Modern a scrivere)
E d’altra parte, la Gran Loggia d’Inghilterra sarebbe venuta meno all’opportunismo fino ad allora dimostrato, se si fosse pronunciata contro l’uomo che era riuscito nel compito di trasformare in pochi anni il sovversivo Quebec nella sua Provincia più popolosa, attiva e promettente. E poi, a parte le sue idee sui gradi, su tutte le altre questioni Dunckerley era un Modern più che ortodosso:  in politica, per esempio, amava definirsi un liberal, che nel linguaggio di allora voleva dire né più né meno un uomo di estrema sinistra. A Londra dovettero ridere parecchio quando vennero a sapere che soleva recarsi come visitatore nelle Logge Antient, e se trovava nel rituale elementi che a suo giudizio facevano torto alla tradizione, infliggeva loro scenate memorabili accusandoli di non essere Antients abbastanza.
Nel 1764, a quarant’anni, si congedò dalla Marina e rientrò in Inghilterra. Con un paragone un po’ azzardato, la sua partenza dal Quebec può essere paragonata alla scomparsa del Maresciallo Tito nella ex–Jugoslavia: la nave di Dunckerley non era ancora del tutto scomparsa all’orizzonte che già nelle Officine esplodevamo i primi dissapori, e in breve tempo cominciò l’incontrollabile esodo della Massoneria canadese verso gli Antients. Tuttavia, ci sarebbero voluti ben 25 anni perché il suo lavoro fosse cancellato del tutto; fu infatti solo nel 1789 che l’ultima Loggia Modern superstite cambiò bandiera.
Nell’anno 1792, all’apice del loro splendore, gli Antients canadesi potevano contare su due Gran Logge territoriali, e il Gran Maestro di una di queste era nientemeno che il Principe Edoardo (padre della Regina Vittoria). Nelle Logge Antient più integraliste, si giunse addirittura alla provocazione di negare l’accesso al Tempio ai Fratelli Modern in arrivo dall’Inghilterra.
La Gran Loggia d’Inghilterra tuttavia, dimostrando ancora una volta consumata abilità politica, si astenne sempre dall’assonnare la Gran Loggia Provinciale del Quebec, anche se in pratica non aveva più alcuna autorità sulle Officine: senza questa mossa preveggente, sarebbe stato ben difficile per lei riprendere il controllo del Canada dopo l’accordo tra Antients e Moderns del 1813, nel quale gli antient degrees sarebbero stati sacrificati sull’altare della concordia.
Il rientro di Dunckerley in patria era stato preceduto dalla sua fama di impareggiabile conoscitore delle tradizioni massoniche. Non fece in tempo ad arrivare per presenziare all’apertura di una nuova Loggia - la Geometric Lodge - che lavorava nei Gradi Azzurri secondo un rituale da lui stesso messo a punto, nei rari momenti di tempo libero dei suoi anni canadesi.
Il sistema della Geometric Lodge, attualmente non più in uso, rivestiva particolare interesse e ricchezza in grado di Compagno. La sua particolarità consisteva nell’essere un adattamento della cosiddetta Geometrick  fashion, una forma di Lettura di cui egli era appassionato cultore.
Dopo il rientro, per alcuni anni la sua preoccupazione principale fu di riuscire a farsi  ricevere dal Re. Ma solo nel 1767, quando Giorgio II era passato a miglior vita, ottenne finalmente di essere ricevuto da suo figlio, Re Giorgio III, che riconobbe le sue origini e gli garantì una pensione di cento sterline all’anno.

