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Il Niger come spazio di transito e di futuro

Di Mauro Armanino - agosto 2014



Mauro Armanino Volontario in Costa d’Avorio, sostitutivo del servizio militare. Poi ordinato prete missionario presso la Società delle Missioni Africane di Genova. E' stato cappellano dei giovani in Costa d’Avorio fino al 1990. Dopo alcuni anni a Cordoba in Argentina è partito in Liberia per sette anni. Ha conosciuto la guerra e i campi di rifugiati. Al ritorno da questa esperienza è rimasto in centro storico a Genova coi migranti e ha operato come volontario nel carcere di Marassi per gli stranieri di origine africana. Da oltre due anni si trova in Niger per un servizio ai migranti e nella formazione.

Sono stati pubblicati alcuni suoi libri dalla EMI, l’editrice missionaria "Isabelle", "5 nomi per dire Liberia", "La storia si fa coi piedi". Con l’editrice Gammarò di Sestri Levante è uscito nel 2013 il libro-tesi: "La storia perduta e ritrovata dei migranti".

Il suo blog: www.ilfattoquotidiano.it/blog/marmanino/

 

 

Il Niger come spazio di transito e di futuro

 

Mappature preventive
I migranti e le mercanzie passano da qui. Il Niger è uno spazio di transito. Proprio come il Sahel nella sua illimitata fragilità. Insieme al Sahara fanno 8,5 milioni di kmq. Attraversa l'Africa dall'Atlantico al Mar Rosso. Oceano e sponda. Mare e riva non solo virtuale. L'Assemblea Nazionale francese aveva votato una legge nel 1957 che creava uno spazio comune per le regioni del Sahel. Avrebbe dovuto comprendere porzioni di Algeria, Mauritania, Mali, Niger et Tchad. Già dal 1875 si pensava alla creazione di una ferrovia che sarebbe stata funzionale al trasporto delle materie prime alla metropoli. Dal 1953 si era arrivati alla mappatura delle principali risorse dello spazio Sahara-Saheliano. L'ufficio di ricerca aveva concluso lo studio confermando l'esistenza di giacimenti di petrolio. Il giornale 'Le Monde' del 23 luglio del 1957 pubblicava la cifra di 6/7 tonnellate di produzione annua di petrolio. La Francia  aveva già scelto il luogo in Borgogna per la raffineria. In prospettiva la Francia sarebbe diventata la terza potenza energetica mondiale. Ma altre risorse strategiche erano nella mappatura. L'uranio, lo zinco, lo stagno, il gas, il ferro, il carbone, i fosfati, il sale e il manganese. Soprattutto una delle più importanti riserve d'acqua del mondo. Viene citato il 'mare di Savornin' con i suoi 800.000 Kmq e 50 milioni di metri cubi e il bacino di Kattara, con 3 miliardi di metri cubi. La falda più importante va dalla Mauritania alla Somalia passando dal Mali, L'Algeria, la Libia, il Niger, il Tchad, il Sudan e l'Etiopia. Il progetto di sfruttamento poi fallì a causa delle 'accelerazioni' della storia soprattutto con la stagione delle indipendenze attorno agli anni '60. La concessione forzata di queste ultime si effettuò assieme a germi di divisione tra le varie comunità dello spazio saheliano.

 

Divide et impera
Dividere per regnare è un adagio che continua a funzionare in politica e in economia. Nel caso del Mali e del Niger la Francia insinuò che per le comunità 'bianche' sarebbe stato inaccettabile essere governate da popolazioni nere e barbare. E il mito dell'uomo 'blu del deserto' prese terreno e con lui le varie ribellioni tuareg nel Mali e nel Niger. Con ogni probabilità la Francia non era semplicemente spettatrice degli eventi. L’ultimo conflitto armato nel Niger e nel Mali, entrambi con rivendicazioni identitarie e di altra natura lo confermano. L’eliminazione anche fisica di Gheddafi e del suo regime ha contribuito a destabilizzare ulteriormente l’area. Le armi, i mercenari, i tuareg, i trafficanti di droga e di persone hanno trovato uno spazio propizio per accomodare gli interessi. L’ultima ribellione nel Mali ha visto coinvolti altri gruppi. Le connessioni algerine, francese, cinesi, americane, del Golfo Persico sono da leggere in termini geopolitici. Anche la religione entra come pretesto nel grande circo del potere. Le sigle si rincorrono e mutano nello spazio e nel tempo. Il Movimento Nigerino per la Giustizia, il Mnla, Aqmi, Ansar-Eddine, Mujao e altri gruppi che troveranno spazio e sponsor per i propri interessi.

