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di Federico E. Perozziello   indice articoli

 

Neuroscienze e mente umana

Marzo 2012
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La neurofisiologia di Cartesio contemplava inoltre che i nervi fossero costituiti da fascetti di fibrille che andavano dalla periferia alla parete dei ventricoli cerebrali, trasmettendo le sensazioni generate dal mondo esterno. (16)
L’assegnazione all’epifisi del ruolo di un luogo di incontro tra la mente e il corpo venne esposta in uno degli ultimi scritti del filosofo francese, Le passioni dell'anima, terminato nel 1649, l’anno precedente la morte per polmonite alla corte della regina Cristina di Svezia. La maggiore eredità filosofica di Descartes risiedeva nell’aver sistematizzato il dubbio, lo strumento necessario per rifiutare la sottomissione della libera ragione ad una qualsivoglia auctoritas, una zavorra ideologica quest’ultima ereditata dalla filosofia scolastica medievale.
La distruzione dell’Auctoritas aprì la strada alle successive scoperte scientifiche. Aveva scritto uno dei maggiori filosofi medievali, S. Bonaventura da Bagnoregio (1217-1274):

 

« … Quadruplex est modus faciendi librum. Aliquis enim scribit aliena, nihil addendo vel mutando; et iste mere dicitur Scriptor. Aliquis scribit aliena, addendo, sed non de suo; et iste Compilator dicitur. Aliquis scribit et aliena et sua, sed aliena tamquam principalia, et sua tamquam annexa ad evidentiam; et iste dicitur Commentator non auctor. Aliquis scribit et sua et aliena, sed sua tamquam principalia, aliena tamquam annexa ad confirmationem; et talis debet dici Auctor … »

 

« … vi sono quattro modi di scrivere un libro. Qualcuno racconta diverse cose, non aggiungendo o mutando alcunché; costui viene definito come uno scrivano. Altri utilizzano parole altrui e aggiungono qualcosa, però non di proprio. Chi fa questo è un compilatore. Vi sono poi coloro che scrivono sia di cose altrui, sia proprie, ma il materiale alieno predomina e quello proprio è aggiunto come fosse un allegato, a scopo di chiarimento. Chi opera in questo modo si definisce commentatore, non autore. Colui invece che scrive sia di argomenti che provengono dalla propria ricerca, sia di idee altrui, riportando l’indicazione del materiale consultato allo scopo di confermare il proprio, questi solo è da definire un Autore …”

 

da San Bonaventura da Bagnoregio, Proemio ai Commentaria in Sententias Magistri Petri Lombardi (17)

 

Il rispetto medievale verso le parole e le idee delle Autorità costituite si sgretolò in modo inarrestabile davanti al dubbio cartesiano. Il XVII Secolo segnò la nascita e l’affermazione di una visione del corpo umano che appare ancor oggi come lontana dall’essere stata abbandonata. Questa concezione prese il nome di meccanicismo e proveniva dal mutamento che le nuove metodologie dell’indagine scientifica avevano contribuito a creare. Gli organi di senso, amplificati dagli strumenti appena inventati, come il microscopio e il telescopio, sembravano offrire successi insperati e insperabili fino a poco tempo prima a chi avesse ricercato una diversa profondità di conoscenza della natura. Tutta la medicina del Seicento apparve percorsa dal tentativo di applicare un modello meccanicistico e funzionalmente riproducibile al corpo umano.
L’organismo venne visto come una macchina scomponibile in strutture più semplici e operanti autonomamente. Parti del corpo umano, come un braccio e una gamba, in cui le ossa, le articolazioni, i muscoli e i tendini potevano essere sostituiti per analogia da pulegge, cinghie e aste. Teorico del meccanicismo fu il matematico Giovanni Alfonso BorrelliGiovanni Alfonso Borrelli, nato a Napoli e figlio probabilmente illegittimo di un soldato spagnolo di stanza in Italia. Allievo del fisico e matematico Benedetto Castelli (1577-1643), che era stato a sua volta discepolo di Galileo Galilei, Borrelli pose le basi di quella che sarà definita come Iatromeccanica. Una disciplina composita e ambiziosa nei suoi intenti di comprendere e spiegare le funzioni del corpo umano, che sperimentò insieme al collega di studi, il medico Marcello Malpighi.
Simile alla moderna Biofisica, la Iatromeccanicacontemplava una visione della medicina definibile come un tentativo di spiegare i fenomeni biologici attraverso un’interazione armonica tra le forze fisiche e le sostanze chimiche. Fattori che dovevano poi essere verificati utilizzando la sperimentazione diretta e la riproduzione basata sull’esperienza. Nella prima metà del Seicento si verificò un ritorno d’interesse verso la teoria atomistica della materia. Una corrente di pensiero originata dalle idee del filosofo greco Democrito. L’invenzione del microscopio che permetteva di osservare la struttura più intima degli animali e delle piante, invisibile ad occhio nudo, sembrava fatta apposta per accordare le teorie sull’infinitamente piccolo alla realtà.
Per tutta la sua vita, fino a morire povero e dimenticato nell’inverno del 1679 presso il Collegio dei Padri Scolopi di Roma, dove si era rifugiato per sfuggire alla miseria e dove si guadagnava da vivere insegnando matematica, Borrelli cercò di dimostrare la validità della sua ipotesi meccanicistica sul funzionamento del corpo umano. Tuttavia l’origine del termine meccanicismo si dovrebbe attribuire a Cartesio, il quale nella prima stesura del suo Le Traitè de l’Homme del 1648 aveva interpretato l'organismo umano come costituito dalla materia in movimento e lo aveva considerato come:

