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La Coscienza Trascendente

 

Alcune riflessioni di Bhakti Binod, assieme ad una sua traduzione di un estratto del testo “Tripura Rahasya

 

Un viaggio di ricerca non è altro che il susseguirsi dell’insieme dei pensieri che hanno attraversato ed attraversano lo spazio mentale. Pensieri legati alla conoscenza ed alle esperienze trattenuti nella memoria. Dio, la Vita con tutte le sue sensazioni, emozioni, piaceri e dolori, aspettative e accadimenti, cosa sono in realtà, se non tutto ciò che realmente non è? Quando penso a me come un “io“, un ego, quello che posso capire con certezza è che quel ”io” non è altro che un “ombra”. Tutto ciò che attraversa la mente non sono che idee e concetti con cui ci identifichiamo creando così la nostra individualità rafforzata dall’identificazione con l’aspetto fisico, individualità inconsistente come sono le basi su cui si fonda.

 

 

Normalmente noi non agiamo, ma reagiamo spinti dalle nostre paure inconsce verso gli avvenimenti ed ai fatti della vita, sia sociale che famigliare. La reazione è della personalità, cioè del nostro coinvolgimento con essa, osservando questo, piano, piano, attraverso l’esercizio dell’osservare incomincia la disidentificazione, (I padri del deserto solevano dire se vedi il demone questi si dissolve), ed è così che nasce il giusto atteggiamento verso tutti gli accadimenti che la Vita ci porta sia essi dolorosi o piacevoli, sia comunitari od eremitici, ci sono degli eremiti che litigano con l’altro eremita per un pezzo di legno ed altri che vivono in società conservando nel loro cuore un equilibrio immutabile quale è la differenza? La differenza è che uno ha delle aspettative e l’altro No. Dobbiamo debellare il demone della paura e nulla ci coinvolgerà più se non in modo apparente poiché il sapere che qualsiasi accadimento non potrà neanche avvicinarsi alla nostra vera natura e che in questa non c’è divisione con gli altri che hanno un corpo-mente differente dal nostro.
Prendiamo l’esempio di un campo di grano o di un vigneto, non c’è una spiga od un grappolo uguale all’altro eppure anche se l’aspetto è differente il contenuto, la sostanza l’essenza è la stessa. Nell’unità chiamata farina e vino non c’e più divisione. Così anche negli esseri composti dai cinque elementi la cui differenza di composizione li fa apparire diversi, quello che li unisce è quell’energia o forza di coesione che è unica per tutti.
E già il sapere profondamente questo ci porta verso una consapevolezza del legame con l’altro. Ma bisogna sapere che anche questa energia fa parte della personalità egoica ed anche da questa dobbiamo disidentificarci e solo così entreremo nello stato di assenza delle mancanze, cioè Unità e Completezza (JNANA), come nel sonno profondo, senza che ci sia un “io” che lo sappia. La differenza che sorge è che nel sonno profondo uno si addormenta ignorante e ritorna al risveglio fisicamente e mentalmente riposato, ma rimanendo nello stato di ignoranza. Ritornando dalla Completezza, si ritorna Saggi, la saggezza non è dovuta al ricordo dello stato Assoluto, ma dal ricordo di uno stato intermedio in cui si vive con gli attributi dello stato Assoluto, completamente Pacificati, è lo stato del Bhakti. Alcuni, non ne conosco le ragioni, rimangono anche se hanno un corpo nello stato Assoluto, cioè con una personalità apparente, come un foglio di un libro che seppure bruciato si può ancora leggerne lo scritto, altri rimangono nello stato descritto della bhakti, altri rientrano con la loro personalità nel Film della Vita, (non a caso uso questo termine), con la sola consolazione di sapere che non sono le reali personalità che appaiono. Per questi ultimi ci sono ancora piaceri e dolori, ma non ne vengono coinvolti se non momentaneamente, il loro stato è uno stato di costante contentezza interiore.

 

 

