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Esperienze di vita

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La meditazione come via immanente alla conoscenza di sé

di Andrea Bertuccioli

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Mi chiedo perciò “Quo vadis humanitas”? Dove ti stai dirigendo genere umano?
Penso che solo un risveglio dal sonno profondo della consapevolezza e una riscoperta effettiva del senso di responsabilità verso sé stessi, la vita e  l’ambiente che ci circonda, la natura di cui pure siamo parte, potranno un giorno consentire al genere umano, in preda a una sorta di ipnosi collettiva, di ritrovare la strada che porta alla conoscenza di sé stessi e quindi alla risoluzione graduale di molti dei  mali sociali e ambientali che l’affliggono, i  quali a ben vedere non sono che sintomi ed effetti visibili, epifenomeni, del male più profondo che l’attanaglia:
l’oblio di sé, del proprio vero sé interiore.
La riscoperta del , della vera essenza dell’umano non può che passare attraverso l’esercizio  quotidiano della meditazione come via empirica, non-teorica alla conoscenza di sé.
Meditare significa immergersi gradualmente e lucidamente nelle profondità del proprio sé, per sondarne l’estensione e i limiti e permanervi in uno stato di massima attenzione priva di riflessione cioè di attività dei pensieri e sentimenti, indugiando nella pura e neutra osservazione dei propri stati e moti interiori senza giudicarli, rifiutarli o condannarli.
L’esercizio della meditazione distende, decontrae, disaccannisce, placa, soavizza l’io, ne relativizza la portata e l’influenza e rende perciò in definitiva meno aggressivi, meno superbi, supponenti, arroganti, presuntuosi, ha un effetto armonizzante.
Per conoscere sé stessi sono sufficienti forme semplici, nei primi tempi anche brevi, ma tanto più efficaci di meditazione, ossia forme non illusorie, non  trascendenti, religiose o mistiche. Efficacia e semplicità vanno di pari passo, la pratica meditativa non conosce astrusità cerebrali, complicazioni intellettuali, arrampicature su specchi concettuali, contorsionismi verbali.
L’atteggiamento filosofico - intellettuale è invece il più della volte bastato, per sua stessa natura, sulla volontà (egoica) di possesso e di affermazione di tutte le frasi, le parole e i concetti essenziali e significativi sul mondo e sulla vita. La meditazione al contrario è esperienza diretta, non-verbale, immediata, percettiva, di sé e del mondo e della vita, quindi di ciò che è altamente significativo (non dei significati), in quanto percezione sottile e continua; è distacco dell’io per entrare in possesso (nella sfera di influenza) di sé.
La meditazione non è un discorso, una sequenza di parole, di pensieri e concetti, una narrazione su di sé e sul mondo, per cui la filosofia può al limite parlarne, può criticarla, ma non può esserla, esperirla, farne esperienza.
Un altro equivoco sulla esperienza meditativa è che debba essere basata sulla fede, sulla trascendenza, su una visione del mondo mistico-religiosa e rivelata o sulla religione come sistema organizzato di credenze, ma anche sul soprannaturale e soprasensibile, ossia sulla fede in al di là rivelati o piani trascendenti.
L’esperienza meditativa è al contrario una modalità dell’esperienza umana che non esige nessun credo, nessuna fede o religiosità, nessun dogma, quindi è qualcosa di inattingibile ed inesperibile per una mente strettamente religiosa, dogmatica, ma lo è anche, seppur in misura diversa, per una mente puramente filosofica e concettuale, che infatti la confonde e la identifica il più delle volte (quasi sempre) con la riflessione e la contemplazione.
Una mente filosofica o religiosa può tutt’al più farne oggetto di discorso, di riflessione o di fede, ma non di esperienza, perché il farne esperienza presuppone l’abbandono e supermento dei concetti, delle parole, delle significazioni e delle rappresentazioni, per introdursi alla dimensione della pura e assoluta presenza, della pura e incondizionata percezione e osservazione, che costituisce uno stato dell’essere altro, una dimensione interiore altra  rispetto al comune stato mentale di tipo riflessivo, discorsivo, dialogico.
