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La Malattia cronica rivista tra concetti e spiritualità, un cammino verso la guarigione interiore.

Paola - settembre 2007

Malattia
Nel mio percorso spirituale, scioccamente, ho cercato di sorvolare su un nodo fondamentale: “la Malattia”.
Il tragitto di per sé impervio e doloroso incontrava sempre uno scoglio da superare ma, da furbetta quale ero cercavo di tralasciare, così mi ritrovavo sempre a rifare lo stesso tragitto. Giravo in tondo avvolta dal dolore. Non che non volessi affrontare quell’ostacolo, ma era un problema rimosso, nascosto da una volontà ferrea di essere uguale agli altri. Dovevo scovarlo per capire o per iniziare a capire. Finché un giorno l’ho incontrato questo mostro era lì e mi guardava con occhi di fuoco, rideva di me e mi diceva “cara mia prova a passare di qui se ci riesci” “non andrai da nessuna parte se non passi attraverso i miei occhi, dovrai bruciare tra le mie fiamme”. Aprire la porta e permettere alla mente il suo gioco crudele, questo dovevo fare, far vedere alla mente tutti i tabù che vedevo negli occhi della gente, ed erano i miei tabù, ero ciò che vedevano gli altri: una disabile. Dovevo vedere il mio profondo senso di colpa per aver tradito le aspettative dei miei genitori. La mente deve conoscere per dimenticare.

 

Incontro
Per la prima volta vedevo “la Malattia” e vedevo i condizionamenti a cui mi sottoponevo per non vederla. Una miscela di follia, disperata cercavo aiuto, ma non c’era nessuno, anche se potevo contare sull’ascolto, attento e sensibile del mio Maestro, l’aiuto dovevo trovarlo dentro di me …mi sentivo impotente, svuotata... “Camici bianchi su di me, fitte dolorose alla schiena, sudore gelido nella pelle, il battito cardiaco ai limiti, un fortissimo mal di testa, sguardi di sofferenza, pianti… poi il silenzio…” Una leggera brezza entrava nella stanza. Non ero in un ospedale, ero a casa, avevo rivissuto quel momento terribile… Ho guardato le mie gambe erano sempre loro, gambe da bambolina di pezza, le accarezzavo per la prima volta, sentivo per loro una profonda compassione che in un caldo abbraccio, avvolgeva il corpo. Un’esperienza di grande intensità.

 

Accettazione
Poi ripresi il mio percorso, ma sempre ritornava un certo disagio e sempre ritornavo indietro, pian piano dentro s’insinuava il dubbio, risentivo la vocina impietosa che ridacchiando diceva “credevi di essere guarita? guardati sei sempre più brutta, hai visto che nessuno osa guardarti negli occhi?” Tornava ancora più forte il disagio. Avevo ancora una volta dimenticato qualcosa.

 

Seppellire la Malattia
Una notte mi sono svegliata e mi sono seduta sul letto, un grande vuoto mi avvolgeva c’ero senza esserci, mi accarezzavo le gambe in un massaggio ossessivo ma dolce, partivo dai polpacci fino alle ginocchia… una sensazione bellissima naturalmente concettualizzo ciò che, invece, era intima sensazione. Mi trovavo in un luogo lontano, sabbioso e il massaggio era uno scavo leggero nella sabbia per seppellire le mie gambe. Una pace profonda mi avvolgeva. Avevo chiuso con quel dolore, finalmente ero libera dalla mia malattia, avevo seppellito le gambe e con loro il dolore. Ma non ci si libera di ciò che siamo, avevo completamente sbagliato ancora, era un mio desiderio profondo liberarmene, ma non era possibile, potevo convivere, potevo accettare, ma non liberarmene.

 

Rito liberatorio
Poche sere fa è accaduto un fatto particolare… dopo tante ricerche, analisi, ero svuotata, stanca, non mi interessava nulla della Malattia, non c’era pensiero, silenziosa osservavo il buio e lei arrivò, forza potente, l’accoglievo con una gioia profonda, la sentivo avvolgermi e chinarsi sui miei occhi, non opponevo resistenza, non era un essere cattivo era energia, pura energia, ne sentivo la forza d’amore, sentivo il cuore leggero, il corpo privo di peso, ero un  fiore bianco in dono a quella forza. Era un rito d’amore, mi donavo a lei, lei mi dava  gioia.
So che questa gioia è fissata a quei giorni, a quando, piccola, mi ero ammalata gravemente, per un attimo ero morta e poi ritornata, quell’ energia è un richiamo potente che fa parte dell’illusione, del ricordo, ma  solo oggi la riconosco. Ora so che è sempre stata con me, ma avevo rancore, rabbia, perché lei si è fatta sentire, ma mi aveva abbandonata, non mi aveva portata con se. Questo pensava la mente, quando era lei che l’aveva allontanata.

 

Conclusione
Il dolore è fisico, la mente s’identifica e traccia un solco, uscirne non è facile ci si inciampa sempre lì in quel solco. Far finta di non vedere è una tecnica di autodifesa, ma la mente anche se distratta aggiusta il suo tiro, accentua la sua rabbia, la sua dipendenza dal dolore, la sua durezza. La mente è un bimbo capriccioso: “guarda cosa ti hanno fatto, nessuno ti ama, sei sfortunata, sei brutta… il corpo risponde con ruvidità, le labbra si assottigliano, gli occhi perdono la loro serenità s’incupiscono, il linguaggio diventa caustico, ribelle, difensivo, violento” L’anima viene allontanata, le si impedisce di farsi sentire… ma poi qualcosa accade sempre ed inizia quel viaggio… Lo spirito permette d’incontrare quel dolore, vuole incontrarlo, vuole guardarlo e pian piano cresce dentro la consapevolezza che tu non sei quel dolore. Questa è la via della guarigione. Una guarigione interiore che si conclude quando possiamo celebrare il dolore. Il rito di offerta di sé è il rito di abbandono di ogni riserva, di ogni motivazione, non è solo accettazione anche se passa attraverso l’accettazione, questo è solo un passo. Bisogna vivere il dolore attraverso il vuoto della propria mente, bisogna fare spazio per vedere la sua grandezza, la sua potente forma d’amore. Quell’energia che un’illusione ammalata ha sedimentato, indurito… allora si comprende, s’intravede la fonte originaria e non fa più paura. Bisogna superare il senso di colpa, rendersi conto che nulla può scalfire la nostra innocenza ritrovarla è pace, è guarigione.

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