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Il Superamento della Condizione Umana
(La filosofia di Parmenide di Elea)

Trascrizione della comunicazione ricevuta per trance ad incorporazione, nel corso di una seduta del Cerchio Firenze 77 - periodo marzo 1976 - per tramite dello strumento Roberto Setti, medium fiorentino trapassato nel 1984.


"Da sempre vi diciamo che il mondo che percepite è l'apparenza di una parte della Realtà Unica Totale. Poiché solo questa ultima è soggettiva, in quanto solo quest'ultima è assoluta, possiamo definire la vostra percezione soggettiva, illusoria.
La percezione è un processo che implica l'attività della mente e dei sensi, perciò a questi si fa risalire l'illusione. I sensi, cioè, traggono in inganno, e non da meno è la mente con il suo indurre a considerare costanti i rapporti fra gli eventi osservati. La mente, pur secondando il
gioco dei sensi, ha tuttavia la capacità di svincolarsi da esso; se questo è possibile, può l'uomo conoscere realtà che i suoi sensi non riuscirebbero mai a comunicargli? Siamo, ancora, di fronte al problema della conoscenza intesa come attività della mente che fa apprendere e ritenere immagini di fatti; qualcuno direbbe : di realtà. Problema del quale ci siamo già interessati. Certo non possiamo passare in rassegna le varie opinioni circa la possibilità dell'uomo di conoscere la Realtà, tutte consideranti l'uomo quale è, cioè senza vederlo come il risultato di qualcosa, senza pensarlo come suscettibile di trasformazione.
Possiamo essere d'accordo che la conoscenza è


a priori, e cioè per conoscenza innata, e qua potremmo aprire un capitolo su questo tema;
a posteriori, per esperienze consumate;
intuitiva, cioè immediata,
razionale, o logica, o conseguenza di altre conoscenze.