La conoscenza di sé richiede certamente tempo, volontà, motivazione, spirito di ricerca, curiosità, assenza di pregiudizi, magnanimità, nobiltà e purezza d’animo, tolleranza (verso sé stessi e gli altri) pazienza, rispetto, equilibrio, modestia, accettazione e stima di sé, tutti valori che nella società del tutto e subito, dell’usa e getta sembrano non trovare più posto.
Come hanno insegnato i sapienti e i saggi di tutte le  epoche e culture, conoscersi è opera di una vita intera, è il compito più alto e nobile che un essere umano si possa assegnare.
Si tratta di quell’opera o attività esistenziale che in altri termini Jung chiamava individuazione e integrazione della personalità che consiste nell’integrare il nostro io, la nostra personalità esteriore, superficiale, con le istanze del nostro sé profondo, della nostra consapevolezza, cioè diventare veramente noi stessi, diventare in realtà ciò che siamo in potenza, ciò che potremmo essere, ma ancora non siamo.
Da questo punto di vista, è vano cercare appigli, stampelle fuori di sé, se non si è capaci di essere di sostegno a sé stessi. Un detto zen suona infatti  “Se incontri un Buddha, il maestro, per la strada, uccidilo”, che nella logica paradossale, sovversiva della percezione ordinaria delle cose tipica del buddismo zen non significa nient’altro che è vano cercare maestri e illuminati fuori di sé, se non si è in grado di essere maestri a sé stessi.
Nonostante tutto nell’epoca attuale molte più persone di quanto non si pensi, avrebbero la possibilità e le capacità di essere i maestri di sé stessi, ossia di imboccare un percorso di conoscenza di sé stessi che conduca al controllo sempre più completo dei propri pensieri e sentimenti, al padroneggiamento di sé, al dominio sulle proprie emozioni negative e degenerate e in definitiva ad una  evoluzione della propria consapevolezza.
La consapevolezza come presenza a sé stessi nel senso di una profonda e autentica autocomprensione e autoconoscenza , identità o identificazione con la parte più profonda di Sé se stessi,  non va confusa con la coscienza, come senso morale,  percezione del bene e del male.
La consapevolezza è la chiave per accedere al mondo interiore, in quanto rappresenta  ben più che un termine, una realtà per noi ancora tutta da esplorare, un universo in gran parte oscuro da illuminare, rettificando e orientando in modo appropriato i nostri pensieri e sentimenti.
Consapevolezza è un edificio interiore a più strati, da quelli più superficiali ossia la personalità esteriore quella che ci serve per intrattenere rapporti sociali, per interagire con gli altri, detta anche ego, al subconscio in cui sono depositati paure, aspirazioni, pulsioni,  alle varie forme di inconscio, alla consapevolezza centrale e le varie forme specifiche, per esempio quella sensoriale, quella verbale, quella numerica, matematica, artistica, musicale.
Questa consapevolezza di sé, del proprio vero sé può essere risvegliata dal torpore in cui versa abitualmente, attraverso la costante pratica meditativa, fino ad attingere la dimensione cosmica - creazionale del suo esserci, del suo essere parte di un tutto, di una “rete” universale di forme di consapevolezza, quello che Jung chiamava l’inconscio collettivo.
La consapevolezza individuale è infatti legata nella sua radice spirituale profonda alla consapevolezza collettiva che non è la pura somma di quelle individuali; è così che l’esperienza soggettiva individuale può acquisire una portata e un significato universale, il ché non significa trascendente, perché la consapevolezza non trascende alcunché, ma permanendo nella pura attenzione verso di sé, realizza, intuisce il suo legame ineffabile col tutto, con le altre esistenze consapevoli e con la forza, energia creante che tutto permea di vita, elementi questi che non possono essere colti dal pensiero discorsivo, verbale, analitico, dal consueto e incessante dialogo e bisbiglio  interiore dei pensieri, ma solo dalla sguardo profondo del sé.
Lo stesso Guénon ne “La crisi del mondo moderno” affermava:

 

“In Occidente esiste oggi un numero di persone, più grande di quel che si creda, le quali cominciano a prender conoscenza di quel che manca alla loro civiltà: se esse restano in vaghe aspirazioni e in ricerche troppo spesso sterili, se accade perfino che esse smarriscano definitivamente la via, ciò avviene per il loro mancare di dati reali, che nulla potrebbe sostituire…”

 

Quel che manca alla loro civiltà: la sapienza del sé, la saggezza come forma di conoscenza di sé. Questa mancanza produce uno scarto, un divario sempre crescente rispetto ai ritmi vertiginosi del progresso tecnico.
Il divario tra il livello di evoluzione della tecnica e quello della consapevolezza è stato oggetto di uno studio approfondito da parte del filosofo austriaco Guenter Anders, culminato in due mirabili opere dal titolo “L’uomo è antiquato: considerazioni sull’anima nella seconda rivoluzione industriale”.
Il tema centrale del lavoro di Anders è quello della vergogna prometeica ossia la percezione sempre più diffusa, soprattutto nelle società avanzate, del dislivello, del non-allineamento o non-sincronicità tra il grado di consapevolezza degli esseri umani e le loro conquiste tecniche, i loro prodotti tecnologici e materiali.

 

“Oggigiorno possiamo senz’altro progettare la distruzione completa di una grande città ed effettuarla con i nostri mezzi di distruzione. Ma immaginare questo effetto, afferrarlo, lo possiamo soltanto in modo del tutto inadeguato. E tuttavia quel poco che siamo in grado di immaginare: il quadro confuso di fumo, sangue e rovine è ancor sempre molto se lo confrontiamo con la minima quantità di ciò che siamo capaci di sentire o di cui siamo capaci di sentirci responsabili al pensiero di una  città distrutta”.

 

In particolare Anders si soffermò (ricordiamo che il libro fu pubblicato negli anni 60) sulle sempre maggiore pervasività e capacità di manipolazione e penetrazione delle coscienze dei messaggi mass mediatici, radio televisivi che a suo dire assillano e assediano la nostra mente con simulacri di immagini o immagini-fantasma, irreali, che ci rendono sempre più passivi, dipendenti, maniaci compulsivi, sempre più incapaci di pensare e agire in piana autonomia.
Tuttavia qualcosa di inedito sta accadendo, per lo più nell’indifferenza generale: tradizioni assai antiche, come le pratiche meditative buddiste si stanno incontrando con le punte più avanzate di carattere interdisciplinare della moderna ricerca scientifica.
Da qualche tempo infatti equipe di neurofisiologi, biologi, epistemologi, psicologi clinici sono all’opera per studiare gli effetti della meditazione profonda sul cervello, sulle onde cerebrali, ma anche sulla fisiologia generale del corpo.
Il testo che da questo punto di vista ha fatto scuola e aperto la strada agli studi interdisciplinari sulla meditazione e la conoscenza di sé è stato “La via di mezzo della conoscenza” di F. Varela, Thompson, Rosch, (tre autori provenienti da ambiti disciplinari diversi) che ha aperto nuove importanti prospettive di superamento delle classiche concezioni riduzionistiche della mente e della consapevolezza.
L’approccio di tipo riduzionista (per il quale in sostanza la mente non è che un ammasso di neuroni), tipico di una parte preponderante delle neuroscienze, della filosofia della mente e delle scienze cognitive e la difficoltà enorme che queste discipline incontrano nel tentativo di spiegare e rendere conto della consapevolezza, della percezione e dell’esperienza della realtà da parte del Sé, è esemplificato efficacemente nel testo citato dalla seguente citazione di una celebre espressione del filosofo Dennett:

 

"Entri dal cervello attraverso l’occhio, risali lungo il nervo ottico, giri e rigiri sulla corteccia, cercando dietro a ogni neurone, e prima di rendertene conto emergi alla luce del giorno sulla punta di un impulso nervoso motorio, grattandoti la testa e domandandoti dove sia il Sé" (Dennett, 1984 cit. in Varela, Thompson, Rosch 1991)

 

