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Verso il Darshan (sulle orme di Paramahansa Yogananda)

di Bhakti Binod - capitolo 7

Pellegrinaggio nel Sud

 

Nel 1981, tornai in India con una mia amica. Visitammo Ananda Ashram, dove viveva Madre Krishnabai, e là ci fermammo alcuni giorni.

Andammo poi a Tirunvanamalai dove visse Ramana Maharishi, ai piedi della sacra montagna di ‘Arunachala’, che è ritenuta la manifestazione del Signore Siva.

Facemmo silenziosamente la Pradhakscina (giro devozionale intorno alla montagna).

Alcuni giorni dopo, ripartimmo per Puri, in Orissa, raggiungemmo l’ashram di Sri Yukteswar Giri, Guru di Paramahansa Yogananda, dove potemmo inchinarci davanti al Mahasamadi del grande Jnanavatar 1 . Ci fermammo a Lakhampur, Calcutta e Benares. Raggiungemmo Ranikhet e da lì, andammo a visitare la grotta dove Lahiri Mahasaya incontrò Babaji, descritta in “Autobiografia di uno Yogi”.

Per la mia amica arrivò il giorno fissato per il rientro in Italia e così l’accompagnai all’aeroporto di Delhi.

Proseguii quindi per Rishikesh, dove mi fermai per circa un mese nello Sivananda ashram.

Swami Krishnananda mi affidò a Simonetta, una donna italiana, la quale viveva nell’ashram e si occupava di un campo di lebbrosi. Simonetta ed io diventammo amici.

Facemmo delle belle passeggiate lungo il Gange: ci portavamo qualcosa da mangiare e arrivavamo in un punto dove un altro fiume confluiva in questo.

La bellezza della Madre Ganga è eccezionale; dall’irrequieto colore bianco spumeggiante passa al colore smeraldo per poi divenire in un altro punto di un verde intenso, calmo e profondo,e passare ancora ad un colore turchese.

Ne percepivamo il magico influsso.

In più occasioni ebbi modo di constatare il potere miracoloso di questo fiume.

Un giorno andai a vedere un Sadhu conosciuto con il nome: “Baba delle mucche”: appellativo che gli era stato attribuito perché dava da mangiare alle mucche che, numerose, vivevano libere intorno a Lui.

Il Santo dimorava in un antro scavato nella bianca sabbia, sulla sponda del Fiume dal lato opposto allo Sivananda ashram.

Entrai insieme ad una ragazza italiana, incontrata in quel medesimo momento, la quale pure era interessata a vedere il Sadhu.

Dentro questa cavità eravamo in quattro, seduti in terra, non ci sarebbe potuto entrare nessun altro. C’era il Santo, vestito di un unico pezzo di stoffa, una ragazza, credo fosse australiana, che faceva da interprete ed era devotissima a Lui, in quanto era stata guarita, per mezzo del Baba, da una grave malattia, la ragazza che era entrata con me ed io. Restammo a lungo in silenzio, poi gli chiedemmo dei consigli, quindi facendogli il Pronam ci congedammo.

Nel ritornare verso l’ashram, la giovane ragazza mi confessò che aveva fatto uso di droghe fino al giorno in cui, arrivata a Rishikesh, mentre faceva una passeggiata lungo il Gange, osservando il fiume scorrere, si mise a piangere disperatamente e alla fine si sentì come rinnovata. Leggera e purificata, da quel giorno non senti più il bisogno di sostanze droganti.

Una volta sperimentai sulla mia persona il potere taumaturgico del Gange. Ero a Benares ed avevo un bubbone molto doloroso nel collo. Dopo aver cercato invano in farmacia una pomata che lenisse il dolore, decisi di fare il bagno devozionale nel Gange, come ero solito allorché arrivavo in quella città.

Non appena mi immersi il dolore sparì ed anche il bubbone guarì.

Certamente l’acqua di tutti i fiumi è sacra ma il potere miracoloso gli deriva dalla santità delle grandi anime che la benedicono con la loro silenziosa realizzazione.

