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Sul sentiero - Parte quarta
L'Umanità verso l'Uno

Anonimo - novembre 2010
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Iniziazione e discepolato secondo l’insegnamento del maestro tibetano

 

La Consacrazione

 

Il discepolo si dedica totalmente all’opera di trasmutazione del sé inferiore  vigilando sul raffinamento e potenziamento delle sue capacità fisiche, emotive e mentali, così da poter meglio servire.

Egli conduce  vita pura e disciplinata,  adempiendo  con diligenza ai suoi doveri; cura lo sviluppo dell’intuizione, cercando di percepire la voce e la vibrazione del Maestro; non si cura del piccolo sé e delle sue vicende, tutto teso all’ideale; pratica il distacco, che sente come uno stato di pienezza - in cui non c’è posto per insoddisfazioni e preoccupazioni - e l’abnegazione, che vive come gioioso servizio  al Tutto cui appartiene.

Sa che in ogni momento della sua giornata e in ogni situazione può apprendere qualche utile lezione e procedere verso la Meta; vive pertanto ogni momento con vigilanza e disponibilità.

Vede nel dolore, inevitabile in ogni vita, una possibilità di purificazione:

 

Il dolore è la lotta per elevarsi attraverso la materia, che porta ai piedi del Logos; è perseguire la linea di maggior resistenza per giungere in vetta; è frantumare la forma e percepire il fuoco interno; è il freddo dell’isolamento, che porta al calore del Sole centrale; è l’arsura della fornace per conoscere poi la freschezza dell’acqua di vita; è il viaggiare in paesi lontani, per poi tornare alla Casa del Padre; è l’illusione di essere abbandonato dal Padre, che sospinge il figlio prodigo al centro del Suo cuore; è la croce della perdita totale, che restituisce le ricchezze dell’eterna abbondanza; è la frusta che sprona il costruttore a ultimare il Tempio perfetto.

Gli usi del dolore sono molti, e portano l’anima umana dalle tenebre alla luce, dalla schiavitù alla liberazione, dall’angoscia alla pace. Quella pace, quella luce e quella liberazione, nell’armonia del cosmo, attendono tutti gli uomini. (Alice A. Bailey,  Il Discepolato nella Nuova Era, cap. III, 677)

 

Infine, il dolore, esaurito il suo compito di strumento di evoluzione, sparisce; esso rivela, dietro  il suo aspetto impermanente di maya, la sua vera natura di fuoco liberatorio, permettendo il riconoscimento che “tutto è per il bene”:

 

Tale è la via di chi cerca la luce. Prima la forma, con le sue brame. Poi il dolore. Quindi le acque che blandiscono, e un fuoco. Il fuoco cresce, e il calore agisce e opera nella piccola sfera. Cala l’umidità; s’addensa la nebbia,  e al dolore s’aggiunge un triste smarrimento, poiché chi usa il fuoco della mente si perde, all’inizio, in una luce ingannevole.

Il calore si fa intenso; si perde la capacità di soffrire. Indi spende limpido il sole, sfolgora la chiara luce del vero. Ecco la via che porta al centro.

Usa il dolore. Invoca il fuoco, o pellegrino in terre straniere. Le acque lavano il fango e i residui della crescita; il fuoco incenerisce le forme che ti trattengono, e insieme ti liberano. L’acqua viva, come un fiume, ti trascina nel Cuore del Padre. Il fuoco distrugge il velo che Gli cela il Volto. (da  Il Vecchio Commentario, riportato in Alice A. Bailey, Il Discepolato nella  Nuova Era, cap. III, 678)

 

L’aspirante-discepolo sorveglia attentamente l’uso della parola, trattenendola quando è superflua o dannosa e usandola con discernimento nella vita quotidiana, al fine di irradiare amore e saggezza.

