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Filosofia Quantistica e Spiritualità di Ulrich Warnke. Traduzione a cura di Corrado S. MagroFILOSOFIA QUANTISTICA
e Spiritualità

La chiave per accedere ai segreti e all’essenza dell’essere.
Di Ulrich Warnke
Traduzione a cura di Corrado S. Magro
In esclusiva assoluta per l'Italia, per gentile concessione dell’autore e dell’editrice Scorpio la traduzione del libro di Ulrich Warnke: Quantenphilosophie und Spiritualität.

 

 

Capitolo 6 - Marzo 2015
Fondamenta delle arti guaritrici

 

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6.7 L'infinità della consapevolezza e la scienza

 

Reincarnazione
Se la consapevolezza è qualcosa che non nasce dal cervello bensì esiste universalmente e senza limiti di tempo, se noi all’aiuto della consapevolezza universale viviamo la nostra vita in una costruzione materiale per fare esperienze che non possiamo fare con le nostre particelle elementari, e se noi infine depositiamo nella memoria dell’Oceano di tutte le possibilità tutte le nostre esperienze, di conseguenza quello che noi chiamiamo anima e spirito dovrebbe essere immortale. In qualche posto si dovrebbe trovare traccia di vita anteriore. Una vita anteriore potrebbe quindi partecipare alla gestione della nostra vita attuale che sarebbe una rinascita. Questa riflessione non è affatto nuova.

Reincarnazione significa “ritornare nella carne”. Il secondo concilio di Costantinopoli del 553, dichiarò la reincarnazione eterodossia.

Ciò nonostante emergono spesso nei racconti ricordi di una vita precedente che però non sono quasi mai esaminati secondo criteri scientifici, motivo forse per cui tale tematica non suscita l’attenzione dei media “seri”. Potrebbe anche darsi che “non può essere quello che non osa essere”, perché stranamente da un paese, l’India, dove la reincarnazione è data per scontata nella tradizione culturale, ci arrivano sempre nuove notizie su casi di reincarnazione, alcuni dei quali esaminati e documentati come quello che riguarda Shanti Devi (vedi Ricard e Thuan, 2001).

Shanti Devi nasce a Delhi nel 1929 e all’età di circa quattro anni spiega che la sua vera casa è la città di Mathura distante più o meno 130 km. Poiché nessuno la prende sul serio, all’età di sei anni prova a raggiungere, da sola, Mathura. L’impresa fallisce. A scuola dichiara di non chiamarsi Shanti bensì Lugdi Devi, che è sposata e che ha un bimbo a cui non può accudire essendo morta dieci giorni dopo il parto. I dettagli della sua descrizione sono talmente affascinanti che il direttore e il suo insegnante due anni dopo l’inizio della scuola le chiedono della sua casa natale. Shanti descrive la propria vita a fianco di suo marito e indica in dettaglio anche alcune località di Mathura. Quello che però impressiona particolarmente chi l’ascolta, è che Shanti si esprime in un dialetto che non viene parlato né a scuola né tanto meno in casa degli attuali genitori. Più tardi si scopre che si tratta di un idioma della regione di Mathura, Dopo avere appreso anche il nome del marito, il direttore inizia a cercare a Mathura e trova Kedarnath Chaube proprietario di un negozio rimasto vedovo nove anni prima, la moglie morta dieci giorni dopo il parto del figlio. A seguito di ciò, Chaube invia suo cugino a Delhi per apprendere qualcosa di più sul conto di Shanti. Quando il cugino arriva nella casa dei genitori di Shanti, costei lo riconosce subito, lo saluta calorosamente riesumando dettagli della vita di lui tra cui quello che durante l’assenza del marito l’aveva “abbordata”. Dopo che il cugino ebbe la certezza di avere incontrato la Ludgi Devi di una volta, viene a Dehli Kedarnath assieme al fratello e al figlio. Tuttavia si scambiano i ruoli ed è il fratello a dirsi Kedarnath. Shanti riconosce subito chi era stato suo marito e gli chiede se aveva tenuto fede al giuramento fatto sul letto di morte che non si sarebbe più risposato. Kedarnath che aveva una nuova moglie esitò prima di dare una risposta e pose domande su eventi che solo loro due conoscevano. Le risposte di Shanti convinsero Kedarnath che si trattava della reincarnazione della sua prima moglie.

Poco tempo dopo la ragazza accompagnata dai genitori, da personalità ufficiali e di elevata reputazione: avvocati, notai e giornalisti si recò a Mathura. Alla stazione furono accolti da un gran numero di persone e qui Shanti si recò direttamente da un uomo che salutò come suo nonno chiedendogli del basilisco. L’uomo confermò essere il nonno di Lugdi Devi e di avere ricevuto da lei in punto di morte un basilisco sacro (rettile simile a una lucertola). Dopodiché Shanti guidò i presenti verso casa sua e più tardi anche alla casa dei suoi genitori di una volta (Gupta/Sharma/Mathur 1936 e Lonnerstrand 1998).

Questo caso di reincarnazione è il più conosciuto e documentato, ma non l’unico ad essere documentato con metodi scientifici. Jan Stevenson (1918-2007) docente di psichiatria alla Virginia di Charlottesville è ritenuto il fondatore della ricerca scientifica di reincarnazione. Dai verbali di diverse centinaia di persone che si erano ricordate di una vita precedente, ne scelse una ventina che giudicò significativi. Questi 20 li descrisse nel 1966 nel suo libro Twenty Cases Suggestive of Reincarnation (Stevenson 1992).

