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di Federico E. Perozziello   indice articoli

 

Medicina e Caos: un filo d'Arianna per non perdersi

Luglio 2011
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La malattia venne considerata per millenni come un evento non solo naturale, ma anche di tipo magico, dalle conseguenze rituali proprie della religione. Poteva essere interpretata come l’effetto di una vendetta o di una punizione divina, una concezione che si riallacciava senza troppa difficoltà alla visione cristiana della male fisico come una colpa, un debito da pagare alla divinità per comportamenti di peccato e di trasgressione. Questa idea della malattia come un risarcimento da tributare ad un dio per un torto commesso non era solo cristiana, ma affondava le proprie radici nella concezione greca di punizione nei confronti della ubris, l’orgoglio empio dell’uomo di ergersi alla stessa dignità degli dei dell’Olimpo. La ubris era la più grave delle colpe di cui si potesse macchiare un mortale, cui seguiva una condanna senza scampo. Un peccato di presunzione che secondo gli antichi miti si era verificato per ben due volte nella ricca città di Corinto, fiorente grazie ai floridi commerci e che aveva avuto come protagonisti due membri della stessa famiglia, l’antico re Sisifo e suo nipote Bellerofonte.

La storia di Sisifo e della punizione divina legata alla sua  astuzia irridente è nota. Anche Bellerofonte cadde nella stessa trappola della ubris. Dopo aver compiuto straordinarie imprese grazie a Pegaso, il cavallo alato, Bellerofonte decise di volare con il suo destriero fino in cima all’Olimpo, insoddisfatto di aver conquistato la gloria tra i suoi simili, una fama che tuttavia ai suoi occhi rimaneva un merito solo di tipo umano. Purtroppo per lui e per decisione degli Dei gelosi e infastiditi da tale tracotanza, il cavallo alato lo disarcionò e l’eroe precipitò al suolo, rimanendo condannato dalla caduta a un’esistenza di perenne vecchiaia e invalidità, dimenticato da tutti in un alveo di miseria. Eppure, in contrasto ad ogni interpretazione di tipo magico, nella Grecia Antica era nata contemporaneamente una medicina razionale, fondata sull'osservazione dei fenomeni presenti nel corpo umano e sulla trasmissibilità delle nozioni apprese dall’esperienza e dalla conoscenza accumulata nel tempo.

Dobbiamo ragionare su di una domanda a cui appare difficile attribuire una risposta sicura: la vita è identica a sé stessa nella salute e nella malattia? Forse essere malato significa a tutti gli effetti vivere un’altra vita e accettare il proprio destino di essere umano fragile e in equilibrio precario. Magari, come ha lasciato scritto Friedrich Nietzsche, che aveva intuito molto di questo problema dalla sua stessa condizione di malato psichico: «essere uomo è la vera malattia». Sottoponendo ad una semplice domanda una persona sul suo stato d’essere, questa potrà rispondere in modi diversi. Consideriamo la classica e frequente domanda «come stai? », un vero e proprio interloquire sociale, prima ancora che un  interrogativo finalizzato.

Si tratta di una domanda soggettiva, la cui risposta potrà essere variabile. Ci potrà essere chi risponderà «bene», affermando così di godere di uno stato di benessere. Tuttavia questa risposta potrebbe anche denotare la volontà di non descrivere la propria effettiva condizione per una naturale riservatezza, per un calcolo preciso, per un’opportunità sociale. Un’altra risposta potrebbe essere: «male». Questa seconda possibilità è un tipo di affermazione cui non si ricorre volentieri, perché comporta la necessità di fornire ulteriori spiegazioni al nostro interlocutore, entrando magari nell’ambito descrittivo più intimo della propria sfera personale.