 

Venduti e abbandonati dai politici
Passano da Agadez, da Arlit, da Dirkou, da Zinder e da Niamey. Sono migliaia i migranti che transitano per raggiungere l’Africa del nord. La maggior parte di loro verso la Libia per motivi di lavoro. Una minoranza per passare dall’altra riva. E nel mezzo il Sahara, il più grande deserto del mondo. Mohammed dalla Sierra Leone che esporta i diamanti dappertutto nel mondo. Moussa che vorrebbe tornare nel Senegal assieme a Youssouf. Di nome Giuseppe che era stato venduto dai suoi fratelli e abbandonato al suo destino per trenta denari. Poi aveva fatto fortuna e salvato i fratelli che lo avevano venduto. Ibrahim conta di fare come Abramo e ritrovare  la terra che non gli era stata promessa. La Gambia è un paese invisibile circondato dal nulla. Se ne parla quando il presidente decide di condannare a morte qualcuno. Se torna vuole che nessuno lo sappia. Anche le istituzioni temono la follia del presidente. Lo stesso dice Mamadou che vorrebbe rivedere sua madre che pure lo spingeva a partire per fare fortuna in Italia. In Libia li hanno arrestati tutti e chi a Sabha e chi a Tripoli hanno dimenticato perché erano partiti. Lo stesso dicono Jacques et Lamine. Tra i due inferni preferiscono quello da cui sono scappati alcuni mesi fa. Almeno lo conoscono di nome.

 

Cantieri di demolizione
Il Niger è uno spazio aperto ai colpi di stato che si sono succeduti con ostinata regolarità.
La prima Repubblica sarà brutalmente interrotta con un colpo di stato nel 1974 ad opera del generale Seyni Kountché morto per malattia in Francia nel 1987. La costituzione della  seconda Repubblica fu adottata e questo permise la transizione alla terza Repubblica con una nuova costituzione nel 1992. Il 27 gennaio del 1996, le Forze Armate Nigeriane (FAN) mettono fine alla terza Repubblica. Il colonnello Mainassara si proclama vincitore delle elezioni e diventa il presidente della quarta Repubblica.
Il colonnello è ucciso all'aeroporto nel colpo di stato del 1999 e una transizione militare di 9 mesi porta il paese alla quinta Repubblica nello stesso anno. Il presidente Tandja avrà due mandati presidenziali. Seguirà il tentativo di prolungare il mandato di altri tre anni modificando  la costituzione. La modifica costituzionale fu approvata per referendum nel 2009 con la sesta Repubblica. Alcuni partiti politici, parte della società civile e sindacati raggruppati in seno alla Coordinazione delle Forze Democratiche per la Repubblica (CFDR) hanno reagito vivamente al progetto del presidente Tandja. Finché il Consiglio Supremo per la Riconciliazione Nazionale (CSRD), diretto da Salou Djibo, ha rovesciato il potere di Tandja nel 2010. E’ stata restaurata la democrazia parlamentare con l’organizzazione di un referendum con la nuova costituzione.
Questo ne ha permesso l'adozione e la settima Repubblica ha visto il giorno. L'elezione presidenziale al secondo turno ha visto Mahamadou Issoufou vincitore e dunque primo presidente della settima Repubblica nel 2011. Inizia quella che le banche chiamano Rinascita nigerina.