 

“ … una macchina che Dio crea, non soltanto dandogli esternamente forma e colore, ma piazzando all'interno anche tutti i pezzi che sono necessari perché essa cammini, mangi, respiri e imiti tutte quelle funzioni che possono essere immaginate non dipendere che dalla materia e dalla disposizione degli organi.
Noi vediamo orologi, fontane artificiali e altre macchine che, pur essendo state fatte dall'uomo, sembrano avere lo stesso tipo di movimenti di quelle fatte da Dio…”

 

da René Descartes, Le Traitè de l’Homme (18)

 

Nel XVIII secolo la costruzione di automi perfezionati e dotati di meccanismi sofisticati viene effettuata con grande maestria. Sovrani e nobili facoltosi ambivano il possesso di queste meraviglie della meccanica da esibire in feste e ricevimenti per lo stupore e l’ammirazione degli
ospiti. Alcuni geniali artigiani erano in grado di creare automi capaci di suonare uno strumento musicale, disegnare, scrivere alcune frasi o perfino giocare a scacchi. Merita di essere ricordato tra questi Jacques de Vaucanson (1709-1782), amico del filosofo Voltaire e autore di automi che suscitarono lo stupore dei contemporanei, come un suonatore di flauto capace di eseguire piacevoli melodie e un’anatra meccanica in cui erano riprodotte le funzioni digestive. Un capolavoro quest’ultimo purtroppo andato perduto. Le idee più spregiudicate e libere degli Illuministi spinsero la riflessione sul tema verso obiettivi ritenuti pericolosi dalla religione e insopportabili per il suo grado di tolleranza. Secondo il medico bretone Julien Offroy de La Mettrie (1709-1751), un vero maître à penser dei suoi tempi, esisteva in natura solo la res extensa, vale a dire la materia propriamente detta, mentre la res cogitans, la parte spirituale dell’uomo, doveva essere considerata come una manifestazione particolare della materia. L'anima umana era caratterizzata dagli attributi conferiti dall'estensione nello spazio e la materia si faceva carico anche della sensibilità spirituale che Cartesio aveva nei suoi scritti così drasticamente separato dalla concretezza del corpo.
Nel 1742 La Mettrie divenne medico militare a Parigi, ma la pubblicazione del suo primo libro, Storia naturale dell'anima (1745), in cui aveva sostenuto la tesi della fisicità dell'anima, lo costrinse ad abbandonare la Francia per le proteste delle autorità ecclesiastiche.
macchina e il corpo umanoSecondo lo scrittore francese le differenze tra una macchina e il corpo umano consistevano unicamente nel loro diverso modo di funzionamento e nella diversa complessità dei meccanismi in gioco. L’essere umano fu in tal modo considerato una specie di orologio, un automa molto più complesso di quello che riuscivano a costruire gli orologiai, un cronometro a grande complicazione in cui tutti gli ingranaggi si intersecavano tra di loro per servire a un unico ed armonico scopo.
Sebbene non fosse possibile affermare con sicurezza la mancanza di un orologiaio divino in questo processo, il solo fatto di ridurre l’uomo a qualcosa che si potesse studiare e smontare, comprendendone poi il funzionamento, sottraeva spazio e mistero alla fede nell’opera di un artefice supremo. (19)
Sostenuta forse dalla mancanza di teorie affidabili e alternative per spiegare come il cervello determinasse i movimenti del corpo, la dottrina che assegnava ai ventricoli cerebrali una funzionalità preminente nella costituzione del Sistema nervoso rimase in auge fino alla scoperta della presunta elettricità animale da parte di Luigi Galvani (1737-1798). Il medico bolognese aveva ipotizzato la presenza nei nervi delle rane di un’energia che faceva contrarre i muscoli dell’anfibio. Una forza che descrisse nel suo libro De viribus electricitatis in motu musculari commentarius, uscito del 1791. La ritenne affine all’energia elettrica che si presentava in natura nei fulmini e a quella che supponeva si trovasse a manifestarsi per analogia negli organismi viventi. In realtà si trattava solo dell’elettricità di cui si erano caricati gli strumenti di indagine anatomica e che veniva rilevata e trasmessa attraverso le contrazioni dei tessuti dell’animale sezionato.