Si potranno invece manifestare più liberamente dei motivi di malessere indefiniti, di tipo fisico, psichico o sociale e che riguarderanno la vita di relazione oppure la soggettività corporea di chi ci circonda. Il termine male si potrà rivelare inadeguato, esprimendo infatti uno stato incerto, piuttosto che un’oggettività. Di solito tra due persone è più facile instaurare una discussione sulle proprie malattie e malesseri, che non sulla salute e sulla visione della vita, sulle proprie idee politiche e sulla gestione degli affari. Potrebbe sembrare sconveniente interrogare un estraneo intorno alla propria condizione esistenziale, come in un Club per gentlemen dell’Inghilterra Vittoriana, mentre appare perfettamente lecito e potrebbe essere interpretato come un segnale di riguardo, chiedere notizia dei suoi malesseri ad una persona che ci sta a cuore e anche ad una conoscenza meno familiare, verso cui tuttavia desideriamo mostrarci premurosi.

La distinzione tra salute e malattia appare pertanto sottilissima e soggettiva, risente di influenze che non sono descrivibili unicamente attraverso un modello logico legato alla medicina scientifica e sperimentale, quanto piuttosto secondo un punto di vista antropologico e culturale. Non bisogna dimenticare che l’Organizzazione Mondiale della Sanità, WHO,  ha definito la salute come uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale, non soltanto come un’assenza di malattia, ma non ha definito in termini precisi la natura della malattia.

Risulta complesso descrivere come una persona stia bene, in uno stato di benessere certo, ammesso che questo esista, perché ogni uomo deve trovare o crearsi un suo equilibrio tra  vari e diversi stadi esistenziali. Deve stare bene con il proprio organismo e con sé stesso, interagendo con il corpo, con le sue funzioni e con l’ambiente che lo circonda. Deve riuscire ad accettare come una condizione positiva quanto sta vivendo, ignorando il fatto che ciò che avverte come utile e benefico possa risultare invece dannoso o poco gradito in un contesto sociale o antropologico differente,  oppure nei confronti di un altro essere umano che disponga di diverse condizioni economiche.

Ogni istante dobbiamo convivere con il precario equilibrio tra lo stare bene e lo stare male, mentre forze in larga parte sconosciute lavorano incessantemente dentro e fuori di noi per tenere in equilibrio la nostra realtà biologica e permetterci di pensare a ciò che ci circonda in una condizione di  automatismo, priva quasi sempre di consapevolezza, che rappresenta forse il più grande dei risultati evolutivi a cui è pervenuto il corpo umano. Viandanti inconsapevoli lungo il confine che ci separa da un deserto caotico, in cui sarebbe molto facile smarrirci, affrontiamo le domande che il vivere ci rivolge, dimenticando quanto questo agire sia figlio di un complesso passato biologico e culturale, due fattori inestricabilmente legati tra di loro. Liberi apparentemente di sentirsi bene,oppure male, a seconda di un percorso che ci trasciniamo dietro inconsapevoli, aderiamo ai nostri comportamenti, che viviamo senza conoscerne a fondo la natura e l’articolazione. Ci manifestiamo come una contraddizione vivente, la quale tuttavia funziona, si adatta all’ambiente che la circonda e non smette un istante di progettare il proprio futuro, respingendo l’angoscia del Kaos in luoghi e recessi che ci guardiamo bene dal visitare o anche semplicemente dall’evocare.

 

Federico E. Perozziello


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Bibliografia essenziale di riferimento

  • Musti D., Manuale di Storia Greca, Bari, 1994.

  • Champeaux J., La religione dei romani, Bologna,  2002.

  • Scheid J., La religione a Roma, Roma-Bari, 2001.

  • Perozziello F., Storia del Pensiero Medico, l’Antichità e il Medioevo, Fidenza (PR), 2007.

  • Abbagnano N., Fornero G., Protagonisti e testi della filosofia, 3 voll., Torino 1996.

  • Geymonat L., Storia del pensiero filosofico e scientifico, Milano, 1970.

  • Sabatini F., Coletti V., Dizionario italiano, Firenze, 1999

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