Siccome è sempre un soggetto che conosce, e siccome ciò che si apprende o si ritiene è sempre un'immagine della realtà, la conoscenza è sempre soggettiva.
Giova qui ricordare ciò che dicemmo ultimamente, e cioè che la realtà ipotizzata dall'uomo sulla scorta delle sue percezioni, al di là dei suoi personali soggettivismi, non ha alcun punto di contatto con la Realtà Unica Totale. Infatti, non si deve credere che la visione-concezione che l'uomo ha della realtà sia incompleta ma esatta nei suoi elementi posseduti, e che crescendo le possibilità di percezione si accrescano nuovi elementi validi a quelli esatti già in possesso. Sarebbe così se la realtà relativa fosse oggettiva, ma dicemmo che è oggettiva solo la realtà assoluta; perciò, aumentando le possibilità di percezione dell'uomo, la nuova visione-concezione che egli avrebbe della realtà sarebbe radicalmente diversa.
Il concetto di spazio che l'uomo ha, è quello che è in funzione delle umane possibilità di percezione; aumentando queste,
cambierebbe il concetto che l'umano ha dello spazio, forse addirittura sparirebbe del tutto. Allora, le risposte alle domande-trappola che vi avevo fatto, per essere date avevano bisogno di certe precisazioni: innanzi tutto che cosa si intendeva con visione : o "visione-concezione", ed allora ho già risposto : ad ogni nuova possibilità di percezione muta radicalmente il concetto di realtà; oppure "visione-percezione", ed allora era necessaria ancora una precisazione e cioè : le nuove possibilità di percezione erano dovute ad un aumento del numero dei sensi, ed allora in quel caso si aggiungevano nuovi elementi che andavano ad arricchire la visione che l'uomo ha della realtà, da una visione bidimensionale, per esempio, ad una tridimensionale, da una visione incolore ad una visione colorata; oppure, queste nuove possibilità di percezione aumentavano perché, fermo restando il numero dei sensi, variava la portata, la gamma dei sensi? Ed allora, in questo senso, la visione-percezione muterebbe radicalmente: per esempio la vista che arriva a vedere a livello molecolare o atomico la materia.
Vedete, i sensi sono delle finestre aperte. Ma dobbiamo anche vedere il lato opposto, cioè che sono limitativi. Qualcuno li ha definiti giustamente come una rete da pesca con delle maglie larghissime, che trattiene solo i pesci grossi e lascia sfuggire i piccoli e tutto il resto. In effetti è così. Dunque, quello che c'è da capire sostanzialmente è che per limitazione - possiamo dirlo - percettiva, l'ente percepiente coglie l'apparenza di una parte infinitesimale della Realtà Unica Totale - parte in se stessa inesistente - e la trasforma in se medesimo nel mondo della sua percezione, in realtà parziali, ossia relative, ossia soggettive.
I punti di contatto delle varie realtà soggettive, che gli enti percepienti hanno, non derivano dall'esistenza oggettiva di quegli elementi comuni, ma se mai costituiscono il "soggettivismo universale" per dirla con
Kant. Il mondo che l'uomo conosce è una costruzione della sua percezione, una creatura della sua soggettività.
Allora, può l'uomo conoscere realtà che stanno al di là delle sue possibilità di percezione? Dei quattro tipi di conoscenza che
abbiamo indicati, è chiaro che solo due possono farci sperare che lo sforzo dell'uomo di conoscere realtà a lui ignote, e come vertice massimo conoscere Dio, non siano inutili.
Potrebbe essere obiettato che la Realtà assoluta - cioè Dio - può esulare dalla logica umana e quindi può essere da questa irraggiungibile. La logica, definita "scienza del ragionare", è in effetti un tipo di programmazione della mente. Noi ragioniamo in un certo modo perché siamo programmati - più giusto sarebbe dire condizionati - dalla nostra abitudine ad usare certi postulati, a servirci di certe convenzioni, a considerare costanti certi rapporti; ma ciò non esclude che noi possiamo ragionare diversamente, semplicemente cambiando tipo di logica. La mente ha questa possibilità, la possibilità di superare la sua contingente impostazione e funzionare negli schemi di una logica diversa. Tuttavia, anche il tipo di conoscenza che noi abbiamo chiamato logica, o deduttiva o razionale, può dare solo una immagine della realtà e, chiaramente, l'immagine non è la
realtà. Per cui solo la conoscenza intuitiva - che invece mette in contatto non mediato il soggetto con l'oggetto - sembrerebbe l'unica a darci la suprema sapienza o la suprema conoscenza.
C'è però da vedere un fatto importantissimo, e cioè che Dio è sentire assoluto, e conoscere Dio nel vero senso significa comprendere Dio; significa sentire nei termini in cui sente Dio, significa essere Dio; perciò l'uomo, come tale, non può conoscere Dio.
Questa affermazione, che sembra lasciare così poche speranze, non tiene tuttavia conto di tutta la questione. Non tiene conto che l'uomo non è immutabile. Quando affermiamo, come spesso abbiamo fatto, che si giunge a quella comprensione che è "sentire" ed "essere" attraverso al porre attenzione e poi a rendersi consapevoli, noi implicitamente ammettiamo che l'uomo superi se stesso e raggiunga un nuovo "sentire", un nuovo "essere".
La possibilità che l'uomo superi in prospettiva la sua condizione umana non rende vani i suoi sforzi di conoscere la realtà ignota
che è al di là delle sue attuali possibilità di percezione; anzi, gli stimoli che provengono dalla vita nei piani grossolani non sono che il mezzo per mettere in moto quel processo che, catturando l'attenzione dell'uomo, attraverso alla sua consapevolezza, lo conduce ad una nuova coscienza, a quel nuovo sentire.
Vi ricordo che con "coscienza" noi intendiamo qualcosa di diverso da "consapevolezza": infatti diciamo che l'uomo è consapevole quando è conscio delle sue azioni, dei suoi pensieri, delle sue emozioni, delle sue sensazioni; mentre per
coscienza intendiamo quel sentire che spinge l'uomo a vivere al di là di se stesso.
Le sensazioni, le emozioni, i pensieri quindi non sono "sentire", sono percezioni, sono attività dei veicoli grossolani dell'uomo. Il sentire trascende tutto questo. Nella vita dell'uomo allora, il sentire è appena accennato. Tutta l'attività che l'uomo svolge è improntata dall'io personale ed egoistico; e nei rari momenti in cui l'io tace, il sentire si manifesta. Tuttavia proprio dall'attività che l'uomo svolge, spinto dal suo io, l'uomo supererà il suo egoismo, sempre attraverso al processo: attenzione, consapevolezza, coscienza.
Se volessi indicare con una formula il processo di acquisizione di un nuovo sentire della fase di evoluzione umana, dovrei dire:


Sn = Sc x P

dove Sn è il nuovo "sentire", Sc è il "sentire conseguito", e P la
percezione.
Allora il nuovo "sentire" nasce dal "sentire conseguito" e dalla percezione dei piani grossolani.

