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Verso il Darshan (sulle orme di Paramahansa Yogananda)

di Bhakti Binod - capitolo 9

 

Almora

 

Benares fu sempre meta dei viaggi che intrapresi successivamente ogni paio d’anni. Vi incontravo Swami Nirvedananda, che nel frattempo aveva trovato il suo guru e si sentiva appagato, del quale però non mi volle mai parlare né rivelare il nome.

Con lui andavo in cerca di Santi sulla linea del Kriya Yoga, con l’intenzione di risalire alla “sorgente” del Kriya. Conobbi così Kashipati, figlio e discepolo di Bhupendra Nath Sanyal 1 ; Vidur Baba, dell’età di 114 anni, che era stato discepolo diretto di Sri Yukteswar e viveva in un villaggio sperduto nel West Bengala; Swami Suddhananda ed altri.

Nel 1990 Marco e Prita mi accompagnarono a Rishikesh. Dopo qualche giorno ci dividemmo: essi sarebbero rimasti un po’ prima di andare a Benares; io partii per Almora.

Nell’ashram di Anandamoyi Ma, in cui mi fu consentito di soggiornare in una stanzetta, feci amicizia con Lilayan, un giovane sadhu, che notai subito per il suo aspetto: il vestito bianco, i capelli lunghissimi, gli occhi neri e profondi. Praticava il Kriya e conosceva Swami Bidyananda, che aveva trascorso alcuni mesi di ritiro in questo eremitaggio.

Mi parlò del suo guru, che viveva a Calcutta, celibe, conducendo l’esistenza esteriore di un comune bengali. Ma era un vero Kriya Yogi. Se qualcuno gli chiedeva: “Che cos’è il Kriya?”, lui balbettava: “Il Kriya è… il Kriya è…” e poi cadeva in samadhi. Agiva con la stessa naturalezza di un bambino: se veniva invitato a pranzo, finito di mangiare prendeva il suo piatto e lo lavava. Quando Lilayan si rivolgeva a lui con l’appellativo di “Guruji”, rispondeva: “Perché vuoi tentarmi nell’orgoglio? Il Guru non è che Lahiri Mahasaya; io conosco appena un poco, e ti insegno quel poco”. Il suo nome era Yogacharya Bolonath Gosh.

Per una oscura intuizione capii che era lui il guru di Swami Nirvedananda: di ciò ebbi conferma in un successivo incontro con quest’ultimo. In seguito venni a conoscenza della sua fine terrena e di come avesse lasciato il corpo coscientemente.

Ad Almora meditai intensamente, favorito dalla tranquillità e dalla straordinaria bellezza del luogo. Da Kasar Devi si potevano ammirare le cime innevate dell’Himalaya; le fitte ed interminabili foreste conferivano alle passeggiate un fascino esplorativo; il cammino di tre chilometri per raggiungere il tempio di Jageswar attraverso un bosco di enormi cedri deodora impresse un ricordo che non si può cancellare. Furono giorni di stupore ineffabile.

Un sogno mi inquietò prima di lasciare Almora. Stavo tranquillamente su una barca con Swami Nirvedananda, quando ad un tratto cadevo nel fiume. Venivo trascinato dalla forte corrente, le onde mi travolgevano; riuscivo a galleggiare ma ero in balia delle acque gonfie e scure come dopo abbondanti piogge, del tutto impotente e con una sensazione assai spiacevole. Poi, altrettanto improvvisamente, un’onda mi respinse e mi trovai in salvo in una stretta e calma insenatura dove potevo osservare senza timore la corsa impetuosa del fiume. Compresi che non era un segno di buon auspicio: mi attendeva qualcosa di spiacevole. Rimasi in India altri due mesi, poi ritornai in Italia, ad Assisi.

Ricordo, in passato, leggendo un’autobiografia di una grande santa, come avevo sorriso orgogliosamente di fronte al timore di cadute sul piano sessuale, paventato dall’autrice, che aveva appena intrapreso il cammino spirituale. Io non avrei avuto ragione di avere un tale timore: era impossibile che potessi subire una caduta di questo genere.

Di lì a poco l’amico Subasio, compagno di tanti profondi pensieri, assisté al nascere, per uno spregiudicato porgere il fianco ad istinti che ritenevo soppressi, della relazione con una donna, che divenne subito travolgente ed in poco tempo mi imbrigliò come una rete e mi trasse in una profonda depressione.