Molte altre volte andai a trovare il “Santo delle mucche”, da solo o con Simonetta. Era di una semplicità straordinaria: sembrava un bambino appena svezzato quando un’anziana devota indiana, con delicatezza, lo imboccava, poiché non prendeva cibo da solo.

Gli facevo molte domande spirituali, alle quali rispondeva sempre con molta pazienza, così come era paziente la discepola australiana che mi faceva da interprete.

Un giorno uno swami dello Sivananda Ashram gli chiese qualcosa in merito al Gayatri Mantra. Finita la conversazione, gli domandai se potevo recitare io il Gayatri, ma lui rispose: “No, non sei abbastanza puro per questo mantra.” Era la risposta giusta, anche se non piacevole da sentire. Passò un istante, poi guardandomi con infinita amorevolezza disse, come per addolcire la pillola: “Non sapresti pronunciarlo correttamente…”

Simonetta aveva due riferimenti spirituali: Swami Chidananda e Sri Krishnamurti.

Una volta mi chiese di accompagnarla a Delhi, dove, in una villa di una sua amica, i due santi si sarebbero privatamente incontrati.

Il primo giorno Krishnamurti tenne un discorso nel giardino della villa dinanzi a pochi presenti: era un vero Sat-sanga, durante il quale si potevano fare delle domande a cui egli rispondeva.

Il giorno seguente ci riunimmo di nuovo nello stesso giardino, ma quando il saggio stava per iniziare a parlare comparve Swami Chidananda, accompagnato da un Brahmachari, il quale porse a Krishnamurti un vassoio di frutta. Questi si guardò attorno, come se non sapesse cosa fare; poi una signora, probabilmente la proprietaria della casa, si avvicinò e prese il vassoio. Quindi i saggi sedettero a terra ed iniziò il Sat-sanga.

Era solo Krishnamurti a parlare, argomentando, come al solito, “apparentemente” contro le tradizioni ed i guru. Già altre due volte, negli anni ’70, avevo incontrato Krishnamurti a Roma, e tutte e due le volte avevo lasciato la sala a metà conferenza poiché trovavo i suoi discorsi in antitesi con le mie idee. Ero lontano dal poterlo capire. Infatti, come ho precisato, solo apparentemente i suoi discorsi contrastavano i tradizionali insegnamenti dell’India: in effetti l’obiettivo dei suoi strali erano i concetti che noi ci formiamo nella nostra mente.

Il suo insegnamento vuol fare “tabula rasa” delle opinioni e convinzioni che la società con i vari credi, religiosi e non, finisce per imporci. Tutti i suoi discorsi tendono a stimolare una indagine seria e senza pregiudizi.

Bellezza, purezza, conoscenza e profonda devozione per la Verità trasparivano in tutto il suo essere. Ricordo che, mentre parlava, accarezzava con la delicatezza che si ha verso un bimbo, il piede di Swami Chidananda.

Al termine del suo discorso diede la parola a Swamiji, che disse: “Non sono venuto per parlare, sono venuto per avere il Darshan di Maharaji. Quello che posso dire è che sono d’accordo con lui al centodieci per cento.”

Lasciammo la villa mentre i due saggi stavano conversando.

Due giorni dopo, sempre a Delhi, Sri Krishnamurti tenne un discorso pubblico a cui assistettero diverse centinaia di persone.

Nei giorni che seguirono, accompagnai Simonetta a fare delle spese, poi ritornammo a Rishikesh a bordo della sua macchina, una Fiat 1100 D.

Ai primi di novembre, in compagnia di un ragazzo italiano e di due coniugi indiani, andai alla serata di chiusura del “samyam saptah” 2, che si teneva nell’ashram di Ma a Kankal, alla sua presenza. Restammo tutta la notte.

A Rishikesh aspettavo, come da accordi presi precedentemente, la venuta di Swami Bidyananda.

Un giorno, passando al piccolo Kriya-yoga ashram di Swami Sadananda, al centro di Rishikesh, venni a sapere che Swamiji era arrivato. Un devoto indiano di Ranchi, Adhikari, lo aveva accompagnato prima a Kurukshetra, nel Bharat Sevashram Sangha, poi a Rishikesh.