C’è in rete una pagina ad opera di un discendente di Dunckerley, il signor Philip Dunkerley (al giorno d’oggi molti chiamano Dunkerley anche il nostro Dunckerley, ma in realtà il cognome Dunckerley perse la “c” e divenne Dunkerley negli anni trenta dell’Ottocento), che ha svolto ricerche sulla storia del suo illustre avo: egli afferma che dopo quell’incontro various other favours and many contacts with the most eminent gentlemen of the land followed, e questo senza dubbio alla sua carriera massonica non fece male.
Il compito che si era ritagliato – e a cui si sarebbe dedicato con inesauste energie per più di un trentennio, traendone poche soddisfazioni e un numero immenso di sconfitte – era il più difficile e ingrato che all’epoca si potesse immaginare: dedicarsi a tempo pieno al lavoro di mediazione tra gli Antients e i Moderns.
Dal 1764 al 1767 divenne Gran Maestro della Gran Loggia d’Inghilterra un suo amico, Lord Blayney. Questi era un Modern moderato, che condivideva le vedute di Dunckerley sugli antichi gradi e soleva incoraggiare gli Antients a conservare i loro rituali. Uomo di grande intelligenza ma non sostenuto da una buona salute, Blayney si era fatto promotore del clima di conciliazione di cui in quel momento la Massoneria britannica sentiva un gran bisogno, e fin dal primo momento Dunckerley fu al suo fianco per dargli una mano.
In quegli anni Dunckerley si occupava soprattutto dell’Arco Reale, che contando sull’appoggio di Lord Blayney sperava di riuscire a reintrodurre tra i Moderns. Entrambi erano coscienti che, se la Gran Loggia d’Inghilterra non avesse fatto qualcosa per neutralizzare il progetto degli Antients di costituire un Arco Reale autonomo su scala nazionale, questo avrebbe finito per attrarre a sé tutti i cultori degli antichi gradi (che anche tra le file dei Moderns, come abbiamo visto, non erano pochi), col risultato di far crescere ancora l’influenza degli Antients e prolungare la controversia ancora per chissà quanti anni (come di fatto sarebbe avvenuto); inoltre speravano che, se l’Arco Reale fosse stato riadottato dalla Gran Loggia d’Inghilterra, avrebbe svolto una funzione di cavallo di Troia per reintrodurre poco a poco gli altri antichi gradi.
Come George Oliver ha giustamente osservato, Dunckerley combatteva gli Antients facendo uso dei rituali che erano la loro bandiera, (rendendosi conto che), se un ponte poteva essere edificato, tramite concessioni e compromessi, attraverso il golfo delle divergenze nei rituali, si poteva ben sperare che i ribelli (così li considerava) lo avrebbero attraversato e sarebbero ritornati alla Gran Loggia d’Inghilterra.
Dunckerley e Blayney dovettero combattere anche contro l’irriducibile opposizione dei Moderns più oltranzisti, la cui influenza andava rafforzandosi di anno in anno con il crescere delle nuove leve di giovani Massoni che non erano emozionalmente legati ai vecchi sistemi. Ma il 22 luglio 1767 riuscirono nell’impresa di innalzare le colonne del primo Capitolo dell’Arco Reale sotto gli auspici della Gran Loggia d’Inghilterra, che pur sopravvivendo per molti anni assai stentatamente sarebbe diventato la fonte dell’attuale Supremo Gran Capitolo dell’Arco Reale.
La Gran Maestranza di Lord Blayney volgeva ormai al termine, e due dei suoi ultimi atti furono la concessione a quegli Antients che erano rientrati all’obbedienza della Gran Loggia d’Inghilterra di poter procedere all’Installazione dei loro Maestri Venerabili, nonché di convincere Dunckerley ad accettare la Gran Maestranza Provinciale dello Hampshire, sua terra d’origine.
Nel 1769, superando ancora una volta ogni opposizione, Dunckerley riuscì a dotare la sua Loggia madre (la Three Tuns aveva cambiato nome, ed era ora la Antiquity Lodge di Portsmouth) di un Capitolo dell’Arco Reale. La documentazione  relativa a quel Capitolo ebbe una storia travagliata: le carte originali furono… bruciate da una zia del Fratello che le aveva in custodia, convinta che la Massoneria fosse opera del Diavolo.
Ma del Libro di Loggia esisteva anche una copia cifrata, scritta in un codice assai complesso – tutto fondato su quadrati, angoli e triangoli - che gli storici della Gran Loggia d’Inghilterra, malgrado la loro competenza leggendaria, faticarono non poco a decifrare.
Qual’era la sua origine? E perché Dunckerley introdusse quel codice proprio a Portsmouth?
La risposta alla seconda domanda prende le mosse proprio dalle parole con cui si chiude il verbale di quella storica tornata:

 

(Il Fratello Dunckerley) ci disse di questa maniera di scrivere che deve essere usata nel grado che possiamo trasmettere ad altri affinchè i Compagni possano essere Mark Masons e i Maestri Mark Masters.