Nasce una creatura a cui si da un nome e quindi per questa inizia un viaggio in quella che chiameremo vita. Trova dei genitori ed una società che iniziano a dirgli ciò che è bene e ciò che è male, il bambino/a cresce iniziando ad avere le proprie esperienze di ciò che è piacevole e ciò che non gli  piace. L’imposizione della società e dei genitori, convinti della bontà dei loro pensieri, gli impediscono di sentire il contatto che egli ha con l’Armonia Universale. Identificandosi con i pensieri, con le emozioni, con i sentimenti e soprattutto con i ricordi, nasce la personalità che varia nel corso del tempo perché variano le acquisizioni intellettive e le esperienze. In poche parole ci facciamo un’immagine della persona che siamo. Talvolta sentendo impulsi che non sono aderenti all’immagine che ci siamo fatta di noi, per paura delle conseguenze che ne potrebbero derivare o dalla mancanza di coraggio nell’affrontare le critiche della gente, entriamo in stati di frustrazione che non ci permettono di essere in pace né con noi stessi né con gli altri.
La nostra mente con l’immaginazione ed i ricordi piacevoli ci spinge verso il piacere cercando di allontanare tutto ciò che per noi è spiacevole e doloroso. Noi non conosciamo ciò che è realmente bene per noi e che ciò che ci serve veramente è talvolta molto doloroso, perché per il Nuovo bisogna abbandonare il vecchio a cui siamo abbarbicati con tutte le nostre forze. Mi riferisco a tutte le nostre abitudini, agli attaccamenti materiali ma anche e soprattutto all’idee mentali. La mente, anzi i pensieri con cui ci identifichiamo e su cui basiamo le nostre indiscusse sicurezze, la paura di perdere ciò che crediamo di essere, la paura dell’infelicità e l’illusione di poter raggiungere un piacere che possa essere duraturo, ci impediscono di pensare che potremmo non essere questo corpo-mente nel quale ci identifichiamo e quindi ci sfugge la spinta ad indagare chi siamo e quale sia la nostra vera  natura. L’insieme delle esperienze passate incamerate nella memoria, i desideri proiettati con l’immaginazione nel futuro sono il guinzaglio a cui siamo legati che ci fanno agire pensando che siamo noi a volerlo e talvolta, l’agire si impone, anche se non vogliamo.
 
San Paolo dice: “Non faccio il bene che vorrei e faccio il male che non vorrei”. Arjuna nella Bhagavad-gita chiede: ”O Krishna, cos’è che spinge l’uomo a commettere peccato, anche contro la sua volontà, come se vi fosse costretto per forza?” Il Signore Krishna risponde: “E’ il desiderio che è il grande nemico”.
Quindi con la mente, proiettata all’esterno, ci siamo identificati con la falsa personalità, inesistente ed illusoria finendo per credere che l’irreale sia il Reale. Certamente non è facile, volgere  la mente all’interno, infatti sempre nella Bhagavad Gita Arjuna dice: “perché la mente è irrequieta, o Krishna; è impetuosa, forte e difficile da piegare. Ritengo che sia impossibile controllarla, che sia come voler controllare il vento”. Il Signore Krishna gli risponde: ”Senza dubbio, o eroe dal possente braccio, la mente è difficile da controllare ed è irrequieta ma non è impossibile; può essere controllata (rivolta all’interno) dall’esercizio costante  e con la pratica del distacco”.
Penso che un po’ di riflessione su quello che è paragonata la mente ci aiuterà senz’altro a non scoraggiarci ed a perseverare fino a che la mente  rientri in se stessa.
Vivekananda (monaco Indiano), paragona la mente umana ad una scimmia infuriata, che viene ubriacata, (la scimmia anche se sobria è irrequieta per natura), in più  la scimmia viene punta da uno scorpione che la rende ancora più agitata, ed alla fine viene posseduta da un demone. La mente per sua natura genera un’incessante attività, il desiderio dei piaceri la inebriano, la gelosia la punge e il demone dell’orgoglio la insuperbisce. Ancora della mente in India si dice:

 

“Potresti controllare un elefante impazzito,
potresti chiudere la bocca all’orso ed alla tigre,
potresti cavalcare il leone,
potresti giocare con il cobra,
potresti renderti invisibile,
potresti farti servire dagli dei,
potresti rimanere sempre giovane,
potresti camminare nell’acqua e nel fuoco,
ma controllare la mente è meglio e più difficile”.

 

Da quanto detto sembra un compito veramente arduo, ma non ci rimane altro che rimboccarci le maniche se vogliamo ritornare alla Sorgente. Osservando la “scimmia” e non alimentandola più, prima o poi si dovrà per forza di cose tranquillizzare.
A questo proposito penso che le parole, di Ramakrishna Paramahansa, possano aiutarci: ”I pensieri sono come gli uccelli, non puoi evitare che passino sopra di te, ma puoi evitare che facciano il loro nido sulla tua testa.
Un altro aiuto ci può venire dal racconto, che il Divino Maestro Dattatreya dà al suo discepolo Parasurama. E’ un racconto tratto da un Sacro testo chiamato Tripura Rahasya e nel testo la regina Hemalekha, (anima o coscienza individuale, chiamata Jiva), racconta, simbolicamente la storia della sua vita per trasmettere la sua saggezza a suo marito, il principe.

 

Tripura Rahasya   Capitolo V versi 30-142
Traduzione dall’inglese di Bhakti Binod

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