 

Esperienze ai confini della morte

Se la consapevolezza esiste veramente indipendentemente dalle funzioni fisiologiche del corpo, a certe condizioni potrebbe avere luogo anche un trasferimento d’informazione quando già abbiano cessato le funzioni fisiche. E in realtà vengono riferite di esperienze ai limiti della morte già nell’epopea di Gilgamesh (non più tardi se non prima del 18esimo secolo a.C.) e anche di altre avvenute più tardi. Nel mio libro “Disseits und jenseits der Raum-Zeit-Netze” (Al di qua e al di là della rete spazio-temporale) di cui ho fatto precedentemente menzione, ho trattato il tema in dettaglio sulla base delle informazioni scientifiche attuali.

Nel frattempo sono disponibili ricerche supplementari su questo fenomeno. Pin van Lommel scienziato specialista in malattie cardiache presso la casa di cura Rijnstate in Arnheim, indagò su 344 pazienti che avevano subito un arresto cardiaco e che erano stati considerati clinicamente morti chiedendo loro cosa avevano provato, che esperienze avevano avuto. Il suo studio fu pubblicato nella rivista scientifica medica The Lancet (Van Lommel e a. 2001). In una intervista con il giornale olandese De Telegraf che apparve il 13.12.2001 sotto il titolo “Bijna-dooderwaring blijf mysterie” van Lommel arriva alla conclusione seguente: “Quello che ora sappiamo è che le spiegazioni abituali sulle esperienze in punto di morte sono errate. Esse non insorgono sulla base del processo di necrosi cellulare o di una modifica nell’adduzione del sangue. Anche età, sesso, professione o religione sono privi di significato”.

Quando il cuore si arresta, il sangue non trasporta più ossigeno ed energia verso le cellule nervose del cervello, la pressione sanguigna scende rapidamente, la respirazione si ferma e la consapevolezza da sveglio sparisce. Se il paziente viene rianimato nei prossimi cinque a dieci minuti, la circolazione sanguigna viene riattivata attraverso il cuore e una disintegrazione irreversibile delle cellule cerebrali può essere evitata.

Dei 344 pazienti dello studio, solo 61 (il 18%) avevano il ricordo di una esperienza pre-morte. Se tale esperienza sarebbe da spiegare solo come processo fisiopatologico, p.es. per la mancanza di ossigeno o di energia nel cervello, dovrebbero essere ben più numerosi i pazienti con ricordi tipici pre-morte: abbandono del corpo, sguardo retrospettivo sulla vita, tunnel con luce splendente all’uscita, creature pieni di premure, incontro con parenti già deceduti, amici e animali domestici, musica, paesaggi stupendi. È particolarmente interessante che nei 61 pazienti con esperienze pre-morte inequivocabili era sparita invero la percezione dell’ambiente locale visto dalla prospettiva abituale, quella che noi chiamiamo consapevolezza da svegli ma non sparì la percezione dell’IO. Essi avevano una chiara coscienza dei propri pensieri e delle proprie emozioni, essi sapevano di trovarsi fuori dal proprio corpo sebbene osservassero la propria rianimazione, e avevano ricordi della fanciullezza. Poiché in alcuni singoli segmenti di prova l’EEG fu registrato senza interruzione e la morte clinica era ben  contraddistinta da un EEG inanimato totalmente “piatto”, che vuol dire l’estinzione totale dell’attività elettrica cerebrale, un tale tipo di attività consapevole in grado di osservare il processo di rianimazione non sarebbe stata possibile.

Nell’ambito dello studio i pazienti vennero consultati direttamente non solo dopo la rianimazione ma anche due e otto anni dopo. Venne fuori che 43 per cento dei pazienti che avevano avuto una profonda esperienza ai confini della morte, nei 30 giorni dalla rianimazione era deceduto.

Il design di uno studio quasi identico preparato e realizzato in Inghilterra anche se su un numero inferiore di pazienti, approdò a risultati analoghi (Parina 2001).

La conclusione che si può trarre da queste analisi è che un EEG piatto non è affatto un indice dell’estinzione del processo di consapevolezza. Nello stesso tempo si constata che la percezione in tale stato è modificata e che il modulo “aldilà” viene disattivato, come già trattato nel capitolo due.

Van Lommel ha pubblicato il totale dei risultati e le proprie interpretazioni in un libro. Nello scritto egli sostiene la tesi che la consapevolezza non ha il suo posto ancestrale nel cervello (Van Lommel 2010).

Questa tesi viene anche avallata da Günter Ewald, docente emerito di matematica, fisica, chimica e filosofia a Bochum (Ewald 2006).

Il medico, zoologo e filosofo Lorenz Oken (1779-1851) docente a Zurigo, sosteneva che la natura è l’espressione del divino intelletto. Egli constatò che la scienza non era in condizione di riconoscere le reali relazioni nella natura. Gli aborigeni erano stati molto più vicini alla verità.

Nonostante questa cognizione fino al giorno d’oggi non è cambiato nulla nel nostro modo di pensare attuale.

 

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