François MagendieAgli inizi dell’Ottocento venne fatta un'altra importante scoperta sulla morfologia e le funzioni del Sistema nervoso. Due ricercatori, Charles Bell (1774-1842) e François Magendie (1783-1855) scoprirono, indipendentemente l'uno dall'altro, che le regioni motorie dell’encefalo erano diverse da quelle sensitive. Bell si accorse che i nervi che partivano dagli organi di senso arrivavano a regioni del Sistema Nervoso Centrale completamente diverse da quelle cui arrivavano altre vie nervose. Anche Magendie descrisse le radici posteriori del midollo spinale come esclusivamente sensitive e quelle anteriori come esclusivamente motorie.
L’esito finale di tali esperienze fu una teoria che divenne nota come Legge di Bell e Magendie. François Magendie era una figura di scienziato celebre e alquanto discussa. Era noto ai contemporanei anche per la determinazione priva di scrupoli con cui conduceva i suoi esperimenti di vivisezione. Senza alcuna remora morale, Magendie era capace di lasciare legati al tavolo settorio per intere giornate gli animali oggetto dei suoi esperimenti, dopo averli magari già parzialmente mutilati di qualche organo o apparato. Una modalità di lavoro crudele, che gli attirò numerose critiche soprattutto da parte dei medici d’Oltre Manica. Il medico francese arrivò a sostenere, rivelando un’inquietante componente sadica del carattere, l’effetto dannoso dell’introduzione dell’anestesia nelle pratiche chirurgiche. Questa pratica avrebbe secondo lui impedito di seguire il decorso naturale delle malattie, mascherando e attenuando i sintomi dolorifici. (20)
Alla fine del XVIII secolo alcune scoperte neurologiche avevano finito con il privilegiare un ruolo quasi di tipo automatico del cervelletto e del tronco encefalico. Antoine Charles de Lorry (1726-1783) aveva dimostrato la sopravvivenza del cane decerebrato per alcuni minuti, annunciando un’intuizione che sarà il preludio a quelle di Julien Jean-César Legallois (1770-1840) e Marie-Jean-Pierre Flourens (1794-1867), che individueranno la regione che manteneva costante il ritmo del respiro in un piccolo punto del tronco encefalico. (20)
La scoperta di attività automatiche dell’encefalo sembrava rafforzare le basi della nascente visione epistemologica positivista. Il filosofo francese Auguste Comte aveva affermato in quegli stessi anni l’attendibilità del processo conoscitivo umano basato sulla sola indagine dei fatti. Ne era conseguita una fiducia nei risultati raggiungibili attraverso l’indagine scientifica e l’osservazione sperimentale. L'esclusione dagli studi della natura di ogni affermazione sostenuta dalla fede religiosa o dal pregiudizio non dimostrabile. FPaul Brocaondamento di questa nuova consapevolezza epistemologica divenne l'ammissione che la conoscenza della cosa e del fatto indagato in sé fosse irraggiungibile e che convenisse dedicarsi a ciò che poteva migliorare le condizioni della vita materiale, tralasciando le interpretazioni metafisiche non dimostrabili.
Nel 1861 il medico francese Paul Broca (1824-1880) eseguì un’autopsia su di un paziente che era stato affetto in vita da difficoltà del linguaggio, scoprendo una lesione luetica nell’emisfero cerebrale sinistro. Fu il primo sicuro esempio di localizzazione corticale di una funzione ideativa danneggiata da una patologia. La scoperta di Broca aprì le porte al tentativo di suddividere tutto l’encefalo in regioni funzionalmente coerenti. Paul BrocaMaterialista e positivista convinto, Broca venne attaccato dalla Chiesa per le sue convinzioni scientifiche rigidamente laiche, sebbene nella vita privata si fosse distinto invece per l’attività caritatevole e filantropica. Attribuire a precise regioni anatomiche delle attività ideative costituiva di per sé una provocazione intellettuale, perché interrompeva l’alone di mistero che aleggiava da secoli intorno all’idea di mente, contrapposta alla possibile e mai dimostrata presenza di un organo che ne fosse la sede.