Varela, scomparso prematuramente, Maturana e altri neurobiologi ed epistemologi hanno tentato in anni recenti di sviluppare un approccio innovativo, complesso e articolato al problema della coscienza/consapevolezza, cercando di dotare le scienze cognitive di nuovi  modelli  teorici e strumenti pratici che le consentano di superare la ristretta  visione dualistica dominante mente – corpo, aprendo ad una concezione dinamica, relazionale dei processi consapevoli dell’esperienza che pone l’accento sulla interdipendenza, sui feed-back tra mente e ambiente esterno.
Le scienze cognitive classiche si basano infatti su un approccio meccanico che sottende un modello causale-lineare descritto dal processo: sensazione/input, elaborazione  output/risposta. I sistemi dinamici al contrario sono caratterizzati da una interazione circolare in cui ogni elemento agisce sul successivo, finché, come nella chiusura di un cerchio, l’ultimo elemento ritrasmette l’effetto al primo. Questi legami non lineari sono chiamati: "anelli di retroazione".
Varela sosteneva che “Negare la verità della nostra propria esperienza nello studio scientifico di noi stessi non è solo insoddisfacente, bensì dissolve l’argomento stesso che ci proponiamo di studiare”, ossia il fatto che esistono corpi/mente che fanno esperienza concreta della realtà.
Egli parlava della meditazione come di una vera e propria tecnica dell’esperienza di sé che potrebbe avere un impatto enorme sia sulla medicina moderna che sulle pratiche psicoterapeutiche.
In un recente e ponderoso studio dal titolo “Zen and the Brain” il neurofisologo J. Austin giunge alla sorprendete conclusione, dopo aver analizzato scientificamente le variazioni delle strutture e dei processi cognitivi di alcuni praticanti la meditazione zen, che “quegli stati di chiarezza e limpidezza della consapevolezza detti nello zen “satori” corrispondono in termini cognitivi, nel linguaggio delle neuroscienze a una sorta di riavvio (re-boot) del cervello che produce un dissolvimento delle strutture mentali abituali, consolidate (in particolare delle strutture centrate sugli input io/me/mio) e ne ricostituisce altre molto più elastiche, duttili e ricettive.
Per effetto di queste ricerche di frontiera la scienza si è andata gradualmente risvegliando e avvicinando a una tematica che, fino a poco tempo fa, sembrava ‘non-scientifica’: lo studio della consapevolezza e della meditazione da parte della scienza stessa.
Eccoci dunque giunti al luogo d’incontro tra una tecnica di conoscenza di sé antica come il mondo, la meditazione, probabilmente praticata in estremo oriente in tempi ben anteriori alla stessa diffusione del buddismo e la scienza moderna.
Infatti negli attuali esperimenti che si servono dell’imaging del cervello per studiare i sostrati neurali delle emozioni e dell’attenzione, i dati empirici non sono correttamente interpretabili se non prendendo in considerazione descrizioni raffinate dell’esperienza interna.
Il canale culturale franco-tedesco ARTE ha mostrato di recente un documentario sugli studi effettuati da un’equipe di neurofisiologi americani ed europei, iniziati nei primi anni 90 su impulso dello stesso Varela su alcuni monaci buddisti tibetani mentre praticano una forma di meditazione chiamata “Presenza vigile”. Affascinati dalle loro capacità di ottenere in brevissimo tempo stati di concentrazione profonda, intensa  e imperturbabile e di  regolare costantemente i loro stati emotivi anche nelle situazioni più spiacevoli e anche quando erano soggetti a stimoli visivi, immagini crude, rivoltanti, ripugnanti o drammatiche, i neuroscienziati hanno sottoposto i monaci a test prolungati e a misurazioni ripetute nel tempo delle loro attività mentali con l’ausilio delle più sofisticate tecniche di indagine cerebrale. L’obiettivo dello studio era capire se e come la meditazione possa influire sulla plasticità del cervello, ossia sulla sua capacità di adattamento alla realtà e quale rapporto si instaura tra la mente e il corpo durante il processo meditativo.
Scanner ed elettrodi sono stati così posti in modo sistematico al servizio di un tentativo di comprensione di uno degli stati mentali più enigmatici e profondi del nostro essere, la meditazione: un territorio, per ammissione di quegli stessi neurofisiologi ancora largamente inesplorato.
Si è potuto così scoprire che attraverso l’attivazione durante la meditazione di uno stato mentale che i buddisti chiamano di presenza vigile e consapevole si formano connessioni neuronali specifiche in una zona della corteccia, che non si formano affatto in persone che non attivano quegli stati mentali tipici (caratteristici) di coloro che praticano la meditazione.
E’ la prova che il pensiero, la mente può influenzare la materia, in questo caso la materia cerebrale e le connessioni neuronali.

 

     Andrea Bertuccioli

 

Note sull’autore:

Libero pensatore, filosofo dedito da anni all’esplorazione indipendente dell’universo interiore, è alla ricerca di persone interessate a condividere esperienze e conoscenze in questo campo ed eventualmente a formare un gruppo di discussione reale e non virtuale su questi temi.
Il sottoscritto è infatti convinto che in questa società dominata da materialismo, superficialità, forme divertimento vuote e banali, emerga sempre più l’esigenza di comprendere le leggi dell’anima e dell’interiorità profonda, prescindendo da logiche accademiche, specialistiche, libresche e settoriali, ma attraverso uno sguardo e un approccio che metta al centro innanzitutto l’esperienza individuale soggettiva come fonte indispensabile di conoscenze e di arricchimento interiore.
Riscoprire l’arte della conversazione e dello stare insieme non subordinati ad altre finalità, se non alla pura curiosità per l’universo di esperienze  e conoscenze dell’altro, al desiderio di comunicare e ascoltare, scambiarsi e idee e opinioni sulle reciproche percezioni di sé e del mondo, sarebbe fatto assai desiderabile, in questo tempo in cui i nuovi strumenti di comunicazione, ma anche le strutture sociali in genere tendono ad isolare sempre più le persone, a rinchiuderle nel proprio guscio e a non offrire loro il necessario nutrimento e gli stimoli utili per lo sviluppo della propria consapevolezza.

Se tutto questo ha per voi un senso e avvertite anche voi la stessa necessità e urgenza di scambio, confronto e ascolto  contattatemi: bertandrea@alice.it

 

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