Che cos'è, allora, la percezione, secondo questa formula? Facilissimo: 

P = Sn / Sc

Cioè la percezione nasce dal rapporto tra il nuovo" sentire" ed il "sentire conseguito".

Una obiezione come questa: come può esistere un rapporto fra una cosa conseguita ed una non ancora esistente?, è facilmente superabile tenendo presente che tutto esiste già: il nuovo sentire, non ancora conseguito nel tempo, è tuttavia esistente, perciò può esservi un rapporto, al di là della sequenza temporale, fra questi due sentire.
Voi sapete che si perviene alla realtà cosmica, alla coscienza cosmica - che è pur sempre una realtà relativa e perciò soggettiva - in due fasi: nella prima fase il centro di coscienza e di espressione, cioè l'uomo, apprende attraverso alla
percezione e, convenzionalmente, possiamo dire che si muove dal basso verso l'alto; nella seconda fase l'individuo, non più uomo, attraverso alla comunione con gli altri individui, cioè dall'alto verso il basso, raggiunge la totale realtà cosmica.
In questa seconda fase l'individuo non ha più percezione, cioè non coglie più l'apparenza di una parte della Realtà Unica Totale, ma è cosciente di essere egli stesso una parte di questa realtà. Aggiungo e sottolineo - invitandovi a riflettere - parte in se stessa oggettivamente inesistente. Questa seconda fase corrisponde a quella posizione un tantino più elevata alla quale facevamo riferimento allorché vi illustravamo la successione che consente di cogliere la realtà cosmica che sta al di là dell'apparenza colta dall'uomo.
Ebbene, in questa posizione l'individuo constata come da rapporto di due sentire semplici che appartengono a quella serie di sentire chiamata individualità, nasce la percezione dell'uomo, e con la percezione tutti i mondi che la percezione costruisce.
Concludo: solo un sentire, cioè un essere assoluto può comprendere Dio nel vero senso, perché Dio è la Realtà assoluta. L'uomo, creatura della soggettività, non può comprendere l'oggettivo per eccellenza. L'uomo che esiste solo nell'illusione della separatività non può comprendere la realtà del Tutto-Uno. Allora, è egli forse destinato a perdersi negli amari labirinti dell'illusione?

Sarebbe beffardo quel Dio che, originando un essere, gli consentisse di conoscere tutta l'illusione ma non la realtà, gli precludesse, in qualche modo, la più alta di tutte le conoscenze, gli negasse la conoscenza di Sé. E la ragione che impedirebbe ad un simile Dio di fare agli esseri che da Lui traggono esistenza quel dono che, invece, le Sue creature talvolta riescono a a fare - il dono di se stessi - sarebbe la Sua volontà di supremazia, o la Sua incapacità creativa? Fratelli, se Dio fosse irraggiungibile sarebbe, di fatto, avulso, staccato, diviso dalla manifestazione, e ciò non può essere, come abbiamo creduto di spiegare anche ultimamente.
Allora? Siamo di fronte a due affermazioni contrastanti e pur vere entrambe:
che l'uomo, come tale, non può conoscere Dio;
che Dio deve essere raggiungibile.

Una sola soluzione le concilia:
che l'uomo sia destinato a superare la sua condizione umana e, attraverso al processo di porre attenzione, rendersi consapevole, comprendere, di sentire in sentire sempre più ampio raggiunga il massimo sentire, il sentire assoluto, che non ha eguale perché è eguale solo a se stesso
.
Ma l'essere che giungesse a comprendere Dio, diverrebbe a Lui identico, mentre Dio è pari solo a Se stesso, perché può esistere un solo Dio, una sola Realtà assoluta.
Allora? Siamo di fronte a due affermazioni contrastanti e pur vere entrambe. Una sola soluzione le concilia:
che ogni essere limitato, ogni creatura della separatività e dell'illusione, superando i propri limiti e quindi il proprio momentaneo essere, sia destinata a riconoscersi nell'unico Essere, nell'Unica Realtà.

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