A partire dalla seconda metà del Secolo XIX si susseguirono scoperte utili a fare luce sulle relazioni tra le strutture anatomiche e le attività cerebrali. Johannes Purkinje (1787-1869) individuò le cellule del cervelletto che portano ancor oggi il suo nome, dei neuroni di tipo inibitorio legati alla coordinazione dei movimenti del corpo. Theodor Schwann (1810-1882) scoprì le cellule costitutive della guaina mielinica, le quali rendevano possibili la trasmissione efficiente degli impulsi elettrici lungo gli assoni neuronali e Camillo Golgi (1843-1926) mise a punto la sua tecnica della impregnazione argentica dei neuroni, che permetteva di osservare e studiare una più fine definizione dell’anatomia microscopica del sistema nervoso. Una scoperta importante, che grazie alle intuizioni di Santiago Ramon y Cajal (1852-1934) darà luogo a una prima visione fisiopatologica complessiva della struttura del sistema nervoso. Questo periodo di grandi scoperte nel campo della neurologia ricevette infine una naturale e provvisoria conclusione da parte di Charles Scott Sherrington (1857-1952), che scoprì la funzione delle sinapsi come un luogo di incontro e di scambio delle informazioni tra i singoli neuroni.
I lunghi e pazienti studi di architettonica neuronale di Korbinian Brodmann (1868-1918) avevano intanto dimostrato, tra il 1903 e il 1909, la presenza di una stratificazione e di una organizzazione funzionale nelle diverse zone della corteccia cerebrale. Nel 1909, dopo un complesso lavoro, Brodmann aveva pubblicato una mappa del cervello la cui superficie era stata da lui suddivisa in cinquantadue diverse aree, sulla base della loro composizione cellulare e dello spessore relativo dei vari strati. Una mappa che venne accolta come uno dei più sicuri esempi di relazione certa fra la struttura e le funzioni del cervello.
Franz BrentanoAppare suggestivo il parallelismo tra questa nuova e diversa conoscenza della specificità di alcune funzioni cerebrali con l’affermazione del concetto di intenzionalità del processo conoscitivo, che troviamo contemporaneamente nel pensiero del filosofo Franz Brentano (1838-1917). Nel suo libro del 1874, Psychologie vom empirischen Standpunkt (Psicologia dal punto di vista empirico), Brentano definì l'intenzionalità come la caratteristica principale posseduta dai fenomeni psichici. Questa definizione permetteva di distinguere il versante psicologico dell’ideazione dai fenomeni puramente fisici ed elettrici. Ogni atto mentale, ogni intendimento psicologico possedeva per questo filosofo un proprio specifico contenuto, era diretto verso qualche cosa che Brentano definì come l'oggetto intenzionale. Ogni credere, ogni desiderare era legato a un proprio oggetto che contemporaneamente lo delimitava e lo specificava: il creduto, il desiderato. Dal concetto di intenzionalità Brentano arrivò ad affermare l'impossibilità di indagare oggettivamente la realtà psicologica al di fuori della relazione che questa intratteneva con il soggetto esperiente e il contesto di riferimento nel cui ambito quest’ultimo si formava la propria esperienza psichica. Ne derivava come i fenomeni psicologici potessero essere studiati unicamente attraverso un’indagine sulla vicenda psichica e compresi attraverso un metodo fenomenologico, una visione che influenzerà la nuova filosofia di Edmund Husserl. Si componeva in tal modo una forma alternativa di indagine, che rivendicava la propria autonomia e dignità nel processo conoscitivo rispetto alla visione più razionale di una diversa parte della psicologia, sostenuta da studiosi come Wilhelm Wundt, rimasti invece fedeli al metodo sperimentale positivistico.