Fortunatamente trovai forza sufficiente, a dispetto della disfatta dell’orgoglio per il tradimento a principi cardine, per chiedere ancora più incessantemente l’aiuto della Madre Divina. Come sempre, l’aiuto venne. Di lì a poco, nel maggio del 1993 incontrai la donna che ora è mia moglie. La relazione che iniziai con lei mi guarì dalle ferite della precedente esperienza, ma non era spiritualmente appagante. Ritrovai pienamente la mia serenità quando la mia compagna, nei primi mesi del 1994, vedendo il mio turbamento, mi propose la sua intenzione di continuare il rapporto in castità. Da quel momento lei si considerò una Brahmacharini e la nostra relazione si trasformò in quella tra madre e figlio. Il sogno fatto ad Almora ebbe il suo compimento.

Compresi in seguito, con l’aiuto della Madre Divina, che quelle forze istintive, di per sé necessarie alla conservazione stessa del genere umano, possono essere dominate soltanto attraverso la luce della conoscenza. Esse sono profondamente radicate in noi: dotate di un tremendo potere esse sono i nostri genitori. Ad esse si riferisce Cristo quando dice: “Chi ama il padre e la madre più di me non è degno di me.” Certamente non può riferirsi ai nostri genitori naturali, giacché altrove dice: “Ama i tuoi nemici”. Finché tali forze ci condizionano non possiamo essere liberi, e senza libertà come potrebbe esserci quella pace e felicità a cui tutti noi più o meno consapevolmente aspiriamo?

La conoscenza è la sola arma in grado di eliminare per sempre l’ignoranza, che è l’origine di tutti i nostri problemi.

Nel 1996 partimmo insieme per l’India. La condussi in tutti i luoghi legati a Yogananda: Calcutta, Serampore, Benares, Raniket, Dwarahat.

Qui, dall’ashram dello Yogoda Satsanga ove eravamo alloggiati, un giorno in compagnia di una signora indiana e di un ragazzo tedesco salimmo sulla montagna “Pantakuli”, la stessa in cui si trova la grotta dell’incontro fra Lahiri Mahasaya e Mahavatar Babaji. Nel tempio situato sulla cima un giovane swami iniziò l’arati e noi assistemmo incantati alla armoniosa bellezza del suo canto. Dopo il rito, ci accolse nella sua semplicissima stanza, colloquiò con noi, grazie alla traduzione della signora indiana, e ci raccontò la sua storia.

Era un militare ed era salito sulla montagna per avere il Darshan del Santo che vi dimorava. Diverse persone erano arrivate ad ascoltare il sat-sanga del Sadhu, che era un Bolanath, e tutte erano sedute a terra alla maniera indiana. Il Sadhu disse queste parole: “Non appena troverò chi può portare avanti il mio lavoro, lascerò il mio corpo.” Seguirono alcuni istanti di silenzio, quindi si alzò, si avvicinò al militare e si sedette sulle sue braccia, poi esclamò: “Tu sei adatto!” Dopodiché entrò in Mahasamadhi. Il militare rassegnò le dimissioni e divenne swami.

Gli chiesi di cantare nuovamente il canto dell’Arati: egli cantò accompagnandosi con l’armonium. All’imbrunire ci avviammo sulla strada per il ritorno. Per un tratto lo Swami ci accompagnò e Christian, il ragazzo tedesco, gli chiese di cantare un’altra volta. Dopo averci pensato un attimo, disse: “Va bene, ma non canterò per voi, canterò per l’Himalaya.”

Cantò ancora una volta, poi ci salutammo. Egli tornò al suo kutir, noi verso valle ed a passo veloce perché a quella altezza faceva molto freddo.

 

Provo a tradurre il significato del canto:

 

Con la Sua naturale armonica grandezza,

la cui altezza è la fronte del signore Hari2

e l’oceano il Suo piede,

Paese con diversi paesi,

con varie lingue dal dolce linguaggio,

con diversi vestiti dai multiformi colori e diverse religioni,

confluenza di molti fiumi,

ricco di minerali e di erbe medicinali,

amico e protettore di tutti,

TU SEI BHARAT 3,

sempre degno di Amore e di onore.

Le cui cime dei monti ricoperte di ghiaccio sono dei Yantra,

le cui donne sono stabili nel Darma,

la cui terra è pura,

la cui sola religione è la Verità,

colui che spiega il segreto della Vita,

TU SEI BHARAT.

Tu mi proteggi sempre.

 

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