 

In queste semplici righe è racchiuso quello che è di gran lunga il contributo più importante fornito da Thomas Dunckerley alla storia della Massoneria: l’introduzione nella Massoneria speculativa della cosiddetta Mark Masonry, Massoneria del Marchio (vedi il mio articolo La Massoneria del Marchio e i suoi side degrees), che perpetua l’usanza operativa di trasmettere ai Maestri Massoni l’utilizzo di un Marchio personale.
A Portsmouth quindi Dunckerley, potendo contare su un’Officina di assoluta fedeltà, aveva colto l’occasione per  reintrodurre nella Gran Loggia d’Inghilterra, oltre all’Arco Reale, anche il Marchio. In Inghilterra però, prima di allora, il Marchio non era mai stato praticato in combinazione con l’Arco Reale: un usanza tipica della Massoneria irlandese (della quale infatti il rituale Dunckerley del Marchio, che fu usato in quell’occasione, è originario). Era necessario dunque che i suoi avversari - tanto Antients che Moderns - non venissero a conoscenza di ciò che egli aveva fatto: perché se questo fosse avvenuto, avrebbero individuato nel Marchio il punto debole per accusare di irregolarità l’intero sistema dei Capitoli dell’Arco Reale da lui creati.
Proprio questo imponeva l’adozione di un codice cifrato, ma non di uno qualunque: di un codice nuovo, che nessuno – salvo i Fratelli della Antiquity Lodge – fosse in  grado di decifrare.
Da dove lo prese Dunckerley ? Anche la risposta a questa difficile domanda è stata trovata. Dopo il riconoscimento da parte del suo fratellastro Re Giorgio III, egli era diventato un Royal beneficiary: un titolo che dava diritto a vari privilegi, tra i quali avere a disposizione un appartamento nel centro di Londra (il suo era in Hampton Court) e l’accesso alle Biblioteche Reali.
Di quest’ultimo diritto aveva approfittato per approfondire la sua passione per i cifrari segreti, e -avendo letto quanto di meglio fosse disponibile sull’argomento - il fiorito patrimonio grafico riscontrabile nella tradizione del Marchio non poteva non essere per lui uno stimolo irresistibile a creare qualcosa di più bello e di diverso di tutti gli “alfabeti massonici” conosciuti fino ad allora.
Nei cinque fondamentali simboli utilizzati negli antichi marchi – il Quadrato, la Pietra Cubica, il Triangolo Equilatero, il Diamante e la Svastica – vide la possibilità di elaborare un sistema di comunicazione. Quello che ne venne fuori dà la misura di quanto fossero estese le sue conoscenze in materia: il diagramma che ne fornisce la chiave ha al suo centro un Diamante formato da quattro Triangoli Equilateri incastonato in un Quadrato, e (in omaggio ai suoi trascorsi nella Navy) è circondato da quattro “semafori”, lo strumento usato in Marina per le segnalazioni.
Il limite di questo diagramma è che mancano i posti per quattro lettere: la E, la G, la H, e la O, che trovano posto nella Svastica. Fu proprio questa l’origine dell’alfabeto Dunckerley, cui gli esperti rendono omaggio come al più bello e ingegnoso cifrario massonico di tutti i tempi, anche se malauguratamente al giorno d’oggi non viene più utilizzato.
In tarda età, i tributi di stima che giungevano a Dunckerley da ogni parte cominciarono ad aver ragione della sua viscerale opposizione per le alte cariche. Finì per diventare Gran Maestro di otto Gran Logge Provinciali contemporaneamente (onore mai toccato a nessun altro Massone nella storia), che a dispetto degli anni amministrava rigorosamente di persona, spostandosi da una città all’altra con l’energia di un giovanotto.
Morì nel 1795, con l’amarezza che negli ultimi anni la sua voce –  sempre instancabile ad indicare la via della conciliazione nel binomio ripristino dei gradi antichi e centralizzazione dell’Ordine – fosse ascoltata sì col rispetto dovuto a un Fratello che era ormai un mito vivente, ma nella pratica regolarmente ignorata. Una volta di più la politica si era messa di mezzo, e della “storia infinita” dell’esecrabile controversia tra Antients e Moderns  il Fratello Thomas Dunckerley non visse abbastanza per vedere la fine.
Ancora oggi esistono in Massoneria gli Antients e i Moderns: opportunamente aggiornati per quanto riguarda i nomi e il bagaglio ideologico, ma immutati per quanto concerne l’attitudine psicologica di chi li incarna. Per questo possiamo dire che il “cammino di mezzo” pazientemente additato da Dunckerley per sfuggire alla logica degli opposti riveste ancora una bruciante attualità, e questo è sufficiente a spiegare perché tanto i Massoni modernisti quanto quelli tradizionalisti non abbiano molta voglia di sentir parlare di lui.

 

Daniele Mansuino
(con la collaborazione del Venerabilissimo Fratello Giovanni Domma)

 

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