Qui alloggiava in una piccola stanza, di due metri e mezzo per tre, che prendeva aria e luce da una piccolissima finestra ricavata in una parete. Un letto di legno ed una traballante brandina militare, un fornello a kerosene ed alcune pentole che Adhikari aveva portato da Ranchi, insieme ai pochi effetti personali di Swamiji ne formavano l’arredamento.

Lo stesso giorno Adhikari ritornò a casa ed io ne presi il posto al fianco dello swami.

I giorni seguenti trascorsero tranquillamente seguendo una medesima quotidiana routine che all’esterno poteva sembrare terribilmente monotona. Alle due del mattino Swamiji mi svegliava chiamandomi, con cautela mi sedevo sulla malferma brandina e subito iniziavamo la meditazione, che durava fino alle sette.

Poiché ero solito concludere in due ore le mie pratiche meditative, i primi giorni temevo di non riuscire né a rimanere seduto, né a riempire mentalmente il tempo rimanente. Pian piano la pesantezza scomparve: nuove preghiere, spazi di calma mentale accorciarono quella sensazione temporale, che esiste solo nella mente.

Dopo la meditazione c’era la toilette ed il bagno (con acqua fredda!), quindi preparavo un buon chai e con dei biscotti facevamo colazione. Riassettavo le cose usate e poi uscivo per comprare ciò che avrei cucinato per pranzo.

Swamiji restava seduto sul suo letto la maggior parte del tempo; solo dopo pranzo si concedeva un piccolo riposo. Verso le quattro prendevamo di nuovo un chai, meditavamo, preparavo una cena molto frugale ed infine, verso le dieci, ci coricavamo.

Qualche volta, nel pomeriggio, Swamiji riceveva dei visitatori, monaci o anche laici, che volevano conversare con lui o chiedergli consigli in materia spirituale; io allora preparavo immancabilmente del chai e due “mary-biscuit”.

Raramente uscivamo insieme fuori dall’ashram.

Una volta andammo ad Haridwar, nell’ashram di Swami Premanandaji, conosciuto come Mrityunjai-baba. Ci invitò a restare a pranzo: lui stesso preparò le verdure da cucinare, seduto a terra sopra una stuoia accanto a me. Chiesi al Sadhu se potevo aiutarlo. Mi guardò, rimase un attimo in silenzio, poi disse: “Va bene, ma guarda e fa come me.” Mi sovvennero, in quel momento, le parole di una rinunciante, mentre mi guardava usare una cazzuola, a proposito della sua Madre spirituale, la quale usava la cazzuola con la stessa cura e attenzione con cui faceva i tortellini. Guardai allora come faceva lui e provai ad imitarlo (non so se ci riuscii). Più tardi, vidi il Santo rimproverare a voce alta due suoi discepoli: “Siete qui e non avete molto da fare, ma in quel poco che fate dovete metterci tutto il vostro amore.”

Nel pomeriggio salutammo il Sadhu e ritornammo a Rishikesh.

Un’altra volta portai Swamiji a fare una passeggiata sulla sponda opposta del Gange. In quell’occasione andammo insieme dal “Santo delle mucche“ presso il quale alcuni devoti stavano facendo la Pada-pujia. Guardando il Santo, Swamiji disse che era come Swami Ramdas: la sua mente era sempre con Dio.

Restammo a Rishikesh un mese. A metà dicembre ci trasferimmo a Benares, nel piccolo ashram “Ramakrishna Sarada Math, dove Bramachari Girin, che era amico di Swamiji, ci assegnò una stanza, con la possibilità di fruire anche di un terrazzo comune. Quanto al cibo, così come a Rishikesh Swamiji doveva adattarsi a ciò che io preparavo.

Un giorno andammo a Dashaswamedh Ghat, poiché desiderava meditare in quel luogo. Un prete ci diede il permesso di stare sulla terrazza di fronte al tempio di Ganesha, dove restammo quattro ore. Poi scendemmo al sacro fiume e ci inchinammo alla Madre Ganga versandoci l’acqua sul nostro capo.