Sa che il motto degli occultisti Conoscere, volere, osare, tacere corrisponde a precise qualità da acquisire, se vuol seriamente procedere sul cammino, e non crogiolarsi in un’apparente evoluzione basata su superficiali curiosità e “atteggiamenti spirituali” di maniera.

Egli deve distinguersi pertanto per la qualità della sua conoscenza, per la dinamicità e la saldezza della volontà, per il coraggio nell’andare oltre se stesso, per il silenzio consapevolmente scelto.

Impara a tacere, e, quando è utile, a conservare le energie, operando comunque costruttivamente con azioni di consolazione, di cura  e di sostegno, nella coscienza sempre più ampia del proprio Compito:

 

Discepolo è colui che, soprattutto, si è consacrato a:

 

a.  Servire l’umanità.

b. Cooperare con il piano dei Grandi Esseri, come egli lo vede e come meglio può.

c.  Sviluppare i poteri dell’Ego, espandere la propria coscienza fino a essere in grado di operare nei tre piani dei tre mondi e nel corpo causale, ed a seguire la guida del sé superiore anziché i dettami della sua triplice manifestazione inferiore.

Discepolo è chi comincia a comprendere il lavoro di gruppo ed a trasferire il    proprio    centro di attività da se stesso ( come perno attorno al quale tutto ruota) al centro del gruppo.

Discepolo è chi realizza simultaneamente la relativa insignificanza di ogni unità di coscienza ed anche la sua importanza.

Egli possiede il giusto senso delle proporzioni e vede le cose quali sono; vede gli altri uomini quali essi sono, vede se stesso quale egli è e cerca di divenire ciò che è.

…la forma non esercita alcuna attrazione su di lui. Lavora con la forza e per suo mezzo; si riconosce come un centro di forza entro un centro di forza più vasto, ed è responsabile della direzione dell’energia che per suo tramite può riversarsi in canali dai quali il gruppo potrà trarre beneficio. (Alice A. Bailey, Iniziazione umana e solare,  cap. VIII,  71,72)

 

L’iniziato conosce la forza della parola, ne valuta e ne adopera l’energia trasformatrice e creatrice; ha appreso che con l’emissione della Divina Parola sono nati i mondi e gli universi; sente con chiarezza che in futuro la parola manifesterà la sua forza creativa in ogni piano, realizzando unità e armonia nell’universo; sa che anche l’amore di coppia non sarà più espresso attraverso l’attività sessuale ma che - con il trasferimento della polarizzazione dell’umanità dal centro inferiore generativo a quello superiore creativo della gola - sarà la parola a manifestare l’unione dell’uomo e della donna, tesi ad una forma di dedizione reciproca generosa ed evolutiva, e al servizio amorevole e impersonale all’umanità:

 

Discepolo è chi trasferisce la propria coscienza dal personale all’impersonale, e che durante lo stadio di transizione sopporta necessariamente molte difficoltà e sofferenze.

Tali difficoltà dipendono da diverse cause:

  1. Il sé inferiore del discepolo che si ribella  alla trasmutazione.

  2. Il gruppo immediato al quale appartiene, amici o famiglia, che si ribella alla crescente impersonalità. Essi non amano essere considerati uniti a lui dal lato della vita, eppur separati nei desideri e negli interessi. Pure la legge non transige e la vera unità può essere conosciuta soltanto in quella essenziale dell’anima. La scoperta di ciò che è la forma reca molta sofferenza al discepolo, ma col tempo la via conduce alla perfetta unione.

Discepolo è colui che è conscio della propria responsabilità verso tutti coloro che rientrano nella sua sfera d’influenza, la responsabilità di cooperare con il Piano evolutivo per la parte che li concerne e con ciò espandere la loro coscienza ed insegnare la differenza esistente tra irreale e  reale, tra vita e forma. Il modo migliore di farlo è dimostrare con la propria esistenza quali siano la sua meta, il suo proposito e il suo centro di coscienza. (Alice A. Bailey, Iniziazione umana e solare,  cap. VIII,  71,72).

 

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