 

Geopolitiche della povertà
Il Niger è classificato ultimo a pari merito della lista del PNUD dei paesi negli indicatori dello sviluppo umano. Circa la metà della popolazione non gode di accesso all'acqua potabile, la maggior parte della gente vive con meno di un dollaro al giorno. E:

  • La speranza di vita non va oltre i 46 anni

  • Il 42% soffre di malnutrizione

  • L'89% della popolazione è analfabeta

  • Alternanza tra regimi democratici e militari dall'indipendenza fino ad oggi.

  • Poca trasparenza delle istituzioni governamentali, in particolare in ambito finanziario.

  • Notevole tasso di corruzione a livello istituzionale-strutturale.

  • Reiterati attacchi alla libertà di espressione

Il Niger, povero tra i poveri, è ricco di uranio e produce il 7,7% dell'uranio mondiale, è da tempo tra i primi cinque esportatori con il Canada, l'Australia, il Kazakistan e la Russia. Questo minerale genera l'80% dell'elettricità della Francia. Inizialmente scoperto nel 1957 è stato messo sotto controllo dalla Francia tramite accordi segreti con gli antichi paesi colonizzati, tra cui il Niger. Presente in 43 paesi, implicato nelle filiere delle materie prime, Areva, emanazione del governo francese, ha la parte del leone nell'incetta di questo minerale strategico. Le miniere del Niger, sotterranee e a cielo aperto, sono sfruttate da ditte sussidiarie di Areva: la Cominak e la Somair che producono annualmente circa 5.000 tonnellate di materiale.

Dal 2007 il governo ha iniziato un processo di diversificazione di attori del settore. Circa 122 licenze estrattive sono state concesse a ditte Cinesi, Americane, Sud Africane, Canadesi e Australiane.

L'estrazione dell'uranio genera tra il 2,4 e il 4% del prodotto interno lordo del Niger.

Il governo ha anche diversificato il tipo di materie prime sfruttate, infatti, oltre l'uranio si inizia lo sfruttamento del petrolio, con l'accordo avuto con la compagnia cinese NPC e l'oro, già il terzo minerale più importante per l'esportazione con un 13% del totale.

Da notare, infine, che Areva resta il principale datore di lavoro nel paese, seguito dal governo. Parte della società civile è insorta soprattutto in seguito alle denunce di alcune associazioni di inquinamento delle falde acquifere nella regione di estrazione.

Naturalmente il Niger non ha accesso all'uranio prodotto all'interno delle sue frontiere. La totalità dell'elettricità proviene dall'energia fossile largamente importata dalla Nigeria.

 

Lo stesso scenario nelle crisi alimentari
Dopo la carestia mediatizzata del 2005 e del 2010, il Niger si avvicina lentamente e sicuramente ad un'altra carestia. Le stesse cifre, gli stessi media e le stesse agenzie umanitarie per uno scenario paurosamente previsto. Olivier de Sardan rileva a questo proposito tre aspetti principali:

  • Una crisi strutturale nella produzione agricola: il paese non è più autosufficiente dal punto di vista alimentare.

  • Una crisi strutturale nella Sanità, a partire dalla malnutrizione infantile per toccare altri ambiti.

  • Una crisi strutturale negli aiuti allo sviluppo, che hanno creato una situazione di rendita e di dipendenza che è 'parte del problema' piuttosto che della soluzione del problema. (Olivier de Sardan).

Il sistema agro-pastorale è incapace di nutrire il paese. La produzione alimentare è largamente fondata sulla coltivazione del miglio fluviale, a tutt'oggi cibo base del paese. Il sistema di coltura estensivo tradizionale adatto alla società e alle dinamiche ecologiche del tempo, oggi non è più possibile. Le terre disponibili sono diventate rare sotto la pressione demografica nel paese, che un tasso di crescita tra i più alti del mondo con la Liberia. Il Niger non è più autosufficiente dal punto di vista alimentare e probabilmente non lo sarà mai più. Anche la speculazione fondiaria contribuisce ad aggravare il fenomeno: i contadini più poveri sono spinti a vendere le terre a grandi commercianti o a funzionari facoltosi. Ogni crisi ha i suoi perdenti e i suoi vincitori.