Qualche volta uscivo da solo, passeggiavo lungo il fiume, oppure visitavo il vicinissimo ashram di Madre Teresa, o ancora andavo da Giorgio, un sacerdote che trasferitosi a Benares per fare la tesi di laurea si era deciso a restarci. Aveva trovato lavoro nel palazzo del Maharaja, dove si recava quotidianamente attraversando il fiume a bordo di un barcone.

Mi raccontò che un giorno il Gange era in piena, la corrente era molto forte e stava creando notevoli difficoltà alla barca. I passeggeri erano impauriti, qualcuno si disperava. Ad un tratto una donna esclamò: “Non abbiate paura: il Gange è nostra Madre e non ci farà del male!” A queste parole tutti si calmarono. Il barcone approdò a riva ed i viaggiatori scesero sani e salvi.

Molto presto, al mattino, Giorgio andava a celebrare la messa nell’ashram delle “Piccole Sorelle” di Charles de Foucauld, posto in alto su di un Ghat, in un punto da cui è possibile osservare il sorgere del sole. Nel silenzio della celebrazione si percepiva allora la Comunione non solo con le creature ma con tutta la Creazione.

Giorgio vestiva con abiti indiani, sembrava un vero e proprio pandit. Custodiva con cura i suoi libri sacri, che teneva avvolti con della stoffa arancione.

Aveva una profonda conoscenza dei Purana e mi spiegò alcune cose relative al simbolismo indù.

Gli avevo detto, mentre era in compagnia con due suoi amici sacerdoti, che mi trovavo da Swamiji. Mi chiesero se potevano fargli visita. Ovviamente acconsentii: potevano venire quando volevano. Così un giorno li ospitammo; fecero molte domande a Swamiji ed egli rispondeva con grande gentilezza. Quando li accompagnai alla porta per salutarli, uno di essi mi confidò: “È la persona più dolce che abbia mai conosciuto.”

A Benares stavamo aspettando una lettera di Mrityunjai-baba, che nel precedente incontro aveva promesso di ospitarci in una tenda del suo accampamento alla imminente Khumba Mela.

La lettera arrivò ed il Sadhu ci annunciava che il campo era pronto. Raccogliemmo le nostre poche cose e partimmo per Prayag. 3

Anche questa volta non fu facile trovare l’accampamento che cercavo. Swamiji, ottantenne, non poteva camminare a lungo, così lo feci aspettare seduto a terra sulla bianca sabbia con i bagagli; sarei tornato solo dopo aver trovato il posto. Cercai dappertutto. Un poliziotto mi mandava da una parte, l’addetto alla locazione dei campi tenda mi indirizzava da un’altra parte. Chiesi per l’ennesima volta ad un ufficiale l’ubicazione del campo da me cercato: mi indicò un posto dove ero già stato, dicendo di seguirlo giacché si sarebbe diretto proprio in quei paraggi.

La stanchezza ed i precedenti insuccessi mi portavano a non confidare più sulle altrui indicazioni. Inaspettatamente, mi venne in mente un versetto del vangelo, che mi spinse ad avere ancora fiducia: “Se uno ti costringerà a fare un miglio, tu fanne con lui due.” Benedetta frase! L’Ufficiale aveva ragione ed io trovai il campo. Tornai a prendere Swamiji e finalmente potei riposare.

Questa volta alla Mela non dovevo preoccuparmi del cibo in quanto c’erano nel campo gli addetti alla cucina, il che mi concesse più libertà. Visitai la Mela in lungo ed in largo; nei giorni prescritti presi sempre il bagno nel sacro fiume; seguii le processioni in cui sfilavano, al seguito di elefanti e di carri, fiumane ordinate di sadhu, dai naga, agli swami dei vari ordini. Era uno spettacolo indescrivibile.

Non mi stancavo mai di ammirare i rituali di purificazione compiuti con attenta cura dai milioni di pellegrini (alcuni giorni se ne contavano anche 8 milioni): intere famiglie, giovani, vecchi, di ogni casta. Che grande fede!