Scrisse Brentano:

 

“… Per dir subito la nostra opinione, siamo anche d’avviso che, rispetto alla diversa maniera del loro riferirsi all’oggetto immanente, devono distinguersi tre classi principali di attività psichiche. Ma queste tre specie non sono le stesse di quelle che ordinariamente si pongono e, in mancanza di espressioni più precise, chiamiamo la prima “rappresentazione”, la seconda “giudizio” e la terza “relazione effettiva”, “interesse” o “amore”. Nessuna di queste denominazioni è di tal sorta che non possa venire malintesa, anzi ciascuna di esse è frequentemente adoperata in un senso più stretto. Ma la nostra lingua non ci offre migliori espressioni che corrispondano meglio a quei concetti. E sebbene sia malagevole adoperare espressioni che hanno un significato impreciso, come termini per una classificazione così importante, e ancor più di adoperarli forse in un senso insolitamente più generale, tuttavia nel nostro caso mi sembra meglio questo che introdurre delle denominazioni del tutto nuove e sconosciute. […]
Ci siamo già spiegati anche prima su ciò che chiamiamo rappresentazione. Noi parliamo di un rappresentarci quando ci appare qualcosa. Se vediamo qualche cosa ci rappresentiamo un colore, se udiamo qualche cosa ci rappresentiamo un suono, se fantastichiamo intorno a qualche cosa ci rappresentiamo un fantasma. Per mezzo della generalità con cui adoperiamo la parola, potremmo dire impossibile che l’attività psichica si riferisca in qualche modo a qualche cosa che non sia rappresentata. Se ascolto e comprendo un nome mi rappresento ciò che esso significa e in generale è questo lo scopo dei nomi, richiamare rappresentazioni. Per giudizio intendiamo, in conformità col comune uso filosofico, un accettare (come vero) e respingere (come falso). Ma abbiamo già veduto che un tale accettare e rifiutare avviene anche li dove molti non adoperano l’espressione giudizio, come per esempio nella percezione di atti psichici e nel ricordo. E naturalmente noi non esiteremo a subordinare anche questi casi alla classe del giudizio. Per la terza classe principale, i di cui fenomeni chiamiamo relazioni affettive, fenomeni di interesse, o fenomeni di amore, manca maggiormente una espressione propria, precisa. Questa classe deve, secondo noi, comprendere tutti i fenomeni psichici che non sono contenuti nelle due prime classi. Tuttavia per emozione si comprendono comunemente solo affetti che si associano a una notevole eccitazione fisica. Ognuno indicherà come emozione dell’animo l’ira, la paura, il forte desiderio, comunque nella generalità di cui adoperiamo la parola. Essa invece deve essere anche applicata a ogni decisione e ad ogni intenzione …”

 

da Franz Brentano, La classificazione delle attività psichiche, in Grande Antologia Filosofica, Milano, 1976, vol. XXV (21)


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Bibliografia

16. Liccioli L., Medicina sive mechanico, Bologna, 2011.
17. Gualdo R., in Le parole della scienza: scritture tecniche e scientifiche in volgare (secoli XIII-XV), Atti del convegno, Lecce, 16-18 aprile 1999.
18. Cartesio, Opere, IV volumi, Bari, 1986.
19. La Mettrie, Helvétius, D’Holbach, Rousseau, Turgot, Raynal, Condorcet, a cura di P. Rossi, Classici della filosofia, Torino, 1962.
20. Belloni L., International Symposium on the History of Neurology, Varenna, 1961.
21. Franz Brentano, La classificazione delle attività psichiche, in Grande Antologia Filosofica, Milano, 1976, vol. XXV.

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