 

Si bombardano la Libia e il Mali e si uccide il Niger
E allora non resta che l'emigrazione verso altri paesi africani, il Burkina Faso, La Guinea, la Nigeria, la Costa d'Avorio, il Ghana e la Libia.
Sono i migranti che fanno vivere le campagne del Niger.
Sono oltre 200.000, su un totale che sfiora il mezzo milione, i migranti nigerini tornati al paese in seguito alle crisi civili della Costa d'Avorio e della Libia.
La maggior parte dei migranti sono originari del sud del paese e lavorava in ambito agricolo, guadagnando circa 100.000 FCFA al mese. La maggior parte di coloro che sono tornati sono senza lavoro. Il ritorno dei migranti rischia di fragilizzare ulteriormente il tessuto sociale ed economico delle campagne e in città si assisterà ad un ulteriore incremento di popolazione vulnerabile... “E' la Libia che si bombarda ma è il Niger che uccide”..., dicevano alcuni migranti tornando al paese.
D'altra parte, in un paese come il Niger, la migrazione è strutturale. Sono migliaia i migranti che attraversano il paese per raggiungere il Nord Africa e i paesi Occidentali. Altri migliaia sono gli immigrati 'irregolari' all'interno delle frontiere nigerine.
Il prolungamento della crisi economica, la povertà endemica che tocca 6 nigerini su 10, l'austerità geo-climatica, le crisi alimentari ricorrenti e la forte pressione demografica, sono altrettanti fattori che potrebbero confermare la pressione migratoria dei nigerini.

 

Gli aiuti che non aiutano
Il Niger è profondamente dipendente del sistema internazionale di aiuti. Il dibattito governativo sullo sfruttamento dell'uranio, del petrolio e dell'oro potrebbe spingere a credere che il paese potrebbe reggersi sulle proprie gambe. Ma in realtà è la rendita dovuta agli aiuti alla sviluppo a costituire la principale risorsa del paese.
Esperienze di paesi con analoghe ricchezze estrattive ha mostrato che i redditi ricavati da queste risorse non hanno fatto diminuire il tasso di aiuti umanitari.
Gli aiuti allo sviluppo sono, secondo varie stime, eguale al 50% del bilancio dello stato, senza contare l'occupazione indotta e i flussi di aiuto privato e di enti religiosi. Ma anche questi redditi rischiano di creare o stesso meccanismo perverso dei redditi minerari: corruzione, nepotismo e uso politico dei fondi.
L'aiuto allo sviluppo fa parte del paesaggio economico e sociale nigerino, parte della vita quotidiana in città e nei villaggi. Le strategie assistenzialiste irrigano tutti gli aspetti della società e dei progetti di intervento. Il Niger è gradualmente diventato dipendente dell'aiuto e questa dipendenza solo si intensifica nel caso di carestie e continua e si fortifica anche senza di esse.

 

Anatomia delle sfide nel Sahel
I problemi di sicurezza sono collegati a quelli legati agli aspetti strategici ed economici della regione. Il Sahel, zona di frontiera tra spazi di coesistenza, l'Africa del Nord e l'Africa Nera, è sempre stato un luogo di incontro-scontro tra spazi sedentari e mobili. Da un paio di decenni in questa zona i flussi di criminalità organizzata e non hanno trovato l'ambiente ideale.
Questo spazio è interpretato come propizio per il commercio di armi, sigarette, droga e esseri umani. La proliferazione delle armi, la crescita di un islam radicale e risentimenti tra nomadi e sedentari hanno costituito i detonatori di un processo di rivendicazione e conflitto. Le ribellioni armate Tuareg, il reclutamento e l'addestramento di combattenti radicali islamici e le riserve minerarie fanno dello spazio saheliano un luogo strategico di controllo e paradigmatico di futuri scenari globali. Uno spazio attraversato da oleodotti e gasdotti, protetto e allo stesso tempo conteso.
La sola interpretazione di 'lotta al terrorismo' mancherebbe di prospettiva e coglierebbe solo l'aspetto utilitaristico della gestione dello spazio saheliano. I grandi assenti del dibattito continuano ad essere le popolazioni interessate. Secondo i risultati di un'inchiesta del 2005, la regione rurale di Agadez è la più demunita del paese in termini di servizi sociali di base: educazione, strade, acqua potabile, impianto giudiziario.
La precarietà di vita delle popolazioni può favorire sentimenti di frustrazione e dare adito a percorsi destabilizzanti e 'giustificativi' della militarizzazione dell'area saheliana. Gli attori hanno tutti una loro strategia e interessi specifici. Gli Stati Uniti, la Francia e l'Algeria, che pretendono di voler combattere il terrorismo. Il comune obiettivo maschera in realtà dissensi e interessi diversi.