In una tenda del campo militare incontrai Narayana Swami. Feci il pronam davanti alla sua figura esile, seduta alla maniera indiana sul letto di legno. Con un perfetto inglese mi domandò da quale paese venivo. Gli chiesi come avesse intrapreso il cammino spirituale. Gentilmente mi raccontò che era in battaglia – non ricordo contro chi – quando lui e i suoi soldati furono circondati dai nemici senza avere alcuna via di scampo. Ad un tratto gli apparve il Signore Narayana e tutti furono miracolosamente salvi. Da lì cominciò ad interessarsi di spiritualità. Incontrò il suo Guru all’età di 90 anni. Quando lo vidi aveva 135 anni e godeva di ottima salute. Viveva in un ashram sotto il Pindari Glacial, riportato anche nelle carte geografiche dell’Himalaya.

Non voleva né toccava mai denaro ed era accudito da alcuni discepoli. In seguito fui informato che aveva lasciato il suo corpo negli anni’90.

Mi inchinai ai vari Shankaracharya, i capi dei quattro monasteri a cui appartengono tutti gli ordini degli swami. Vidi sadhu che riuscivano a stare indefinitamente sotto i cocenti raggi del sole; sadhu che materializzavano vibhuti ed altro; fachiri che giacevano su rami spinosi o si trafiggevano le braccia con pugnali.

Molti sadhu swami che avevano fatto il voto del silenzio non parlavano e facevano dono della loro pacifica presenza. Altrettanto silenziosamente mi sedevo vicino o a rispettosa distanza, secondo il caso, cercando di meditare.

Feci visita anche ai numerosi swami che alla periferia della Mela, diversi chilometri dal nostro campo, avevano costruito con della paglia le loro piccole graziose dimore.

Tutti i giorni veniva nella nostra tenda Mr. Siddhinath Mishra, una persona molto devota, che discuteva con Swamiji di argomenti spirituali. Conosceva a memoria tutta la Bhagavad-gita. Un giorno ci invitò a casa sua, ad Allahabad, dove ci offrì un ottimo pranzo. Qui conobbi suo nipote, Vinod, che divenne mio amico e compagno durante l’intera permanenza a Prayag.

Visitai alcune volte Sri Mrityunjai, nella sua tenda. Rispondeva sempre con pazienza ed amorevolezza alle domande spirituali che gli ponevo. Mi sembra ancora di rivedere il suo viso calmo, serio, temperato da un impercettibile sorriso e pervaso da una indefinibile nostalgia.

Un giorno mi chiamò nella sua tenda, dove si trovava in compagnia di un sadhu il quale, come Sri Mrityunjai stesso poi mi confidò, lasciava la sua dimora nelle foreste nepalesi soltanto per la Khumba Mela. Mi inchinai dinanzi al saggio, che rimase in silenzio; ebbi l’impressione, con i suoi occhi calmi e profondi, che fosse l’incarnazione della serenità, scevro da ogni mancanza. Purtroppo Mrityunjai mi congedò e dovetti uscire.

Uno dei giorni propizi per fare il bagno nel Gange, stavamo percorrendo i circa due chilometri che separavano il nostro accampamento dal fiume, immersi in una enorme folla di pellegrini, quando con grande sorpresa ci trovammo di fronte ai due sacerdoti italiani, che erano venuti a trovare Swamiji a Benares, amici di Giorgio, i quali erano accompagnati da un sacerdote indiano. Swamiji li abbracciò gioiosamente. Erano giunti alla Mela quello stesso giorno e si sarebbero fermati solo alcune ore prima di tornare a Benares.

Verso la fine di gennaio, Swamiji ed io, dopo avere ringraziato Swami Premanandaji, partimmo per Benares. Qui ci fermammo un paio di settimane. Quindi ci trasferimmo a Purulia ed infine a Lakhampur. A Purulia Swamiji mi conferì il Brahmacharya, dandomi il nome di “Bhakti Binod”.

Nel 1984, su invito mio e di altri devoti, Swamiji, che aveva 82 anni, venne ad Assisi dove restò quattro mesi.

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