 

Sindrome da accerchiamento
L’attentato ad Agadez e quello ad Arlit hanno costituito un punto di non ritorno per il Niger. Toccato per la prima volta dal terrorismo ha soffertto la crudezza di una realtà che finora sembrava lontana. I morti e soprattutto le modalità degli attentati hanno condotto i nigerini ad interrogarsi sulla politica di ingerenza adottata nel Mali. L’attacco alla prigione del primo giugno 2013, pochi giorno dopo quelli del nord del paese, ha contribuito a creare un clima di paura finora sconosciuto. Le frontiere sono lontane e vicine ad un tempo. Nuovi migranti vengono espulsi dalla Libia dopo essere stati detenuti. I confini con la Nigeria appaiono ogni volta più insicuri per le temure infiltrazioni di Boko Haram. Vivere in Niger di questi tempi significa accettare di vivere accerchiati dall’incertezza. D’altro canto la presenza di militari stranieri, francesi e americani, con droni e altre armi sofisticate lasciano supporre che questa presenza durerà il tempo necessario. Eppure il Niger è un laboratorio interessante di futuro. Le frontiere e i migranti stanno tracciando sabbiosi cammini inediti di civiltà.

 

Quando Serval imprigiona
Sembrava una guerra lontana. Come se quanto succedeva accanto potesse risparmiare il Niger. Per qualche congiura divina o forse per distrazione. I militari francesi e americani stazionati a difesa degli interessi rispettivi. I droni parcheggiati a Niamey e a Agadez appena possibile. Poi arriva l'attentato. Atteso e temuto. Di colpo la guerra si avvicina. Cominciano i rifugiati dal Mali i nigerini espulsi dalla Nigeria. Le frontiere che sono troppo grandi e lontane per essere controllate.
Serval è un'operazione che parte da lontano. Da interessi francesi e dalle risorse di cui non ci si vuole privare. Serval è diventata una facile vittoria di una guerra contro quasi nessuno. Non è solo la Francia ad essere diventata prigioniera ma una regione intera. L'Algeria in cerca di presidente, la Tunisia in preda ai fantasmi, la Libia che rincorre un improbabile futuro comune e il Tchad che distoglie l'attenzione al dramma che si vive all'interno del paese.
Tutto questo si chiama Serval. L'attacco alla Casa di Arresto e Correzione di Niamey ha il sapore amaro di Serval edizione nigerina. Comunque siano andate le cose, attacco dall'interno e complicità esterne o viceversa la città di Niamey è stata sorpresa dalla paura. Tra un'interruzione dellla distribuzione della luce e l'altra è sceso il buio dell'incertezza. Mai gli effetti del terrorismo si erano avvicinati così tanto alla città che pensava di essere risparmiata. La paura che possa accadere quanto altrove ha seminato morte e desolazione.
Aumentano i controlli accanto alle ambasciate come da tempo accadeva per il Grand Hotel. Le auto vengono controllate con attenzione. Aumentano le quantità di bidoni sulle strade che obbligano gli abitanti del quartiere a indovinare altri cammini. Ma la prima prigione che è stata colpita è quella che Serval cercava di combattere. Ora i prigionieri sono i cittadini.

 

   Mauro Armanino

Missionario, dottore in antropologia culturale ed etnologia

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